Minaccia e terrorizza, si tira indietro, grida vittoria e dà spettacolo. Il linguaggio forte, aggressivo ed esagerato del presidente americano

Immagine di Una tempesta di penultimatum. Da dove viene la passione di Trump per l’iperbole

(di Siegmund Ginzberg – ilfoglio.it) – L’iperbole è una figura retorica che consiste nell’ingigantire a dismisura quel che si dice, per dargli più peso. Serve a creare enfasi, ad attirare l’attenzione. Serve a meglio convincere, meglio intimidire, meglio suscitare orrore. Adolf Hitler era un maestro nell’uso delle iperboli. Specie quando parlava degli odiati ebrei. Donald Trump l’ha superato in iperboli minacciando la distruzione, l’annientamento totale, il ritorno all’età della pietra dell’Iran. In una sola notte.

“Stanotte morirà un’intera civiltà, che non potrà più tornare”, l’iperbolica minaccia con cui aveva fatto inorridire il mondo intero. Salvo far marcia indietro all’ultimo istante, pochi minuti prima dello scadere dell’ultimatum. Anzi, del penultimatum, uno dei tanti a cui il presidente americano ci ha abituato. Appena qualche ora prima la Casa Bianca si era data la pena di precisare che non intendeva comunque lanciare delle atomiche. Phew! Sospiro universale di sollievo. Ma resta il dubbio: diceva sul serio o era un modo di dire, un’iperbole? Il conflitto politico è spesso fatto di iperboli, esagerazioni. Le iperboli si nutrono di metafore. Le metafore diventano stereotipi micidiali.

Hitler amava le iperboli. Ne faceva ampio uso. Un esempio di iperbole è l’idea del “Reich millenario”. Un altro è l’idea della “pugnalata nella schiena”, da parte dei socialdemocratici e degli ebrei, che avrebbe fatto perdere alla Germania la Prima guerra mondiale. Un altro ancora, la volontà dei nemici di “rovinare”, “distruggere”, “sterminare” il popolo tedesco. Genocidi gli ebrei, i bolscevichi e la grande finanza internazionale (che nei suoi discorsi erano immancabilmente la stessa cosa). Costante il riferimento agli ebrei come peste, parassiti, microbi, vermi schifosi. “C’è mai stata una forma di sozzeria, di dissolutezza, in cui non sia stato coinvolto almeno un ebreo? Appena appena si incide l’ascesso spunterà un giudeo, sorpreso dalla luce come una larva di mosca nella carne in putrefazione”. Un’esagerazione, un’iperbole. Una bagatella per il massacro per dirla con Céline. Hitler però diceva sul serio quando, nel celebre discorso al Reichstag del 30 gennaio 1939 minacciò “l’annientamento della razza ebraica in Europa”.

Hitler amava le iperboli, dal “Reich millenario” alla “pugnalata nella schiena”. Ma sull’“annientamento della razza ebraica in Europa” era serio

Anche Trump è un entusiasta delle iperboli, del linguaggio forte, aggressivo ed esagerato. Ci sono verbi d’azione che usa in modo ossessivo, reiterato: obliterate, knock out, hit, crush, kill, destroy, take, annichilire, schiacciare, distruggere, uccidere, distruggere, obliterare, prendere, come in “Prendiamo Cuba”, “Ci prendiamo il petrolio”, e così via. Ne ha fatto un’analisi semantica puntuale e divertente una giornalista premio Pulitzer, Sarah Kaufman, autrice anche di un libro fresco di stampa dal titolo difficilmente traducibile: Verb Your Enthusiasm. Sostiene che i verbi sono “il superpotere segreto del linguaggio”, sono “i nostri sogni”, hanno un valore evocativo superiore rispetto ai sostantivi. “Il presidente usa i verbi per evadere le sue responsabilità, e anche per esprimere una nuova forma di leadership”, scrive la Kaufman. Usa verbi chiari, diretti, semplici per offuscare quel che non è in grado di spiegare.

