E’ molto più che un film che fotografa due tragedie

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Possiamo solo immaginare il dolore che prova il popolo di Israele e quello della Diaspora, alla vigilia del terzo anniversario del terribile pogrom del 7 ottobre 2023. Niente può cancellare il ricordo di quei 1300 innocenti, massacrati dai tagliagole di Hamas solo “perché ebrei”, mentre ballavano in un rave party, preparavano la colazione in un kibbutz, giocavano in giardino, andavano a scuola. Uomini sgozzati, donne stuprate, neonati bruciati nei forni di cucina, muri imbrattati da una preghiera svilita a inno della morte: Allah Akbar. E poi il trauma nel trauma, i 250 rapiti, carne da macello nelle mani insanguinate di Yahya Sinwar. Ma ora nei cinema spopola Naza. Molto più che un film: l’autodafé di una nazione, che mentre si prepara a commemorare la sua immane tragedia non può più ignorarne un’altra, uguale e contraria. Tre anni di sterminio dei palestinesi di Gaza, programmato dall’apparato militare-digitale israeliano. Più di 70 mila morti, annientati anche grazie all’Intelligenza artificiale che nella caccia al terrorista nascosto tra i civili applica un suo macabro dispositivo: colpirne uno, sterminarne trecento. La macchina che decide, vita o morte. La disumanizzazione finale, non solo delle vittime ma pure dei carnefici.
I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, al chiodo che spacca il cuore del popolo ebraico, hanno aggiunto il tarlo che ne rode la coscienza. Non può farlo smettere Netanyahu con i suoi truci anatemi al Palazzo di Vetro, “salutati” dalle delegazioni che escono e da Yedioth Ahronoth che titola “Bibi difende Israele all’Onu, ma parla a un mondo che non lo ascolta più”. E nemmeno l’Idf con il suo contro-documento, che per smentire il film parla di “quadro distorto, fuorviante e disonesto” e in fondo sa dire solo alle opinioni pubbliche scioccate “fidatevi di noi”. Magari si potesse. La storia è nota. Naza, acronimo di Nezek Agavi, vuol dire “danno collaterale”, margine di vittime civili considerato tollerabile in ogni singolo attacco. Ventiquattro soldati e ufficiali dell’intelligence che al buio, sui tetti di Tel Aviv, raccontano che nella Striscia usando l’algoritmo hanno tollerato fino a 300 “danni collaterali” per ogni terrorista ucciso. Spiegano che per procedere bastava un clic, che per i cecchini sparare su donne e bambini in fila per il cibo era come un videogame. Di fronte a tutto questo, dobbiamo chiederci dove siamo stati noi — Occidente, Europa, Italia — in tutti questi anni. Mentre l’orrore si consumava sotto i nostri occhi, se solo li avessimo tenuti aperti.
Dove eravamo a dicembre 2023, due mesi dopo il pogrom, quando Yuval Abraham pubblicava la sua prima inchiesta-shock su +972 Magazine e Local Call. “L’esercito israeliano ha autorizzato il bombardamento di bersagli non militari con un sistema di IA per generare un numero senza precedenti di potenziali bersagli… Nulla accade incidentalmente, quando una bambina di tre anni è uccisa in una casa a Gaza è perché qualcuno dell’esercito ha deciso che valeva la pena pagare quel prezzo per colpire un altro obiettivo… C’è un sistema chiamato Habsora basato sull’IA… è una fabbrica di omicidi di massa”. Dove eravamo a settembre 2024, quando Meron Rapaport su Sikha Mekomit riferiva le parole dell’ufficiale-capo di una missione per liberare 4 ostaggi israeliani, durante la quale sono stati uccisi 270 civili palestinesi: “Chi non è fuggito, anche se disarmato, per noi era un terrorista: tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”. Dove eravamo ad aprile 2024, quando il Guardian svelava le letali meraviglie del sistema Lavender, che nell’individuazione dei miliziani di “basso rango” ha moltiplicato oltre quota 20 la soglia dei Naza, mentre negli attacchi contro funzionari di “alto rango” di Hamas “ha ritenuto accettabile che fossero uccisi anche più di cento civili”. Un militare rivelava: “Impiegavo venti secondi per ogni obiettivo, e ne facevo decine ogni giorno, non avevo valore aggiunto in quanto essere umano, servivo solo da timbro di approvazione… Facevamo un calcolo di quanti se ne potevano uccidere per un comandante di brigata, quanti per un comandante di battaglione, e così via… c’erano regole, ma erano molto elastiche… Abbiamo ucciso centinaia di persone, anche migliaia, cose mai accadute prima”. E dove eravamo tra il 2019 e il 2023, quando le truppe di Tsahal seppellivano col cemento le sorgenti d’acqua dei contadini palestinesi e “liquidavano” senza pietà lo storico villaggio di Masafer Yatta in Cisgiordania, abbattendo case, scuole, ambulatori, per fare spazio ai coloni.
