Dalla casa a sua insaputa di Scajola alla bisteccheria di Delmastro le analogie tra l’attuale esecutivo e quello del Cavaliere

(di Concetto Vecchio – repubblica.it) – E’ vero che Giorgia Meloni sogna ardentemente di superare Silvio Berlusconi, vincendo lo scudetto dei governi più longevi della Repubblica, salvo rimpasti che portano al bis o elezioni anticipate, succederà a settembre. Ma la premier e il Cavaliere hanno un’altra cosa in comune. Ovvero, i loro esecutivi, di gran durata, sono stati sì stabili, ma non indenni da scandali e dimissioni.
Il Berlusconi II registrò l’avvicendamento di Renato Ruggiero, Claudio Scajola, Giulio Tremonti, Umberto Bossi, Franco Frattini, Rocco Buttiglione, Carlo Giovanardi, Mario Baccini, Luigi Mazzella.
Nel Berlusconi IV lasciarono Scajola, Sandro Bondi, Aldo Brancher, Angelino Alfano, Luca Zaia, Andrea Ronchi. Il governo Meloni al momento è solo a quota tre: Raffaele Fitto perché promosso in Europa; Gennaro Sangiuliano per l’affaire Boccia; e da ultimo è toccato a Daniela Santanché, vittima degli scandali e sacrificata sull’altare della batosta al referendum.
Oggi come oggi Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, è il terzo governo più longevo di sempre. Al primo posto c’è il Berlusconi II, che rimase in carica dal giugno 2001 ad aprile 2005; seguito dal Berlusconi IV, in sella dal maggio 2008 al novembre 2011, quando cadde stroncato dallo spread. Ma le turbolenze, a dispetto della retorica del “lasciateci governare”, non sono mai mancate. Nè ieri, né oggi.
Prendiamo il governo dei record, il Berlusconi II. A un certo punto finì perché i centristi dell’Udc, guidati dal vicepremier Marco Follini, imposero una discontinuità nell’azione di governo (sia detto in estrema sintesi), e alle amministrative di quella primavera il centrodestra perdipiù era andato male. “Intendo dare una risposta politica a un segnale di disagio venuto dal Paese”, disse il Cavaliere al Senato, prima di recarsi al Quirinale, dal presidente Ciampi, per dimettersi; con Follini si dimisero i ministri Buttiglione, Baccini, Giovanardi. Fu l’epilogo di quella compagine, a un anno dalla fine della legislatura. Era appena stato eletto Papa Ratzinger, il professor De Rita scriveva che il ceto medio si stava stufando delle promesse di Silvio e nei giornali le grandi firme godevano ancora degli articoli in corsivo.
Anche adesso manca un anno, e sta succedendo di tutto.
Il Berlusconi II fu funestato da molte uscite anticipate. L’europeista Ruggiero lasciò nel gennaio 2002 perché Bossi e Tremonti erano stati freddi sull’euro appena entrato in vigore; sei mesi dopo toccò a Scajola perché definì Marco Biagi – il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse – “un rompicoglioni”; poco dopo sbatté la porta Tremonti, nel frattempo non più gradito ad Alleanza nazionale per beghe nella maggioranza (sia detto in estrema sintesi); lasciò anche Bossi, da ministro delle Riforme, per curarsi dopo l’ictus; due anni dopo Frattini andò a fare il commissario Ue, e prima di Natale si fece da parte anche il ministro tecnico Luigi Mazzella. Per non parlare dei sottosegretari andati via anzitempo, tra cui si segnala uno Sgarbi in lite col ministro Urbani. Sgarbi, peraltro, se ne è andato anche da questo governo.
Il governo Berlusconi IV governa negli anni del Bunga Bunga. Mamma mia sono passati quindici anni! E c’era Giorgia Meloni già ministra, alla Gioventù. Ancora una volta al centro di uno scandalo ritroviamo Scaloja, per l’indimenticabile casa con vista mozzafiato sul Colosseo comprata a sua insaputa. Una vicenda che gonfiò le vele dei grillini, che tre anni dopo sbarcheranno in Parlamento col 25 per cento dei voti. Nel marzo 2011 Sandro Bondi si sentì abbandonato da Silvio e dai suoi e tornò a dedicarsi alla poesia; lasciarono anche ministri i cui nomi risuonano come quelli dei giocatori delle vecchie figurine Panini: Aldo Brancher, in carica per diciassette giorni; Angelino Alfano si dimise da Guardasigilli per dedicarsi alla cura del partito, ma poi Berlusconi fece sapere che gli mancava il quid; Luca Zaia tornò in Veneto per una felicissima carriera da governatore, e i finiani sbatterono la porta, dopo che Fini, allora presidente della Camera, disse a Berlusconi: “Che fai, mi cacci?” E così se ne andò il ministro Andrea Ronchi. Era il novembre 2010. Ma Berlusconi non cadde perché magicamente arruolò Scilipoti e Razzi.
E oggi? Magari a Giorgia Meloni riuscirà di superare Berlusconi, centrando l’agognato record. Ma è probabile che un giorno, di questo governo, che annovera anche le dimissioni di un viceministro e di cinque sottosegretari,ricorderemo la cicatrice di Sangiuliano, la bisteccheria di Delmastro, la confessione amorosa di Claudia Conte sul ministro dell’Interno Piantedosi, le vicende di Augusta Montaruli, costretta a lasciare per gli incauti acquisti di Rimborsopoli, anche se sul sito di palazzo Chigi figura ancora come sottosegretaria alla Cultura. A tre anni dalle dimissioni.
La longevità di un governo non è un merito né un demerito. Significa solo che i partiti si sono divisi il potere senza prestarsi i piedi a vicenda.
In questa spartizione il bene dei cittadini è totalmente escluso.
Inoltre se un governo breve ha almeno l’attenuante che “non ci hanno lasciato lavorare”, uno lungo è pienamente responsabile di quello che ha realizzato e non ha realizzato.
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Ingegnoso!!! 😀😆
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Veramente è il berlusconismo che rivive nonostante la dipartita del capo.
Mafia,scandali,leggi ad personam,rimpasti e le mani del “privato” sulle risorse pubbliche,per non parlare di trasmissioni TV da avanspettacolo per mostrare un’italia irreale!
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