
(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Da studioso del barocco, capisco che fosse irresistibile l’agudeza concettistica di dare una laurea honoris causa in “innovazione” a un ereditiero ricco sfondato che si chiama Del Vecchio. Il problema, tuttavia, è che le arguzie barocche, come i motti di spirito freudiani, svelano la verità almeno quanto vogliono nasconderla.
Che cosa c’è infatti di più vecchio, di meno innovativo, di meno sostenibile e di meno giusto, del “merito” ereditato per nascita? Così, oggi è impossibile non chiedersi quale idea di università esca fuori da questo imbarazzante incidente.
[…] Cosa dovrebbero pensare le ragazze e i ragazzi che studiano nelle nostre aule? Si è detto loro che la figura di Leonardo Maria Del Nuovo li avrebbe potuti ispirare. A fare cosa? A nascere di nuovo, e nella famiglia giusta, per arrivare a 31 anni con una laurea honoris causa? A ottenere il consenso dell’intero sistema universitario italiano gettando le briciole del proprio tavolo attraverso una campagna benefica che restituisce al Paese una parte infinitesimale di ciò che dovrebbe tornare al bene comune se solo ci fosse una tassa di successione almeno pari alla media europea, una tassazione decentemente progressiva, per non dire una patrimoniale?
Il rettore di Tor Vergata ha dichiarato: “questo Ateneo conferisce il titolo honoris causa a Leonardo Maria Del Vecchio per avere promosso attraverso la Fondazione Onesight Essilor Luxottica Italia, da lui presieduta, campagne di prevenzione della vista rivolte alle categorie più fragili, fornendo un contributo strutturale alla riduzione delle disuguaglianze, al rafforzamento del capitale umano e alla promozione di un sistema di welfare più inclusivo e sostenibile”. Siamo sicuri che lo scopo di questa campagna sia farci vedere meglio? Non sarà invece quello di renderci politicamente ciechi? Secondo la Costituzione della Repubblica (la Repubblica alla quale appartengono le pubbliche università) le diseguaglianze si riducono non attraverso la beneficenza, ma attraverso la costruzione di giustizia sociale, attraverso la rimozione degli ostacoli economici, attraverso la redistribuzione fiscale della ricchezza, attraverso un salario che garantisca dignità. E devono essere l’impresa e la proprietà in sé ad avere utilità sociale: non le campagne promozionali che le celebrano.
[…] Un vero imprenditore, Adriano Olivetti, distingueva “chi opera secondo giustizia, e opera bene e apre la strada al progresso”, da “chi, operando secondo carità, segue l’impulso del cuore e fa altrettanto bene, ma non elimina le cause del male che trovano luogo nell’umana ingiustizia”. E la domanda è: l’università italiana dovrebbe formare persone capaci di rimuovere gli ostacoli all’ingiustizia e alla diseguaglianza sostanziale, o dovrebbe proporre il modello di grandi ricchi senza merito che fanno la carità per avere un ritorno di immagine (inclusa una laurea ad honorem)? In altri termini, le nostre università dovrebbero essere incubatrici di (appunto) innovazione sociale, nel senso di capacità di cambiare lo stato delle cose di una società sull’orlo del collasso per eccesso di diseguaglianze; o devono essere invece laboratori di manutenzione dello stato delle cose, fabbriche di pezzi di ricambio per una società clamorosamente iniqua, luoghi di consacrazione e legittimazione simbolica dei rapporti di forza esistenti? In un pianeta prossimo alla catastrofe climatica, in un continente stretto tra una guerra e un genocidio, in un Paese in cui governa chi soffia sul fuoco dell’odio razziale, l’università cosa fa? Ci dice che è giusto, innovativo e sostenibile nascere smodatamente ricchi e pulire la propria immagine con la carità. Poi ci si chiede perché aumenti senza freno il numero dei giovani e delle giovani che decidono di lasciare questo Paese. Un Paese che sembra fare di tutto per non avere futuro. .
Dopo aver letto questo articolo come non si puo’ dire al Prof. Montanari: belin se hai ragione…..!!!!!
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Dopo Marina Berlusconi Cavaliere del Lavoro non mi stupisco più di nulla….
Povera Italia!
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