Dobbiamo chiederci perché dopo tre anni di ipnosi collettiva è servito il cinema a risvegliarci e a riavvolgere la pellicola della realtà. Prima No other land, adesso Naza: due prove di coraggio, che hanno rotto il velo pavido della realpolitik. Non abbiamo ascoltato Gideon Levy, che dal 2024 ci avvisava sui pericoli del “patriottismo barbarico che rialza la testa in Israele”. Non abbiamo dato retta a Masha Gessen, che da novembre 2025 ci sbatte in faccia l’ipocrisia del nostro doppio standard: giustamente intransigenti con i crimini di guerra di Putin in Ucraina, tra sanzioni, embarghi e moratorie, inopinatamente tolleranti con i crimini di guerra di Netanyahu, “compiuti con il sostegno delle principali potenze occidentali”. È anche così che abbiamo ucciso il diritto internazionale, disonorando la promessa di Norimberga, la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale. Ferrivecchi arrugginiti e rottamati dall’America di Trump, che all’amico Bibi non ha mai lesinato aiuti, e dall’Europa dei 27, che finora ha solo balbettato. Siamo andati col cappelluccio Maga in mano alla parata farlocca del Board of Peace, che doveva disarmare Hamas e invece è più armata di prima. E abbiamo taciuto quando quel losco comitato d’affari, per motivi di “sicurezza nazionale”, ha vietato ai ragazzini palestinesi di far volare gli aquiloni nel cielo sopra a Gaza.
Chi siamo noi occidentali, adesso, per dare lezioni di giustizia e di democrazia al resto del mondo? Noi che abbiamo il nostro decalogo di “guerre giuste”, noi che pratichiamo la pena di morte, come i talebani a Kabul e i Guardiani della Rivoluzione a Teheran? Noi italiani, poi, guidati da una destra che per saldare i conti del fascismo si oppone a Roma al riconoscimento dello stato di Palestina e a Strasburgo alla sospensione degli accordi di partenariato con Israele, mentre la sinistra si spacca su un disegno di legge perché non sa capire la differenza tra l’odio contro il popolo ebraico e la critica legittima al governo che lo comanda. Così, senza che nulla cambi, anche Naza passerà, insieme all’anniversario del 7 e alle elezioni del 27 ottobre, ultima speranza per mandare a casa, insieme a Bibi, gli Smotrich e i Ben Gvir, ultrà messianici convinti di fare della Terra Santa la “Nuova Sparta”. E come dice Anna Foa, continueremo a far calare lo stigma dell’antisemitismo su chiunque osi contestare non dico il genocidio, ma anche solo la pulizia etnica praticata da Netanyahu. Continueremo a concedere tutto a Israele, perché è “lo Stato degli ebrei”. Senza capire, come diceva George Steiner, che dopo la Shoah essere ebreo vuol dire essere “un po’ più uomo”.
Capisco che per qualsiasi Israeliano un discorso sul genocidio di Gaza debba essere preceduto dal ricordo doloroso del pogrom del 7 Ottobre che lo precedette.
Ma che ogni politico, giornalista, opinionista obbligatoriamente debba utilizzare il preambolo del massacro di Hamas – per di più con toni da Grand Guignol come il furbetto di moda Giannini – per sdoganare un resoconto sul freddo e feroce genocidio che il governo Sionazista sta perpetrando in Palestina mi ha veramente rotto le palle.
Allora ogni volta torniamo indietro e ricostruiamo la storia di orrori ed errori che hanno costellato la vita di quelle contrade negli ultimi 3.000 anni, o almeno negli ultimi 80.
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Guardavo Giannini l’altra sera dalla Gruber…, dopo vari tentativi ha un look ed una postura simil Scalfari.., chissà quanto tempo gli servirà per riconoscere che in fondo anche B ha fatto cose buone.
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