Dal Molise al ponte di Messina, quel disprezzo per l’ambiente

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Partiamo per una volta dalla fine, cioè dalla soluzione del dissesto idrogeologico nel nostro martoriato Paese, oggi addirittura tagliato in due, sul versante adriatico, a causa di frane, smottamenti e alluvioni (le cui problematiche conosciamo benissimo). Per giunta all’altezza del Molise che, come si sa, nemmeno esiste. Ovviamente non c’è una sola soluzione e, anzi, mai come nel caso del rischio idrogeologico, si deve meglio parlare di soluzioni al plurale. Dovrebbe però essere ormai chiaro che queste soluzioni non sono solo tecnico-scientifiche, ma, prima di tutto, culturali: se fosse solo una questione di investimenti e tecnologie avremmo dovuto già risolvere il problema da decenni. E, invece, eccoci qui a commentare, in pratica, sempre la stessa situazione diversamente declinata dalla Calabria a Niscemi, dal Veneto all’Abruzzo. Ed eccoci qui con il poco invidiabile record di frane continentali: 620.000 su 750.000 censite in Europa.

In questo caso si tratta di una frana intermittente, in altre parole, semplicemente attiva: una frana che non è possibile né circoscrivere né bloccare. Una frana che continuerà a lavorare per mesi, esattamente come quella di Niscemi e come decine di altri smottamenti italiani. Una frana nota da più di un secolo, come le frane di Ancona o del Messinese, una frana cui noi non abbiamo tributato il giusto rispetto, in primo luogo dimenticandola e, secondariamente, continuando a operare in soli termini di opere. Ecco il punto è proprio questo: la soluzione è solo in pochi casi questione di opere imposte e denari spesi. Intendiamoci, in alcuni casi si deve intervenire con argini, massicciate e cemento, ma la soluzione è prima di tutto lasciare in pace il territorio, farla finita di costruire come se fossimo appena usciti da una guerra mondiale. Iniziamo a cambiare il paradigma: più lasci in pace un versante o un fiume, meno danni questi arrecheranno. Più fai un passo indietro, più salvi vite e convivi armonicamente in un territorio che è, per definizione, giovane e attivo geologicamente.

Intaccare, invece, il manto del suolo nelle zone critiche con costruzioni e infrastrutture significa preparare il terreno alle frane. Costruire nelle aree golenali, imporre dighe, prelevare sedimenti dai fiumi, disboscare la vegetazione riparia significa creare il rischio dove prima non c’era. Un passo indietro, qualche volta anche due, di questo dovremmo parlare, invece di inseguire una cementificazione che non porterebbe alcuna sicurezza e anzi peggiorerebbe la situazione. Più natura significa maggiore sicurezza e tutela della risorsa suolo, non rinnovabile alla scala dei nostri tempi. Perché il territorio che sottrai al fiume, quello prima o poi se lo riprende e non ci sono opere che tengano. Per queste ragioni una delle soluzioni da praticare in termini di prevenzione è delocalizzare la popolazione che vive in aree a rischio elevatissimo, farlo in fretta e farlo bene.

Non deve sembrare un paradosso, perché nella attuale situazione idrogeologica nostrana la risposta delle opere ha funzionato ben poco: con il 95% dei comuni che hanno almeno una parte del territorio ricompresa in zone a rischio idrogeologico si capisce bene come sclerotizzare il tessuto naturale rimasto sia controproducente. Ma le avete viste le immagini del Trigno che spazza via il viadotto e le strade? O quelle delle frane che portano a valle ogni cosa? Quali opere potrebbero contenerle? Quale muro potrebbe proteggerci? Eppure c’è sempre il nostalgico della soluzione ingegneristica che tutto risolve, non avendo compreso che c’è una differenza sostanziale fra un fiume e un canale e fra una collina e un paese.

Vasche di laminazione vanno bene in certi casi, per esempio in Arno alle porte di Firenze, ma sono una jattura ambientale in altri, per esempio sul Tagliamento. Nel caso poi di corsi d’acqua corti a carattere torrentizio in particolari condizioni geomorfologiche (in pratica tutti i fiumi italiani minori) o non ci sono nemmeno le possibilità per scavarle oppure porterebbero scompensi ambientali maggiori dei possibili vantaggi idraulici. Altre opere non hanno effetti positivi. L’unica cosa è la rinaturazione del territorio (voluta anche a livello europeo), che ha comunque un costo e impegna forza lavoro, ma almeno è in funzione delle generazioni future. Le risorse economiche ci sarebbero, se non si vuole immobilizzarle ancora in un ponte faraonico figlio della stessa mentalità che ha portato al disastro attuale generalizzato del nostro territorio.