Meloni dice di sapere a memoria i suoi testi. Salvini di essersi formato su La Locomotiva. Ma il cantautore non conosceva ipocrisia, stanava chi ne era affetto. Una breve guida

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Quando lavoravo nella redazione di Cuore, metà anni Novanta, fui spedito nella prima periferia di Bologna a recuperare personalmente uno scritto di Francesco Guccini, che stava allestendo la nuova tournée al teatro parrocchiale Orione. Nel senso di sacerdote, non di costellazione. Non lo incontrai. Non l’ho mai più incontrato. Includo questo aneddoto irrilevante per confermare che, in questi giorni di lutto, davvero chiunque s’è fatto bello con la memoria del Maestrone. Persino Giorgia Meloni. Persino Matteo Salvini. Ovviamente senza averne percepito alcunché, in quella tipica assenza del rapporto causa-effetto che lega l’estrema Destra italiana alla prassi. Anarchici col vitalizio degli altri, cani sciolti con le spalle coperte da qualche energumeno. Virtuale, intellettuale. “Vedi cara è difficile a spiegare. È difficile capire se non hai capito già” (“Vedi Cara”, 1970)

Meloni, in particolare, ha ribadito di conoscere a memoria molte canzoni di Guccini, di dovergli la propria formazione ideale, nonostante le inspiegabili «dichiarazioni livorose» nei suoi confronti. Guccini scrisse una versione aggiornata di Bella Ciao contro l’estrema Destra italiana e dava a lei e ai suoi dei fascisti. Il che, per chi si ispira al servo dei nazisti Giorgio Almirante, attiene più alla constatazione storica che all’insinuazione politica.

In particolare, IL presidente aveva subito ben due sgarri dal suo (presunto) idolo: il diniego a fare comunella sul palco di Atreju, sorta di estrusione festaiola di quel vecchio film firmato da Paolo Virzì, Caterina va in città, dove la politica romana appariva come un Cafonal di nemici attovagliati; la reazione dispiaciuta allo scippo del brano Cyrano, macellazione in musica del berlusconismo, che IL presidente aveva usato in gloria di Azione Giovani – non c’entra Calenda – fingendo parlasse d’altro, della democrazia decadente, forse anche perché colpevole di aver escluso i missini. “Buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza. E andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe. Feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte.
Coraggio liberisti, buttate giù le carte, tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese, in questo benedetto, assurdo bel paese”. 
(Cyrano, 1996)

Ora: i casi sono due. Entrambi disdicevoli per la groupie di Palazzo Chigi. Prima ipotesi, la più semplice: i pompieri amano pensarsi incendiari, facendo coincidere la narrazione interiore con le balle che ammanniscono al popolo. Che disprezzano, come tutti i populisti. Meloni era in politica da sempre, ambiva al potere, ma ammanniva Guccini ai suoi come un generico critico del “magna magna”. Faceva ‘ggente e non impegnava. Seconda ipotesi, la più verosimile: i neofascisti italiani, benché li avesse sdoganati, mantenevano nei confronti di Berlusconi un sordo disprezzo. Capivano – capiva, Giorgia, nata sul limitare della prima Repubblica, oltre a quella di Salò – che l’imprenditoria si stava mangiando la politica. Esattamente ciò che scriveva Guccini. Poi arrivò una bella auto blu da ministra della Gioventù, e via sul palco a saltellare contro il comunismo. Che non si faceva ricattare da lui, gliel’avrebbe detto solo a peso politico invertito. “Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto: è un dio che è morto. Nei campi di sterminio, dio è morto. Coi miti della razza, dio è morto.
Con gli odi di partito, dio è morto”
. (Dio è morto, 1967)

Che Dio sia (ri)morto di paura dopo aver ascoltato anche solo una volta Donzelli o Delmastro, è un’opinione del vostro scriba. Che quel brano giocasse anche con l’ipocrisia di uomini e «donne, cristiane, italiane», col loro accanirsi sui poveracci, con la difesa di classe ma solo quella dei Parioli, è un laconico dato di fatto. Perché Guccini non conosceva ipocrisia, per questo si concedeva il lusso di stanare chi ne era affetto. Tipo chi campa sulla retorica della Garbatella con la piscina privata e i completi di Armani. O chi si erge a barriera contro l’antisemitismo e rivendica la discendenza diretta da un suprematista anti-ebraico. “Bologna è una donna emiliana di zigomo forte, Bologna capace d’amore, capace di morte, che sa quel che conta e che vale, che sa dov’ è il sugo del sale, che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita” (“Bologna”, 1981)

E poi c’è Bologna, scritta dopo la bomba in stazione, quella che «nessuno di Destra era lì». Chissà se Meloni sa a memoria anche questa. Se la conosce Chiara Colosimo, presidente della commissione antimafia, che si faceva fotografare col terrorista nero Ciavardini. Chissà se la conoscono Lisei, Bignami, che appena possono si vendicano in Parlamento della città che li prendeva a pernacchie da piccoli. Non sembri inverosimile: al contrario della loro leader così farisea, potrebbero averla cantata senza capirla.

Un po’ come Salvini con La Locomotiva, il brano a cui dice di dovere la sua, di formazione. Inizialmente, questo pezzo doveva partire da lì: una canzone che parla di un treno dal ritardo indefinito, amata dal peggior ministro dei trasporti dacché esiste la ruota. Ma, non so per la disperazione di questa classe digerente, o per la morte del Maestrone, non avevo un cazzo da ridere. Spero mi scuserete.