Da un lato la destra di Futuro nazionale, dall’altro l’area moderata di Azione. In ballo non ci sono solo le elezioni, ma la strategia politica in Europa

A sinistra Carlo Calenda leader di Azione, a destra Roberto Vannacci di Futuro nazionale

(Flavia Perina – repubblica.it) – Appello alle televisioni, ai festival estivi, alle feste di partito: si organizzi un dibattito Vannacci-Calenda, si dia al centrodestra una bussola per capire in quale forno infilare la sua pagnotta in vista delle prossime politiche ma soprattutto della tornata 2027 per i sindaci delle grandi città (Milano, Roma, Napoli, Bologna, Torino, Varese, e non solo). Questa storia dei due forni perseguita la politica italiana dall’epoca dei democristiani e adesso si ripropone all’improvviso, agitata da due personaggi all’opposto ma entrambi super-mediatici e super-capaci di far parlare di sé.

Dice Roberto Vannacci: a Roma e a Milano ci saremo, magari anche con una proposta di sindaco, e se vogliono sterilizzare la nostra concorrenza ricordino che «le alleanze si fanno prima del voto». Dice Carlo Calenda: «Valutiamo i candidati e studiamo i programmi», scambi e appoggi esterni non ci interessano, e dunque par di capire che o sarà coinvolto nelle scelte oppure il dialogo non si aprirà nemmeno.

Insomma entrambi, da punti di vista antitetici, rifiutano l’accordicchio sottobanco o la desistenza, entrambi mettono Giorgia Meloni davanti a una decisione complicata perché la scelta di un forno a discapito dell’altro presenta, al momento, notevoli controindicazioni.

Scegliere Calenda ed escludere Vannacci significa regalare al generale un bel po’ di Lega e magari anche pezzetti di FdI: una campagna in solitaria consegnerebbe a Futuro Nazionale ogni scontento del centrodestra e ogni ribelle alla linea. Si è già capito come Vannacci giocherebbe la sua partita. Attacchi brutali al centro forzista, con l’accusa a FI di essere al guinzaglio di Marina Berlusconi («eterodiretti dal denaro e dall’editoria», ha detto), martellate contro Noi Moderati e i loro «latrati», veleni su Matteo Salvini, definito già ai tempi della scissione traditore, prono, imbelle, eccetera. E magari arriverebbe pure il turno di Meloni, finora preservata proprio in vista di un possibile dialogo.

Il peso dei moderati

Ma pure scegliere Vannacci ed escludere Calenda avrebbe il suo peso negativo, soprattutto sui territori. Le ultime amministrative hanno dimostrato che i volti che passano e che vincono non sono certo quelli dei descamisados della remigrazione o degli amici di Putin, anzi. A Venezia ha fatto l’en plein Simone Venturini, un civico di formazione cattolica, ex-scout, già giovane dirigente Udc, post-ideologico, pragmatico, rassicurante. A Reggio Calabria è passato in carrozza, con un plebiscito, Francesco Cannizzaro, altra biografia di perfetto centrista dall’Ncd di Angelino Alfano a Forza Italia, che ha saputo convogliare il consenso scommettendo sull’immagine di amico di tutti. L’elettorato che ha incoronato i due al primo turno è lo stesso che deciderà sconfitti e vincitori del prossimo giro nelle grandi città. Ed è intuitivo immaginare l’utilità di uno come il leader di Azione, che porti a destra un nuovo spicchio di voto moderato (almeno se si punta a vincere qualcosa e non solo a fare testimonianza).

Così, si sonda in entrambe le direzioni, e da entrambe ci sono vaghe aperture, segnali di fumo. Con una sostanziale differenza: se si punta su Vannacci, al di là delle conseguenze interne ed elettorali, è ovvio il rischio ripercussioni sulle relazioni europee che Meloni ha coltivato con determinazione fin dall’inizio della legislatura. Anche se il generale rinunciasse alla campagna contro i finanziamenti a Kiev, anche se tacitasse gli elogi a Vladimir Putin, anche se Forza Italia e Lega lo accettassero in nome della realpolitik, un accordo del centrodestra con l’uomo della remigrazione e dei gay «anormali» figurerebbe come un patto col diavolo: il segnale di un passo indietro verso l’oscuro mondo del rossobrunismo. Parlare con Calenda, sotto il profilo della reputazione europea, non solo sarebbe meno pericoloso ma certificherebbe una scelta non revocabile in favore dei valori dell’Unione.

Anche per questo, la scelta del forno giusto è forse la più difficile che si prospetta alla maggioranza in quest’ultimo spicchio di legislatura. In ballo non c’è solo una sfida elettorale ormai imminente ma una decisione di fondo sulla natura dell’alleanza, sulle sue intenzioni per il futuro e sulla sua strategia politica di lungo periodo. Se la Dc poteva usare i due forni restando sempre se stessa, i tempi nuovi non consentono al centrodestra lo stesso gioco: qui si decide se ripartire all’inseguimento della galassia estremista o se voltargli le spalle una volta per tutte.