Trump usa in modo ossessivo verbi come obliterate, crush, kill, destroy. Ne fa un’analisi semantica Sarah Kaufman, autrice di “Verb Your Enthusiasm”

“Open the Fuckin’ Strait, you Crazy Bastards, or you’ll be living in Hell- JUST WATCH!”, aprite quel cazzo di stretto, bastardi pazzi, o avrete l’inferno! – State un po’ a vedere [sottinteso, se non mi prendere sul serio?]. Sia lodato Allah”. Queste le parole delicate e diplomatiche che aveva usato il giorno di Pasqua. Trump non fa discorsi complicati e arzigogolati. La sua priorità è farsi capire dal suo elettorato, non rendersi simpatico agli intellettuali, ai giornali, ai media o al resto del mondo. E’ uno che parla come mangia. Non forbito, raffinato. Come si mangia nell’America profonda che lo ha votato, nei diner. Ricordo di quando, ormai parecchi decenni fa, avevo portato i figli ancora piccoli al mare in Florida. Nel capanno accanto c’era una famiglia di operai venuti da Detroit. Avevano un bambino della stessa età dei miei, con cui fecero amicizia. Si cibava solo di doughnuts (la dolcissima ciambella glassata), di uova fritte con bacon e di hamburger. Uno steak non l’aveva mai assaggiato.

Trump ha fatto ricorso a un altro verbo, il verbo vincere, per spiegare perché ha dato il contrordine. Non il “Vincere!” imperativo, come lo slogan mussoliniano. Ma vincere declinato al passato: “Ho vinto”. E’ una vecchia solfa. “We’ve won”, abbiamo vinto, aveva proclamato già lo scorso marzo, quando la guerra, e le tempeste sul petrolio, erano ancora agli inizi. Vittoria!, è stato l’argomento con cui ha spiegato il rinvio della “soluzione finale”. Con gli iraniani a fargli eco e cantar vittoria in modo speculare. Ai posteri l’ardua sentenza su chi abbia vinto davvero. Da quel poco che si capisce il partito degli ayatollah resta al suo posto. C’è stato cambio di personale al vertice, più che il vantato cambio di regime. Hormuz è sempre sotto tiro. “Ci guadagneremo tanti soldi”, la promessa agli americani di Trump, che svela quale fosse sempre stata la posta in gioco.

A dirla tutta, lo spiraglio di un deal, un compromesso d’affari non era venuto meno neanche nel momento più buio. Nemmeno nel post in cui Trump annunciava l’imminente fine del mondo per l’Iran. Stava in un avverbio buttato lì, un however, “tuttavia”. “Tuttavia, ora che [in Iran] abbiamo un cambio di regime completo e totale (Complete and Total, in maiuscolo), in cui prevalgono menti meno estremiste, forse potrebbe succedere qualcosa di meravigliosamente rivoluzionario. CHISSÀ – Lo vedremo stanotte, uno dei momenti più importanti nella lunga e complessa storia del mondo [le iperboli trumpiane si sprecano]”.

A chi si rivolgeva quando ha minacciato, e poi quando ha spiegato perché rinunciava a scatenare l’apocalisse? Non certo agli iraniani. Non a chi è al potere a Teheran e che, ormai è chiaro, ci resterà. E’ difficile convincere con argomenti del genere chi, come il popolo sciita, ha il martirio come mito fondatore. Trump non si rivolgeva alla gente comune, al popolo, alle donne e ai giovani cui aveva promesso una mano a liberarsi dalla tirannia degli ayatollah, e dalla prepotenza fanatica dei basij e dei pasdaran. Li aveva abbandonati in mezzo al fuoco incrociato della repressione da una parte e dei bombardamenti dall’altra. Gli oppositori del regime in Iran e quelli in esilio, la campionessa dei diritti umani e Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, persino il figlio dell’ex Scià, lo avevano implorato di non scatenare contro il loro popolo l’inferno minacciato. E lui, Trump, duro, inflessibile. L’anatema del Papa americano? Non poteva importargliene meno. La reazione inorridita degli alleati europei? Men che meno. Li aveva appena chiamati codardi. “Sono decenni che li difendiamo. E non gli chiediamo niente. Gli avevo chiesto una piccolezza, di darci una mano a tenere aperto Hormuz, e loro hanno rifiutato”. Gli aveva promesso la paga: “Me ne ricorderò”. Gli alleati asiatici, Corea e Giappone? Attraverso Hormuz importano molto più petrolio di quanto ne importi l’Europa. Ma ve lo immaginate Trump che si fa commuovere dai loro lamenti? A Putin non pareva vero che continuasse farsi sempre più prezioso il suo petrolio e il suo gas. Solo la Cina avrebbe potuto farsi ascoltare. Ma come? Se l’ha fatto, l’ha fatto in sordina, per interposto Pakistan. Senza dichiarazioni altisonanti, come può fare solo chi è forte davvero.

