I timori della premier di uno strappo con la Casa Bianca. E la nota resta in stand-by per nove ore. Pesa la tempesta sui social contro il silenzio solitario e a fine giornata a Palazzo Chigi prevale la paura di una perdita di consensi

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA – Nove ore. Di silenzio e imbarazzo. Tentennamenti e ripensamenti. Nel mezzo, alcuni messaggi tra le diplomazie di palazzo Chigi e Santa Sede, a registrare umori tendenti al grigio. Perché per buona parte della giornata neanche il Vaticano — al pari di molti altri — ha considerato il comunicato firmato al mattino da Giorgia Meloni come un tentativo di criticare Donald Trump (senza mai citarlo). E così, a sera, la premier è costretta a esporsi. Va dritta contro il tycoon, evento raro e diplomaticamente doloroso. Lo fa con una nota secca e stizzita verso chi non aveva compreso il senso delle sue parole. Per arrivarci, un percorso tortuoso che vale la pena raccontare.

Gli orari sono importanti. Il primo: segna le 9.41. Palazzo Chigi diffonde una nota con cui augura buon viaggio apostolico in Africa a Leone XIV, lodandone la volontà di perseguire la pace. Non è usuale che un presidente del Consiglio metta nero su bianco questo tipo di saluto, prima di una missione del Pontefice: di norma, come d’altra parte accade anche in questo caso, è un gesto affidato al Capo dello Stato. Nella notte, però, Trump ha esondato contro il Papa. E Meloni, dopo rapido consulto con i sottosegretari alla Presidenza, decide di scrivere quel testo. Per smarcarsi, ma in modo soft. Talmente soft da evitare di nominare il protagonista dello schiaffo a Leone.
Bastano un paio d’ore perché quel testo, che mai cita il presidente Usa, diventi oggetto di esegesi. Ovunque, dunque pure in Vaticano. Il dubbio è sostanzialmente questo: si tratta di un saluto scritto da tempo, senza tenere conto degli affondi di Trump, oppure — l’alternativa peggiore — è un comunicato che cerca di criticare il leader, senza neanche avere la forza di chiamarlo in causa?
Ed è qui che il quadro si complica. E che partono i messaggi della diplomazia. Non è chiaro, però, il livello dei contatti. Di norma i canali sono sostanzialmente due. Il primo serve a far comunicare Alfredo Mantovano e il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, il secondo coinvolge la premier e il “ministro degli Esteri” della Santa Sede, Paul Richard Gallagher. Stavolta, però, si trovano entrambi impegnati in Algeria con il Pontefice. Si muove un ufficiale di collegamento che spesso favorisce i colloqui tra le due sponde del Tevere. Da palazzo Chigi spiegano che quel comunicato intendeva sconfessare Trump.
La polemica, intanto, monta. È il fattore chiave, perché l’opinione pubblica preme e sui social dilaga lo sdegno verso il tycoon. La premier non può sopportare un altro potenziale colpo nel consenso interno. Il melonismo deve reagire. Parla prima il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami. Poi il suo omologo all’Europarlamento, Nicola Procaccini. Ma ancora: non basta. Pedro Sanchez, dalla Spagna, si scaglia contro Trump. E l’Italia non è una cancelleria qualunque, per storia e geografia: il suo territorio ingloba Città del Vaticano. Attorno alle 15, il comunicato di Meloni è pronto. Resta però in stand by. Si prova ancora a evitare il frontale con la Casa Bianca, ma non esistono molte alternative: le parole devono essere nette, per coprire la lunga prudenza. E così, alle 18.03, le redazioni ricevono la nota contro Trump. Da quella delle 9 sono trascorse nove ore. «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse stato chiaro…», premette Meloni. Non lo era.
DONALD PER LA MELONI ….
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Però la lingua è rimasta attaccata al qlo di Trump.
Ce ne vorrà di applicazione per staccarla!!!
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