
(Tommaso Merlo) – Ci hanno sottratto perfino il diritto democratico alla verità, ad una reale libertà di stampa. Lo chiamano giornalismo ma in realtà è propaganda. I media mainstream hanno una linea politica e manipolano la realtà affinché quella linea prevalga nel dibattito pubblico e nei palazzi del potere. Non fanno cioè giornalismo, ma lo usano per conto dei loro padroni coi cittadini ridotti a tifosi che invece di venire informati vengono manipolati. E più i temi sono rilevanti, più stringono le maglie. Come con la guerra che tocca immensi interessi economici e i pilastri del sistema occidentale. Il compito dei media mainstream è prima spacciare la guerra come normalità o addirittura necessità e poi combattere dalla privilegiata trincea mediatica. Basti pensare al dramma dei palestinesi perseguitati brutalmente da decenni a casa loro, vittime infamate come carnefici col mondo intero distratto e manipolato per impedirgli di capire ed intervenire e questo per l’immenso potere della lobby sionista nell’informazione mainstream occidentale, un potere che persiste ancora oggi ed è impegnato a normalizzare e rimuovere l’immondo genocidio ancora in corso. Oppure all’Iran infangato per decenni come male assoluto mentre in realtà a differenza di noi occidentali rispetta il diritto internazionale anche sul nucleare e le sue classi dirigenti sono nettamente migliori delle nostre, un paese calunniato come terrorista da noi che abbiamo collezionato milioni di morti anche con punizioni collettive e che abbiamo inaugurato la nostra aggressione illegale all’Iran sterminando la sua guida politica e religiosa suprema nella sua residenza insieme alla nipotina di pochi mesi. Ma è il capitalismo, baby. Soldi che si sono comprati tutto, anche la libertà di stampa, anche la verità, anche la dignità umana. Soldi per comprarsi i media e quindi il potere di manipolare le masse ed influenzare i politicanti. Per imporre la propria agenda, per aizzare la propria curva, per prestigio e tornaconto. Con schiere di presunti giornalisti costretti a stare attenti alle parole che usano e a dove ficcano il naso per non dare fastidio e che col tempo finiscono per abbassare la testa ed accodarsi perché la vita da eroi non è per tutti e alla fine meglio quel posticino al sole o anche solo riuscire a pagare il mutuo e mantenere la prole. Già, quelli che chiamavano complottisti erano in realtà gli unici veri giornalisti in circolazione, persone libere e coraggiose che il sistema ha emarginato o perfino preso di mira. Capitalismo onnivoro e libertà vigilata perché il banco del sistema vince sempre o quasi. Dalla Palestina all’Iran qualcosa sta infatti cambiando grazie alle oasi di libertà spuntate in rete. I cittadini che abboccano al mainstream sono sempre meno e la verità trova via alternative. Direttamente dalle macerie di Gaza, dalle piazze di Teheran o dal tinello di qualche uomo libero superstite tra i cumuli di cumuli di macerie consumistiche. A dare retta a certi giornaloni e reti sono rimasti giusto i politicanti timorosi di discostarsi dal gregge e finire nel mirino. Classi deficienti attentissime a come vengono citate perché da quello dipende la loro reputazione e quindi il loro consenso e quindi la loro carriera e quindi la loro poltrona e quindi la loro vita. È triste ma è così. Ormai la politica è stata rimpiazzata dalla comunicazione coi politicanti che si sono ridotti ad influencer elettorali e passano le giornate a difendere la propria immagine digitale e decidere quale minchiata postare sui social per dimostrare di essere sul pezzo, di essere allineati ai loro greggi e magari pure di capirci qualcosa nella speranza che la miriade di pollicini alzati si trasformino un gionro in voti, in poltrone e magari pure in senso esistenziale. Non giornalismo ma politica. Non politica ma comunicazione. Non democrazia ma mercato elettorale. Non cittadini ma tifosi che si scannano per difendere falsità confezionate dalla propria fazione mentre il sistema se la ride ed incassa. È tristissimo ma è così. Abbiamo perso un comune denominatore, quei valori di fondo condivisi da tutti che sono la spina dorsale di una società democratica e garanzia di bene comune. Nalla politica come nell’informazione come ovunque. Onestà intellettuale, integrità, coerenza, disinteresse, altruismo. Non roba da deboli e perdenti ma da persone perbene che sono le pietre vive di un mondo perbene. Altro che soldi con cui si sono comprati anche la dignità umana, altro che politicanti e media che mentono per i deliri di onnipotenza del loro ego e dei loro padroni. Moralità come comune denominatore di una democrazia sana che garantisce ai cittadini il diritto ad una vera libertà di stampa e quindi alla verità che è fondamentale per sviluppare opinioni sensate e decidere il proprio futuro.