A chi si rivolgeva quando ha minacciato, e poi quando ha spiegato perché rinunciava a scatenare l’apocalisse? Non certo agli iraniani

Restano poche possibili spiegazioni logiche. Che Trump abbia minacciato l’apocalisse, e poi l’abbia rinviata in modo così teatrale, creando magistrale suspense (ci sono cascati quasi tutti), tenendo il mondo col fiato sospeso, è la sua cifra, il suo modo di fare, insomma è lui. Great tv. Non c’è che dire, sa fare spettacolo. E’ noto che se ne compiace. Lo spettacolo innanzitutto: the show must go on. Dire tutto e il contrario di tutto un istante dopo è un asset diplomatico. Consente elasticità, impagabili giravolte, la superiorità data dall’imprevedibilità, come le mosse dell’ubriaco nelle arti marziali. Ma è anche un handicap. Ne va della credibilità. Dannato se minaccio cose tremende e attuo le minacce. Più dannato ancora se non le metto in atto. Nessuno più prenderà sul serio i miei bluff.

Trump ha anche un problema di sostanza: sta perdendo consensi a rotta di collo. La sua base elettorale, quel mix che l’aveva portato d’impeto alla Casa Bianca, è divisa come non mai. Perde consensi tra i lavoratori, i “dimenticati” dei cui voti aveva fatto man bassa, specie neri e ispanici che erano stati decisivi. Perde consensi tra i giovani, tutte le classi di giovani. Deve vedersela non più solo con questo o quel giudice “nemico”. La Corte suprema, dominata da giudici da lui nominati, si appresta a dargli una mazzata micidiale, bocciando il suo tentativo di “reinterpretare” il 14esimo emendamento alla Costituzione che sancisce lo ius soli, il diritto di cittadinanza a tutti i born in the U.S.A. Altro che referendum sulla separazione delle carriere!

Una parte del suo movimento Maga guarda in cagnesco un’altra parte dello stesso movimento. Si sentono traditi dallo sfumare della promessa di non farsi più coinvolgere in guerre all’estero. Così come si sentivano traditi dopo che gli era stato promesso di fare piena luce sull’affaire Epstein. Si sentono traditi dalla promessa di meno tasse per tutti, bottino immenso da spartire coi dazi, età dell’oro alle porte. Tutto continua a rincarare, l’inflazione morde. Il raddoppio del prezzo della benzina rischia di essere il cerino che fa esplodere tutto. Trump sarà pazzo, ma non è stupido. Il mugugno arriva sino al suo ufficio ovale. Rischia grosso alle elezioni di midterm di novembre. Non può permettersi di perdere la maggioranza nel Congresso. Potrebbe essergli fatale: gli impeachment americani, si sa, non sono procedimenti giudiziari, il verdetto dipende sempre e solo da chi ha la maggioranza. Ragion per cui si comincia addirittura a sussurrare che le elezioni potrebbero essere cancellate. Sarebbe inaudito. Non è mai successo dal 1789 in poi. O forse gli basterebbe imporre la legge marziale in un certo numero di collegi elettorali in bilico.

Bisogna intendersi. Non tutti mugugnano e sono scontenti. C’è chi ha guadagnato e molto. Somme astronomiche passano di mano a ogni balzo sulle montagne russe dei prezzi del petrolio. C’è puzza di insider trading alla Casa Bianca. A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina, diceva Andreotti. Hanno guadagnato i super-ricchi, e i vecchi e i nuovi amici del presidente. Ma anche la gente, i poveracci, la cameriere a cui Trump ha condonato le tasse su mance e straordinari. Aprile è il mese più crudele, si suol dire. E’ quello in cui gli americani passano notti insonni a compilare quel vero e proprio rompicapo che sono le loro dichiarazioni fiscali, si preparano i tax returns. Ho letto sul New York Times un’inchiesta da cui si evince che i contribuenti attendono quest’anno corposi rimborsi. I dazi non si sono rivelati essere la follia pura e la catastrofe che gli economisti e molti addetti ai lavori avevano predetto. L’occupazione è aumentata. Il debito cresce esponenzialmente, ma sono troppo grandi per fallire. La crescita americana non si è arenata. La produzione industriale, in costante discesa da un decennio, ha avuto una pur modesta ripresa. L’inflazione stessa sembrava sotto controllo, almeno fino allo shock causato dalla guerra all’Iran. Insistere che tutto va male sarebbe come insistere sulla sciocchezza – qualcuno all’epoca dall’opposizione lo diceva – che nel terzo Reich i consensi a Hitler dal 1933 in poi sarebbero stati in calo perché i nazisti non mantenevano le promesse economiche.

