Flotilla, se Israele rifiuta ogni etica e trasforma gli altri in nemici. In tutta questa vicenda, ciò che colpisce è la violazione di ogni legge, non solo del diritto internazionale.

(Anna Foa – lastampa.it) – La vicenda della Global Sumud Flotilla resta molto inquietante, anche dopo lo sbarco a Creta degli attivisti sequestrati da Israele in acque internazionali. Innanzitutto, non tutti sono stati rilasciati, due di loro, fra gli organizzatori, sono stati trasportati in Israele sotto l’accusa di essere legati ad organizzazioni terroristiche e di aver compiuto attività illegali. Si tratta di un brasiliano, Thiago Avila, e di un palestinese con nazionalità spagnola, Saif Abu Keshek. Il loro arresto sembra mirare a rendere credibili le accuse del governo israeliano alla Flotilla di essere legata ad Hamas. Il fatto che la Flotilla sia carica di rifornimenti, e non di armi, non sembra ai loro occhi significativo. È una protesta politica pacifica, volta a rompere il blocco illegale della Striscia, ma questo basta a renderla un pericolo per Israele.
Ma l’arresto di questi due attivisti e la loro deportazione in Israele suscita molte preoccupazioni perché le condizioni dei presunti “terroristi” nelle carceri di Israele sono secondo tutte le testimonianze caratterizzate da violenze di ogni tipo, tanto è vero che sessanta degli attivisti sbarcati a Creta sono scesi in sciopero della fame per ottenerne il rilascio e che una richiesta di intervenire è stata rivolta da due deputati italiani al governo, dal momento che uno dei due è stato sequestrato su una nave che batteva bandiera italiana.
Le preoccupazioni per la loro sorte sono rese più gravi dal fatto che nella notte trascorsa sulla nave israeliana che li trasportava a Creta gli attivisti sono stati sottoposti, come testimoniano molti di loro, a pesanti violenze. Le foto ci mostrano persone con il naso rotto e gli occhi pesti, e i racconti confermano questo trattamento. Ci sono precedenti ancora più gravi. Nel 2010 la Freedom Flotilla I fu abbordata, sempre in acque internazionali, con 9 morti fra gli attivisti, tutti turchi meno un americano. E sappiamo che violenze e umiliazioni non sono mancate neanche nell’ottobre scorso nel trattamento riservato agli attivisti della Flotilla portati in Israele.
Resta il fatto che l’aggressione è avvenuta in acque internazionali, in un luogo distante 600 miglia da Gaza, e che gli attivisti sulle 22 navi aggredite sono stati “rapiti”, non arrestati. Il ministro israeliano della Difesa, Katz, ha dichiarato che la legge israeliana lo autorizza. C’è da stupirsi che la legislazione di Israele consenta esplicitamente atti considerati come “pirateria” dal diritto internazionale, dal diritto dei paesi implicati, e dal diritto del mare.
Quanto al fatto che i rapiti non sono stati portati in Israele e di là espulsi, ma rilasciati a Creta, dentro l’Unione europea, è dovuto alle pressioni di Italia e Germania. Meloni ha dichiarato di non capire a cosa serva la Flotilla, ma ha condannato l’aggressione in acque internazionali e il governo si è attivato per il loro rilascio a Creta.
In tutta questa vicenda, ciò che colpisce è la violazione di ogni legge, non solo del diritto internazionale. Sembra che Israele sia spinta da una sua volontà di autodistruzione e di rifiuto di ogni norma etica a mostrare ovunque la sua forza, a dimostrare di poter agire in ogni parte senza remore di nessun tipo. Certamente, in tutto questo gioca un ruolo importante la volontà di non consentire che la vicenda della Flotilla contribuisse ad innescare una spinta contro la politica del governo israeliano, come è successo con le grandi manifestazioni del settembre scorso in molta parte del mondo. Ma c’è di più. C’è una volontà di isolamento, di chiusura totale verso gli altri, considerati tutti nemici, antisemiti. I ripetuti atti contro i cristiani, dal vandalismo del crocefisso all’aggressione fisica di suore, come nell’episodio avvenuto nei giorni scorsi a Gerusalemme e documentato in un video, lo dimostrano. La pirateria è un reato gravissimo, il pestaggio di prigionieri indifesi anche. Chiunque non si rallegri di questa deriva dello Stato ebraico, ma pensi ancora ad Israele come ad un Paese percorso da forti resistenze alla politica del suo governo e quindi ancora in grado di essere salvato dall’autodistruzione, dovrebbe fare quanto è in suo potere per alzare alta la voce a denunciare vicende come questa. Una fra tante, meno grave delle decine di migliaia dei morti di Gaza, certo, ma indice di un precipitare sempre più veloce del clima politico dello Stato ebraico.
Un fiore in mezzo a una distesa di materia inorganica giornalistica:menomale che c’è la Foa.
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