Senza internet e senza controinformazione che perversa possiamo dire che, le élite, non avrebbero avuto problemi a portare al fronte 3 generazioni di europei, cioè milioni di ragazzi e non, in nome e in difesa dei valori dell’occidente, di questo sono certo.
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Ormai la situazione è gravissima in tutto l’Uccidente
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/16/new-york-times-genocidio-gaza-abbonamento-notizie/8449750/?_gl=1*1somrjv*_up*MQ..*_ga*NzIwMDE4NTM0LjE3ODQyMDQ3MTc.*_ga_C45CPHECG1*czE3ODQyMDQ3MTckbzEkZzEkdDE3ODQyMDQ5ODQkajYwJGwwJGgw
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bravo TM! unico appunto il capitalismo attuale è postcapitalismo che possiamo chiamare neoliberismo o meglio finanza_first. il capitalismo nella versione vera alla Walras Debreu non aveva neanche bisogno della moneta.
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“Ci hanno sottratto perfino il diritto democratico alla verità, ad una reale libertà di stampa. Lo chiamano giornalismo ma in realtà è propaganda. I media mainstream hanno una linea politica e manipolano la realtà affinché quella linea prevalga nel dibattito pubblico e nei palazzi del potere. Non fanno cioè giornalismo, ma lo usano per conto dei loro padroni”
E’ vero!!
Certe cose non avvenivano quando si facevano le crociate per andare ad annientare gli infedeli o negli states quando fecero scoparire una intera popolazione di nativi, o in Italia sotto Crispi quando dovevamo civilizzare faccetta nera, o durante i regimi di Mussolini e Hitler e quando “i comunisti si mangiavano i bambini” e dopo ancora con la democrazia cristiana quando i preti dai pulpiti arringavano il gregge:
“Io non vi dico per quale partito votare, l’importante che votiate un partito democratico e cristiano”.
Ma va là!!!!!!!!!!
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…
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/16/genocidio-gaza-crimini-israeliani-silenzio-media-notizie/8449070/
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le fondamenta di una democrazia poggiano sulla libertà di informazione, quindi la nostra molto semplicemente è una democrazia di facciata, di cartone, che nasconde il dominio sui popoli della finanza.
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Disinformazione
Alessandro Orsini
La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali
Non è la Russia a manipolare gli italiani. È l’Italia stessa. Questa è la tesi dissacrante presentata in questo libro.
Alessandro Orsini racconta e spiega tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica usate dal vertice della Repubblica italiana attraverso i mezzi di comunicazione di massa per creare consenso intorno alle guerre, ma anche per giustificare la violazione dei diritti umani e del diritto internazionale da parte delle democrazie occidentali.
Dall’Ucraina a Gaza, dall’Iran al Venezuela, questo libro parla di una minoranza organizzata di italiani, la classe governante, che manipola una maggioranza disorganizzata di italiani, la classe governata, attraverso la menzogna, l’inganno, la dissimulazione, la disinformazione, la minaccia, la calunnia e la diffamazione. Ogni classe governante manipola la propria classe governata.
Questo è un libro terribile che restituisce nuova vita alla migliore tradizione del realismo politico italiano: Machiavelli, Mosca, Pareto e Michels. Ancora una volta, Orsini usa la teoria sociologica per attaccare il senso comune dell’uomo-massa dello Stato satellite.
