Le patologie del presidente si sono diffuse nella sua amministrazione e in tutti gli Usa. Il Paese più potente del mondo ragiona in modo caotico e ha perso forse il contatto con la realtà, come mostra anche la gestione della guerra all’Iran. Alcune lezioni per il futuro. Un articolo del New York Times

Così Trump sta trasformando l’America in uno Stato psicotico

(di Jonathan Rauch e Peter Wehner – repubblica.it) – Ormai abbiamo capito da tempo che il presidente Trump possiede una mente disorganizzata e una personalità caotica. Ciò che gli ultimi mesi e specialmente le ultime settimane hanno messo in luce è che le patologie del presidente hanno avuto effetti a cascata all’interno della sua amministrazione. Si sono istituzionalizzate. Il motivo per cui spesso l’amministrazione non agisce con coerenza è perché non ci riesce. In questo secondo mandato di Trump il mondo si trova ad affrontare qualcosa di nuovo, sconcertante e spaventoso: uno Stato psicotico.

Questo non significa che tutti, all’interno del governo, siano emotivamente o psicologicamente instabili. Né si tratta di fare una diagnosi clinica del presidente. La questione è che all’amministrazione nel suo complesso mancano un costante contatto con la realtà e la capacità di organizzare il proprio pensiero in maniera coerente. La grandiosità, l’impulsività, l’incoerenza di Trump e il suo totale distacco dalla realtà si sono trasformate in prassi dello Stato.

La grande confusione della guerra all’Iran

Sotto questo punto di vista il secondo mandato di Trump è diverso dal primo. Nel 2020 Trump borbottava per i risultati delle elezioni o vaneggiava di curare il Covid con iniezioni di disinfettante, non era però in grado di trasformare in realtà le sue fantasie, almeno non sempre. Nel secondo mandato, invece, la psicosi istituzionale si è manifestata fin dal primo giorno. La guerra all’Iran ha reso evidente la dimensione del problema. L’avversario più potente in questo conflitto è proprio l’incoerenza dell’amministrazione.

L’amministrazione Trump ha deciso di dare avvio alla guerra senza aver fissato degli obiettivi, delineato una strategia, preparato piani di emergenza e senza nemmeno essere in grado di spiegare cosa sta facendo. L’obiettivo iniziale dichiarato era il cambio di regime, ma da un certo punto in poi ha smesso di esserlo. Minacce di distruzione totale sono state pronunciate e poi ritirate. A febbraio il programma nucleare iraniano ci è stato presentato come il casus belli, ma Trump lo scorso giugno aveva dichiarato di averlo «obliterato». Il presidente ha cercato di raccogliere attorno a sé una coalizione internazionale per riaprire lo stretto di Hormuz, poi ha detto che per farlo sarebbero bastati gli Stati Uniti e infine che lo stretto si sarebbe in qualche modo sbloccato da solo. Ha dichiarato che gli Stati Uniti avevano già vinto la guerra, poi che sarebbe finita presto, poi che finirà “quando me lo sentirò nelle ossa”. Come ha efficacemente sintetizzato un titolo del New York Times, la posizione del presidente riguardo all’Iran “può cambiare a ogni frase”.

Impreparati anche a causa dei tagli

Mentre ancora piovevano le bombe l’amministrazione, preoccupata per i rialzi del prezzo della benzina, ha rimosso le sanzioni su una parte del petrolio iraniano “dando impulso agli sforzi bellici dell’Iran”, come ha riferito il Washington Post. Gli esperti della regione sono rimasti sbalorditi quando l’amministrazione, davanti alla chiusura parziale dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, è apparsa impreparata: era una mossa tattica prevista da decenni. L’amministrazione avrebbe potuto essere colta meno di sorpresa se non avesse ridotto il personale dell’ufficio per il Medio Oriente del dipartimento di Stato, se non si fosse liberata dei suoi consulenti in materia di petrolio e gas e se non avesse chiuso il proprio ufficio dedicato all’Iran. L’amministrazione ha sabotato lo stesso Consiglio per la sicurezza nazionale: ha licenziato parte del personale per assecondare i desideri di una teorica del complotto e ne ha compromesso l’indipendenza – una pessima mossa, alla vigilia di una guerra. I post di Trump sui social media sembrano in contraddizione fra loro e rasentano la demenza.

L’incoerenza di questa amministrazione non è un caso, è il suo modus operandi. Il cosiddetto Dipartimento per l’efficienza del governo (Doge) ha seminato il caos fra le agenzie federali, licenziando dipendenti senza un criterio discernibile, per poi talvolta riassumerli, e non ha ridotto in maniera significativa la spesa del governo. Trump è passato dalla posizione «niente più guerre» a dichiarare guerra (all’Iran) o minacciare l’uso della forza militare (Venezuela, Groenlandia, Cuba) un mese sì e uno no. La politica nei confronti dell’Ucraina è stata allo stesso tempo di concedere e negare il proprio sostegno. I dazi sono saliti e scesi, sono stati imposti e ritirati secondo i capricci del presidente. A febbraio Trump si è vantato di aver ridotto il prezzo del gas, a marzo di averlo aumentato.

Tutto questo non è affatto normale.

Un “cervello” in difficoltà

Un’amministrazione normale definisce le proprie politiche raccogliendo informazioni da varie fonti, armonizzando i punti di vista e le priorità di molte agenzie e assicurando un processo deliberativo razionale prima di sottoporre al presidente le possibili opzioni. Uno di noi due ha fatto parte di tre amministrazioni repubblicane e ha partecipato ai processi di revisione interagenzia che si sono svolti in un dipartimento, in un’agenzia esecutiva e nella stessa Casa Bianca. Una sola frase in un discorso di politica estera del presidente raccoglieva il contributo di venti o più persone appartenenti al dipartimento della Difesa, al dipartimento di Stato, alla Cia, al dipartimento del Tesoro e così via.