Semmai si può dire che l’America si trova su un crinale da cui possono precipitare verso il baratro, o verso la valle di latte e miele promessagli. Basta una spinta. E non importa che succeda davvero. Quel che conta è l’aria che tira, l’umore, l’impressione che si vada in una direzione o nell’altra. Trump ha ancora carte da giocare. Una guerra può frenare (o accelerare) la frana. E’ andata così da che mondo è mondo. Per tenere insieme spezzoni di una coalizione che rischia di dividersi, per incollare interessi in conflitto, niente funziona meglio della chiamata a unirsi contro un nemico perfido e cattivo. Ma vale anche per il nemico. E mille volte di più se il nemico ha forte identità nazionale. Come ce l’ha l’Iran o ce l’ha la Cina. Un altro problema è che le guerre si sa come iniziano ma non come finiscono. Anche questa è una costante, da che mondo è mondo.

Una magnifica ricostruzione giornalistica sul New York Times delle discussioni nella situation room della casa bianca, nei mesi che hanno preceduto l’operazione Epic Fury, rivela che l’indecisione di Trump era reale. Non era solo una trovata per spiazzare tutti. Generali e responsabili dell’intelligence avevano vivisezionato quattro temi. Il primo affrontava la fattibilità della decapitazione, dell’uccisione di Khamenei; il secondo la messa fuori uso delle capacità missilistiche, quindi della capacità iraniana di bloccare Hormuz e far male ai vicini arabi dall’altra parte del Golfo; il terzo, la possibilità di un’insurrezione popolare; il quarto la fattibilità del cambio di regime a Teheran, come promesso da Netanyahu. Sul terzo e quarto punto fin dal primo momento gli avevano detto tutti che non si poteva fare. “Farsesco” aveva detto il capo della Cia Ratcliffe. “In altre parole, bullshit, una cazzata”, aveva ribadito il segretario di Stato Rubio. Sulla decapitazione, gli avevano detto che si poteva fare. E in effetti l’avevano fatto già al primo giorno di guerra. Anzi avevano deciso di fare la guerra proprio perché si presentava un’occasione, gli risultava che quel giorno l’ayatollah si sarebbe riunito con i suoi massimi collaboratori, alla superficie del suo bunker, praticamente allo scoperto.

La ricostruzione del New York Times rivela che l’indecisione di Trump era reale. Continuava a chiedere: “E dopo questo, che succede?”

Trump seguiva i briefing con diligenza. Continuava a chiedere “E dopo questo, che succede?”. Ma sembrava interessato ad ascoltare solo quello che gli faceva piacere ascoltare. A tratti nei suoi post su Truth dà l’impressione di dare per fatte vittorie che gli avevano ventilato solo per possibili. Anche perché i generali non gliel’hanno detta proprio tutta. Si sono trincerati dietro il parere “puramente professionale”, insistendo che le valutazioni sulle conseguenze militari e strategiche spettavano al solo presidente. Trump aveva infine deciso “in base al suo istinto”. Se manterrà la decisione d’istinto di non scatenare il finimondo sull’Iran è ovviamente un altro paio di maniche. Quando si accumula un’armada di quelle proporzioni è giocoforza usarla. Tenerla inattiva costa più che perderla. E’ il ragionamento che probabilmente portò Putin a invadere quattro anni fa l’Ucraina. Sono ancora lì.

Uno che si affidava al proprio istinto era sempre Adolf Hitler. Ho trovato affascinante la lettura in rete di uno studio del consulente del Pentagono Daryl G. Press sul modo in cui Hitler aveva discusso con i suoi generali le crisi che precedettero l’Anschluss con l’Austria, la conquista della Cecoslovacchia e l’invasione della Polonia. Si intitola: The Credibility of Power: Assessing Threats during the “Appeasement” Crises of the 1930s. Ne viene fuori, in base a un’impressionante documentazione, che il Führer valutava i pro e i contro, e stava a sentire i suoi generali con più attenzione di quanto faccia Trump. E che questi gli dicevano le cose in faccia più coraggiosamente di quanto facciano i generali di Trump (quelli che lui e l’impomatato Hegseth non hanno ancora cacciato). Tanto che il ministro della Guerra, Blomberg, il comandante supremo della Wehrmacht, Fritsch, e il capo di Stato maggiore Beck, lo fecero infuriare sconsigliando la guerra e si dovettero dimettere (Beck era la personalità che avrebbe dovuto sostituire Hitler se il colonnello von Stauffenberg fosse riuscito ad assassinarlo). Hitler, come Trump, alla fine decideva lui. Ma, a differenza di Trump, non era più costretto a sottoporsi al giudizio degli elettori.