
(Anna Foa – lastampa.it) – Alla fine, in terza istanza, il parlamento israeliano ha approvato la legge che introduce la pena di morte per i “terroristi” palestinesi, per meglio dire per i palestinesi condannati per terrorismo. Una legge formulata in modo tale da escludere qualsiasi possibilità di applicazione nei confronti degli ebrei. Una legge contro la cui introduzione si erano espressi pochi giorni fa i ministri degli esteri di Germania, Regno Unito, Francia e Italia.
Di fatto, l’introduzione in un paese di una legge che distingue fra i suoi cittadini, anche se non colpisce direttamente i palestinesi cittadini di Israele ma solo quelli dei territori occupati, Gaza e Cisgiordania, Gerusalemme Est compresa, rappresenta l’introduzione dell’apartheid in questo paese. Quanti ancora contestavano l’uso di questo termine, quanti sottolineavano che di apartheid si poteva parlare solo nella Cisgiordania occupata, non entro i confini dello Stato, dovranno ora accettare questa definizione dal momento che questa legge è stata votata dal parlamento di Israele.
Da oggi, Israele ha una legge per gli ebrei e una per i palestinesi.
Ma non basta. La legge, che sancisce che la esecuzione debba avvenire entro novanta giorni dalla condanna, per impiccagione, sedia elettrica o iniezione letale, introduce anche delle gravissime limitazioni nella carcerazione dei prigionieri palestinesi, impedisce loro di avere contatti con le famiglie, ne indurisce la carcerazione che già era pesantissime e segnata da violenze e torture.
In Israele, la pena di morte era stata abolita nel 1954, almeno nella legislazione civile. Era rimasta nella legislazione militare e nel caso di crimini contro l’umanità. Fu applicata solo due volte, la seconda nel caso di Adolf Eichmann. Ma dopo che il criminale nazista fu condannato all’impiccagione si aprì in Israele un dibattito molto vivace sulla necessità di eseguirla. Un gruppo di importanti intellettuali, fra cui Martin Buber e Judah Magnes, il fondatore dell’Università ebraica di Gerusalemme, si opposero in nome del fatto che l’esecuzione di Eichmann non avrebbe in nessun modo risarcito i sei milioni di ebrei morti nella Shoah ma avrebbe invece minato l’etica dello Stato. Anche la tradizione talmudica è molto prudente riguardo alla pena di morte e la circonda di tante e tali cautele da renderne molto difficile l’applicazione. Oggi invece un ministro come Ben Gvir, un razzista, un terrorista coinvolto nell’omicidio di Yitzak Rabin, esulta dopo l’approvazione di questa legge e si fa fotografare fiero di «aver cambiato la storia».
È un giorno triste questo per Israele e per gli ebrei di tutto il mondo, un giorno che segna la fine della democrazia in Israele. La pietra tombale su una democrazia già limitata, molto contestata, ma comunque ancora esistente. Segnerà anche la fine di ogni possibilità di opporsi al governo razzista che domina il paese? E come reagiranno di fronte a una legge di questa gravità i 48 deputati che hanno votato contro, rispetto ai 62 che hanno votato a favore? Si creerà un’opposizione forte e combattiva, oppure anche questo finirà per essere assimilato, accettato, giustificato in nome della sicurezza? Sarà lo spartiacque che segnerà la rinascita, o la fine di Israele e della sua storia, e la fine di ogni residua considerazione nel mondo per lo Stato degli ebrei?
L’unica democrazia mediorientale, con genocidio in fieri, l’apartheid di stato, senza costituzione e con un libro sacro come vademecum, in guerra permanente dalla sua fondazione e i suoi governanti ricercati da tutto il mondo per crimini contro l’umanità.
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Anna Foa mi sembra arrivare sempre con ritardo a riconoscere l’involuzione genocida di Israele e sempre la descrive in termini di minimizzazione. L’apartheid in Israele esiste da sempre, già da sempre con l’esclusione dei cittadini israeliani di etnia palestinese dall’esercito (e sicuramente realizzata in ogni possibile forma amministrativa e securitaria), poi formalizzata con la proclamazione dell’ebraicità dello Stato. Il passo attuale mi sembra rappresentare piuttosto un altro tassello nella istituzionalizzazione e normalizzazione del genocidio.
Non siamo ai livelli del giustificazionismo della Segre ma poco ci manca.
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È sempre un piacere, leggendo le sue parole, lasciarsi accarezzare dalla sua cultura come i piedi sfiorati dall’acqua sul bagnasciuga.Anna Foa🔝
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