
(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Tra le tafazzate più rimarchevoli del Pd, oltre alle divisioni con i Pentastellati in ordine alla geopolitica, ve n’è una davvero plateale: la patrimoniale. Non perché non sia in linea di principio legittima l’idea di tassare i patrimoni sopra una certa soglia, che colpirebbe lo 0,5% dei contribuenti, ecc. Ammesso che poi si riesca a stanarli, con la mobilità europea dei capitali e le elusioni di ogni tipo possibili.
No, il punto è un altro. Intanto, già in passato Schlein scrisse addirittura di imposte sopra i 500 mila euro: una cifra poi oggi lievitata a 2 milioni. Il che può generare diffidenza e allarmi, oltre a non produrre un gettito apprezzabile. Ma la questione è diversa: l’eco impopolare che il concetto stesso di patrimoniale genera mediaticamente.
Bene. Una volta varato il concetto, che garanzie vi sono che il provvedimento di solidarietà non vada a regime anche per ricchezze più esigue? Tutto sbagliato, dunque, l’approccio. Poiché sarebbe invece necessario non allarmare tutta la platea fiscale e isolare due o tre punti basati su progressività e rendite.
Battere non già sulla massa indefinita del patrimonio, slogan che viene vissuto come una minaccia in una società a individualismo proprietario come la nostra, con l’85 per cento di proprietari di casa. E, di contro, scegliere una lotta per la progressività, contro la flat tax e per un maggior numero di aliquote.
L’opposto di quel che fa la destra. E soprattutto l’inserimento delle rendite da fondi e risparmi nel sistema IRPEF, anziché nella tassazione separata. Come ha scritto più volte Stefano Fassina. Spieghiamo.
Un guadagno fino a 23 mila euro oggi viene tassato al 26 per cento alla fonte, così come uno di un milione di euro. Laddove anche per le plusvalenze in Borsa dovrebbero valere le aliquote vigenti nell’IRPEF, sia pure con tassazione separata.
Se guadagno 7 mila euro — che oggi sono di fatto esenti dall’IRPEF — pago il 26 per cento come uno che incassa centinaia di migliaia di euro all’anno. A parte i BOT al 12,5 per cento. Vi pare equo?
E poi ci sono le aliquote al 24 per cento per il profitto d’impresa. E i regimi forfettari al 15 per cento fino a 85 mila euro, e addirittura il forfettario al 5 per cento per le nuove attività. Ma il punto chiave — oltre all’ingiustizia di un’IRPEF che, rispetto alle imprese di capitali, penalizza il lavoro e incentiva il lavoro povero — sono le rendite finanziarie, oggetto di un trattamento iniquo.
È lì che la riforma fiscale dovrebbe concentrarsi. Invece di agitare spauracchi alla carlona che, specie in un periodo di bassa crescita, inflazione da guerra, riarmo ed extracosti energetici, non fanno che aiutare la destra di governo. Che, al contrario, si presenta oggi furbamente come il partito della pace, della prudenza e del fisco leggero. Contro chi vuole mettere le mani nelle tasche della gente e vuole pure accelerare l’allargamento di questa Europa coinvolta nella guerra. Europa, a torto o a ragione, vissuta oggi come matrigna.
Discorso semplificato dell’articolo.
La questione non è “patrimoniale sì” o “patrimoniale no”; semmai la questione è definire con precisione chi paga, quanto paga e per fare cosa.
Un riordino serio del sistema tributario avrebbe probabilmente più senso di uno slogan agitato a ogni campagna elettorale.
Ma uno slogan è più utile a chi vive di propaganda che a chi vuole discutere di fisco.
Così si finisce con il solito schema: patrimoniale SI/NO e il fesso è servito.
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Per chi ha rendite finanziarie, l’Italia della Cialtronaaaaaa è il paese del Bengodi.
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La proposta avanzata dapprima da Cgil e Avs è chiara:
una patrimoniale sui redditi oltre a due milioni netti.
Si discuta di questo non sul… niente
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Si, sono stati chiari; non c’è che dire; anzi più chiari di così si muore
Quindi oltre 2 MLN di reddito
a) Redditi da lavoro dipendente
b) Redditi da lavoro autonomo
c) Redditi d’impresa
d) Redditi da capitale
Interessi su conti correnti e obbligazioni
Proventi da partecipazione
Dividendi azionari
e) Redditi diversi
da attività occasionali
Plusvalenze finanziarie
Altri redditi non classificabili nelle altre categorie
f) redditi fondiari
La CGIL e AVS sono stati chiari e così spero di voi.
