La ricetta del generale prevede di arrivare alla proprietà diffusa. Ovviamente promette un taglio all’Irpef fino alla flat tax e stoppa ogni imposta patrimoniale

Il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci nella sala stampa della Camera dei deputati 

(di Walter Galbiati – repubblica.it) – Potremmo definirlo sovranismo economico venato di corporativismo e socializzazione, in stile Repubblica di Salò. Il generale Vannacci vuole uno Stato che indirizzi l’economia. Uno Stato che indirizzi i settori chiavi dall’energia alle infrastrutture, dal credito alle tecnologie. E che i lavoratori partecipino agli utili.

La cassetta degli strumenti è composta da un Fondo sovrano per la crescita nazionale, che quando serva, finanzi, compri e sostenga le aziende rilevanti per lo Stato, e dal Golden power da usare come clava se le minacce arrivano dall’esterno. Allo stesso scopo vorrebbe piegare l’operato di Cdp, Sace e Simest, bracci operativi per supportare la filiera italiana, soprattutto delle Pmi. Quel che dall’Italia invece è andato all’estero dovrebbe tornare, come i cervelli in fuga, attraverso il reshoring, favorito dagli incentivi fiscali. Di certo il credo economico è anti-europeista, senza se e senza ma. L’Italia deve «riconquistare spazi di sovranità economica» rispetto all’incombente presenza dell’Ue.

La prima mossa è non sottostare più al nuovo Patto di Stabilità e Crescita, ponendo rimedio alla «sciagurata firma da parte del Governo Meloni». La via per sfuggire alle maglie fiscali è il veto al prossimo bilancio pluriennale per perseguire con la revisione dei trattati su cui si basa la Ue. Libera dall’Unione, l’Italia potrebbe rapportarsi direttamente con gli Usa, importare gas dalla Russia e farsi motore di una nuova cooperazione europea tra Nazioni sovrane sulla stessa lunghezza d’onda come Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia. La moneta unica è stata tutt’altro che un idillio. Vannacci non dice di abbandonare subito l’euro, ma di adottare una strategia che ci porti all’uscita con condizioni e tempi che tutelino l’interesse nazionale, le imprese, i posti di lavoro e le famiglie. Per socializzare l’economia, oggi sarebbe difficile procedere per decreto come fece il Duce nel 1944, attribuendo la gestione dei mezzi di produzione, appannaggio fino ad allora solo dei capitalisti, anche ai lavoratori pur senza toccarne la proprietà. Vannacci propone la proprietà diffusa, perché tutti possano essere proprietari, risparmiatori, imprenditori, professionisti e lavoratori partecipi dei risultati dell’attività economica. Come? Favorendo la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa e l’azionariato diffuso, mediante strumenti fiscali incentivanti. Il programma, ovviamente, è di ridurre le tasse, smussando il cuneo fiscale e appiattendo l’Irpef fino ad una aliquota unica (flat tax), pur tenendo conto del quoziente familiare: più figli hai, meno paghi. La nuova Europa dovrebbe favorire investimenti per la natalità, fattore centrale della sostenibilità economica, e non per il riarmo o il Green deal che ha azzoppato l’industria continentale. Vannacci è per tassare “le persone” e non “le cose” che non producono reddito. Per cui via ogni tipo di patrimoniale, compreso il bollo auto e moto e sulle seconde case, quelle ereditate dai nonni.