Dopo lo schiaffo sui conti la premier fa la solita propaganda: «Tutta colpa del Superbonus». Salta l’idea di una manovra elettorale. E Giorgetti ammette: «Ci adeguiamo al momento»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – È stato un giorno nero per il governo Meloni, forse anche più duro della sconfitta al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. L’impatto mediatico è minore, certo. Ma le conseguenze pratiche sono forse più pesanti. Il punto di svolta della legislatura è la bocciatura della strategia economica, arrivata dai numeri dell’Istat confermati da Eurostat: il rapporto deficit/Pil è al 3,1 per cento, l’Italia non esce dalla procedura di infrazione.
La notizia spazza via le ambizioni di progettare una manovra generosa in vista delle elezioni politiche del 2027. Il progetto di Giorgia Meloni va in frantumi. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva puntato tutto sul miglioramento dei conti pubblici, portando il deficit sotto il 3 per cento. Era stato il segno distintivo del suo mandato: praticare il rigore oggi per poter allargare i cordoni della borsa domani.

La presidente del Consiglio aveva abbracciato la causa, fidandosi dei calcoli fatti al via XX Settembre. Ma la Melonomics è stata un flop. Così, per provare a uscire dalla difficoltà, la premier ripete il solito schema dello scaricabarile, nonostante sia a Palazzo Chigi da quasi quattro anni. «Senza Superbonus saremmo sotto il 3 per cento», ha scritto sui social. Con tanto di autopromozione: «Abbiamo fatto meglio del 3,3 per cento previsto dal governo stesso».
Per la premier è colpa della «sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, che impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione togliendo al governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi». In mancanza di soldi, le uniche risorse sono quelle della propaganda.
In realtà sul mancato raggiungimento dell’abbattimento del deficit, il governo non può prendersela con nessuno: aveva sbagliato i calcoli. L’asticella è stata spostata in avanti di un anno, nel 2026 il deficit dovrebbe attestarsi, secondo il Documento di finanza pubblica (Dfp) approva in Consiglio dei ministri, al 2,9 per cento con una revisione al rialzo rispetto al precedente 2,8 per cento.

Orizzonte recessione
All’orizzonte si scorgono solo nuvoloni. La crescita, già debole, subisce un’ulteriore frenata riportata nel Dfp, al +0,6 per cento, sempre più lontana dalla soglia psicologica dell’uno per cento. Con la possibilità che il dato debba essere rivisto ulteriormente al ribasso. Anche se Meloni fa professione di ottimismo: «I primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo».
La recessione, tuttavia, non è solo un incubo. La tempesta perfetta potrebbe arrivare con l’impennata dell’inflazione, causata dalla guerra in Iran, e la contestuale fine del Pnrr, che finora ha tenuto in piedi l’economia. A fine mese, peraltro, scade lo sconto di 25 centesimi sul prezzo dei carburanti. Difficile reperire risorse per un’ulteriore proroga dopo quella decisa il 7 aprile. Il caro-benzina si preannuncia un brutto colpo per il consenso del governo. Sono lontani i tempi in cui Meloni e Matteo Salvini promettevano di eliminare le accise. Oggi resta la nenia di dire che è colpa degli altri.

Dal punto di vista pratico, il deficit sotto il 3 per cento era l’ancòra di salvezza per Giorgetti: avrebbe garantito maggiori risorse, attivando prima di tutto la clausola di salvaguardia. Il meccanismo avrebbe permesso di spendere fondi per la difesa senza conteggiarli nella spesa primaria. «Serve una deroga», è ora la linea del Mef. Insomma, avere gli stessi benefici dell’uscita dalla procedura, senza averla realizzata, almeno sulle armi. L’obiettivo mancato mette un grande punto interrogativo sull’ultima legge di Bilancio della legislatura.
Bisognerà valutare come muoversi, tenendo conto appunto degli impegni assunti sugli investimenti militari. «La manovra dovrà essere adeguata alle situazioni del momento», ha detto Giorgetti, ammettendo una navigazione vista. «Viviamo in circostanze straordinarie», ha ripetuto Giorgetti, in riferimento alla guerra in Iran e alle sue conseguenze.
La difesa del ministro appare debole. Il Movimento 5 stelle ha attaccato: «Giorgetti pensi alle dimissioni, il ministro non è più in grado di governare le crescenti emergenze economiche». Il punto è soprattutto strategico. «Il vero fallimento è l’assenza totale di una strategia per la crescita», ha sottolineato il senatore del Pd, Antonio Misiani. Del resto gli anni di crollo della produzione industriale non sono un dettaglio: indicano l’avvitamento del sistema-Paese.

Promesse ridimensionate
E dietro i decimali del deficit c’è un risvolto politico. I partiti di governo devono cercare di capire come fare interventi da rivendere in campagna elettorale. Con questo quadro, per fare un esempio, salta qualsiasi ambizione di mettere mano al sistema pensionistico per favorire requisiti meno stringenti.
Notizia che non renderà felice Salvini. Ma la questione vale per tutti. La rotta è stata tracciata: accusare gli avversari e spingere sull’acceleratore dell’ennesimo decreto Primo maggio. Un copione già logoro.

Giorgetti, da parte sua, ha usato toni quasi salviniani, annunciando uno sforzo sul Patto di stabilità. «Non escluderei» di fare da soli sullo scostamento di bilancio in caso di deterioramento della situazione geopolitica. Gli scenari, del resto, sono peggiorati. Il Dfp ammette una frenata della crescita, già tra le peggiori in Europa: le stime sul Pil scendono al +0,6 per cento dal precedente +0,7.
Stesso dato previsto per il 2027, confermando le difficoltà dell’economia che dovrà affrontare anche l’uscita dal Pnrr, finora scialuppa di salvataggio per la tenuta dei conti.
Ma, per ammissione dello stesso Giorgetti, si naviga a vista: «Noi ministri dell’Economia siamo come i medici da campo, abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti». E sulla prospettiva per i prossimi mesi, il numero uno del Mef scarica tutto sugli Stati Uniti: «Chiedetelo a Trump». La pace, per il governo Meloni, è più un valore economico che morale.
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