Il processo di revisione delle politiche può essere tortuoso e talvolta fallace, e non si può sostituire al giudizio del presidente, ma è un processo vitale. Affronta domande difficili e valuta opinioni contrastanti, accoglie il contributo di esperti in materie specifiche, anticipa le possibili conseguenze di un provvedimento e prepara piani per ogni evenienza.

Questo processo assomiglia a una specie di «mente istituzionale»: un processo cognitivo che determina le decisioni del governo e assicura che siano razionali e ancorate alla realtà. Lo si può immaginare come l’equivalente di una corteccia prefrontale, la parte del cervello responsabile di funzioni esecutive di alto livello come il controllo degli impulsi e la pianificazione a lungo termine. Durante il secondo mandato di Trump tali funzioni esistono ancora ma possono essere compromesse, aggirate o semplicemente abbandonate in qualsiasi momento per volere del presidente e dei funzionari di più alto livello. Da questo punto di vista, è come se l’amministrazione Trump fosse priva di cervello.

L’ultima parola sulle decisioni politiche spetta al presidente, non ad agenzie o esperti subordinati, ma un processo irrazionale produce risultati inspiegabili, ed è quello che continua a verificarsi. L’unico criterio sembra essere il principio enunciato da Trump stesso per descrivere l’atteggiamento nei confronti di Cuba: «Penso che posso farne quello che mi pare». È questo il criterio di governo della sua amministrazione.

Quando un’agenzia va fuori controllo, l’amministrazione dovrebbe affrettarsi a stabilizzarla, come è accaduto con il Dhs, il dipartimento della Sicurezza interna, quando caos e violenza hanno portato all’uccisione di due cittadini americani nelle strade di Minneapolis. Ma finché non verrà ripristinato un processo politico coerente, sotto il controllo di un responsabile che ne comprende la necessità, possiamo aspettarci di veder erompere geyser di irrazionalità in luoghi e modi imprevedibili.

Un leader imprevedibile e disperato

Come è comprensibile, studiosi, giornalisti e politici hanno tentato di inquadrare il secondo mandato di Trump in uno schema almeno in parte razionale: populismo, isolazionismo, unilateralismo, nazionalismo, transazionalismo, imperialismo, teoria del folle, sfere di influenza e altro. Alcuni di questi schemi possono aiutare a comprendere il presidente e le persone che lo circondano. Come ha sostenuto uno di noi due, Trump è un patrimonialista: un leader che considera lo Stato una sua proprietà. Ed entrambi abbiamo detto che questa amministrazione presenta alcuni tratti fascisti. Alla fine dei conti, però, la psicosi istituzionalizzata sfida le categorie razionali. Quale che sia lo schema utilizzato, prevedere il comportamento dell’amministrazione risulta impossibile. E se il presidente, man mano che la sua popolarità diminuisce, diventa sempre più disperato, il pericolo non può che aumentare.

E questo porta tutti a domandarsi: quali possono essere le conseguenze se l’amministrazione del Paese più potente del mondo pensa in modo caotico, agisce in modo imprevedibile ed è scollata dalla realtà? Non lo sappiamo. L’America e i suoi alleati hanno gestito molte imperfezioni e fallimenti presidenziali ma non abbiamo precedenti, né categorie, per la psicosi istituzionale che caratterizza la seconda amministrazione Trump. Proprio perché lo stato psicotico è del tutto imprevedibile, cercare di impostare un sistema per gestirlo è inutile.

I baluardi razionali

Ciò pone il Paese e i suoi alleati nella precaria ma non disperata condizione di fare eccessivo affidamento sui baluardi razionali che rimangono. Alcuni di essi si trovano all’interno del ramo esecutivo: nelle burocrazie federali e nei servizi militari, dove pratiche e processi ordinari resistono meglio che possono. Ancora più importanti sono i baluardi negli altri rami del governo. I tribunali sono rimasti indipendenti e ancorati alla realtà. Il Congresso ha silenziosamente posto il veto ad alcune delle nomine più bizzarre di Trump e contrastato alcuni degli impulsi più distruttivi dell’amministrazione, come l’attacco sferrato contro il budget per la ricerca scientifica. I governi dei singoli Stati, specialmente di quelli a guida democratica, hanno usato i tribunali e le leggi statali per resistere all’agenda di Trump e chiedere a Washington un comportamento coerente.

Ancora più importante è il fatto che l’opinione pubblica sia a favore di un governo efficace e reattivo, e non delle mattate di uno Stato irrazionale, e che faccia sentire la propria voce.

La psicosi istituzionale è, in ultima analisi, autodistruttiva e insostenibile. La realtà troverà il modo di riaffermarsi, come sempre. Nel frattempo però saranno stati fatti danni ingenti, danni che richiederanno almeno una generazione per essere riparati.

Man mano che l’era Trump volgerà al tramonto, il Paese potrebbe reimparare qualcosa che non avrebbe mai dovuto dimenticare: che le istituzioni devono essere riformate, non distrutte e che governare richiede abilità e una forte attenzione al dettaglio, non leader che agiscono per impulso o ignoranza; e forse la stabilità mentale e di carattere hanno un peso ancora maggiore.

(Traduzione di Alessandra Neve)

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