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Il nostro sistema fiscale infatti presenta alcune caratteristiche evidenti:
1) E’ costruito quasi esclusivamente sul gettito di Irpef e Iva.
Nel caso dell’Irpef, il 27% dei contribuenti, con redditi compresi fra 28 e 60 mila euro, paga oltre il 70% dell’intero carico fiscale.
Queste stesse fasce sociali – lavoratori dipendenti e pensionati – pagano anche gran parte dell’Iva che, trattandosi di un’imposta sui consumi, colpisce senza alcun riferimento al reddito.
2) Il sistema delle flat tax e l’aliquota massima dell’Irpef al 43% (che vale per i redditi da 50 mila euro ad infinito… per cui rimane la stessa per chi guadagna 50 mila euro e chi guadagna 10 milioni di euro) favorisce i redditi alti tanto che il 5% più ricco della popolazione italiana gode di un regime fiscale regressivo.
3) Non esiste, di fatto, alcuna imposta patrimoniale sulla rendita finanziaria.
4) Non esiste alcuna imposta strutturale sugli extraprofitti.
5) Esistono aliquote diverse per gli stessi redditi a seconda della tipologia di reddito e il reddito da lavoro dipendente è quello che paga le aliquote più pesanti. i contribuenti italiani sono poco meno di 43 milioni.
Alla luce di questi numeri, immaginare una imposta dell’1% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, che garantirebbe un gettito annuo di 26 miliardi di euro per evitare lo smantellamento dello Stato sociale, dovrebbe risultare a tutti come un atto che si muove nell’interesse di oltre 42 milioni di contribuenti.
Ma le dichiarazioni stentoree delle destre e del M5S in merito ad una viscerale ostilità ad una patrimoniale non dovrebbe far capire che dette posizioni sono apertamente rivolta alla difesa dell’1% più ricco della popolazione?
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Bisogna fare chiarezza, stiamo parlando di REDDITI O DI PATRIMONIO?
una patrimoniale sui redditi oltre a due milioni netti.
Alla luce di questi numeri, immaginare una imposta dell’1% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, che garantirebbe…..
Le storture sulle imposte sui redditi sono evidenti; quindi inutile farne.
Le mitologiche tasse sugli extraprofitti sono un ULTERIORE DANNO CHE PESA SULLE SPEALLE DELLA POVERA GENTE
Chi subisce direttamente la tassa sugli extraprofitti la TRASLA.
Le banche la traslano sui correntisti attraverso aumenti dei costi di gestione sui depositi, titoli, di commissioni per operazioni e così via
Chi conosce il sistema tributario e ne ha anche un minimo di memoria storica si ricorda che una tassa sugli extraprofitti la mise, la realizzò tale Giulio Tremonti ai danni. si fa per dire, di banche e petrolieri.
Finì col pagarla appunto LA POVERA GENTE
Adesso ali baba Conte e scendiletti al seguito predicano ancora una volta di tassa sugli extraprofitti e riescono a far spellare le mani per gli applausi anche a chi dovrà pagarla.
Venghino siori e siore: la donna vince, i fanti perdono
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–Svizzera: L’imposta sul patrimonio è stabilita a livello cantonale e comunale. Si calcola sul patrimonio netto complessivo (somma di tutti i beni immobili e mobili al netto dei debiti), con aliquote generalmente molto basse ma progressive, che variano a seconda del Cantone.
–Spagna: È presente un’imposta sui grandi patrimoni: è applicata su scala nazionale a partire da un patrimonio netto che supera determinati massimali (esenti per il primo milione di euro), con aliquote che variano a seconda della regione di residenza.
–Norvegia: Prevede un’imposta annuale sulla ricchezza netta globale che eccede 1,7 milioni di corone norvegesi (circa 146.000 euro). Le aliquote variano tra l’1% e l’1,1% in base agli scaglioni.
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Io inizierei col tassare chi fa soldi con i soldi e chi fa soldi speculando. Tassare chi si arricchisce solamente perché è ricco e può comperare una villa e rivenderla un’ora dopo con un surplus di 500000 euro.
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