Dal 3 marzo in libreria e in tutti gli store online
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18 Luglio 2026
Da Ranucci agli Usa, il potere non tollera l’informazione libera
diGiovanni Valentini
“La vita del giornalista è sotto ogni profilo puro azzardo, e davvero in un modo che come nessun altro mette a dura prova la sicurezza di sé”.
(da “La politica come professione” di Max Veber – Edizioni Anabasi)
C’è un nesso fra la decisione della Rai di sospendere le repliche della trasmissione Report e quella di Trump di portare in tribunale i quattro giornalisti del New York Times che hanno rivelato le falle del nuovo Air Force One. I mandati di comparizione nei loro confronti, definiti dallo stesso giornale “unastraordinaria escalationdegli sforzi del presidente Trump perminacciareeintimidirei media indipendenti”, hanno costretto i cronisti a presentarsi davanti a ungrandgiurì per rispondere di una presunta violazione della legge penale federale.
La censura retroattiva decretata dal vertice della nostra televisione pubblica sulle puntate della trasmissione di Sigfrido Ranucci, già andate in onda nei mesi scorsi e in calendario di nuovo per l’estate, non regge con la motivazione ufficiale di “tutelare il brand”: questo pretesto avrebbe potuto riguardare, semmai, le trasmissioni future. In realtà, la reazione della Rai è una vendetta di regime, una rivalsa ovvero una rappresaglia. Così non si danneggia soltanto il conduttore e la sua redazione, ma soprattutto i telespettatori che pagano il canone d’abbonamento.
In entrambi i casi, dal New York Times a Report, si tratta di un attacco concentrico alla libertà d’informazione, al diritto di cronaca e di critica, sferrato da un potere autoritario nei confronti del giornalismo d’inchiesta. A chi fa questo lavoro può capitare d’imbattersi in personaggi ambigui e poco raccomandabili, malfattori o pregiudicati, per raccogliere notizie più o meno riservate. Ma tutto ciò rientra nei rischi del mestiere.
Si può anche eccepire, sotto il profilo dell’opportunità, su queste frequentazioni quando s’intensificano a livello personale: fino a diventare una “amicizia fraterna” come quella che s’era stabilita fra Ranucci e il faccendiere Valter Lavitola, già condannato a suo tempo per estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Sorprende, francamente, che un giornalista “investigativo” – esperto e coraggioso – si sia esposto a tal punto. E tuttavia, risulta che Lavitola incontrasse anche altri colleghi, tra i quali l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e il neodirettore ad interim di Repubblica, Stefano Cappellini, seppure per organizzare improbabili sondaggi d’opinione. Ma ancor più sorprende che Lavitola, indagato come mandante dell’attentato, sia a piede libero, nonostante la grave accusa a suo carico e le successive circostanze accertate dagli inquirenti (biglietto aereo per l’Africa, valigie al piede), mentre i quattro presunti esecutori materiali sono già in carcere.
Ha fatto bene ora Ranucci a querelare per diffamazione chi ha insinuato il sospetto di un “finto attentato” e auguriamoci che questa iniziativa contribuisca ad appurare la verità. Per la giustizia, lui resta parte lesa in tutta la vicenda. E anche se il faccendiere risultasse in effetti il mandante, questo non toglierebbe nulla alla gravità dell’atto né alla posizione della vittima e al suo diritto di difendere la propria reputazione.
Attendiamo, allora, che la giustizia – come si suol dire – faccia il suo corso per individuare il movente e le effettive responsabilità. Ma l’”Operazione Ranucci” infligge una condanna preventiva nei confronti di un conduttore che – fino a prova contraria – ha fatto il proprio lavoro senza condizionamenti o interferenze. Non vorremmo, insomma, che si volesse punire lui per “educarne cento”: cioè, per intimidire, irretire, imbavagliare il giornalismo d’inchiesta e tutti coloro che fanno controinformazione.
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