Le infinite balle spaziali di Trump mentre questa guerra dissennata ci presenta il conto dritto sotto il naso

(Gianvito Pipitone) – Lo abbiamo imparato a nostre spese. Fare affidamento su qualsiasi pronunciamento di Trump è, di per sé, un esercizio inutile. Lo è sempre stato, ma lo è ancora di più in questa guerra dissennata che infuria da trentatré giorni; durante i quali ne ha dette di cotte e di crude con un tasso di volatilità che nemmeno i suoi più appassionati sostenitori riescono ormai a giustificare. L’ultima boutade l’ha confermata la Casa Bianca per bocca della portavoce Karoline Leavitt: riaprire lo Stretto di Hormuz non rientra tra i “core objectives” che il Tycoon si è posto per chiudere le operazioni militari contro l’Iran. Per quel che lo riguarda, dunque, la guerra può pure finire qui. Magari fosse vero…

Il punto è però un altro: ora che il cane è stato aizzato e shakerato a dovere, come pensa di placarne la bavosa rabbia? Detto altrimenti – ammesso che il ritiro da questa guerra sia anche solo plausibile – in che condizioni viene lasciato il mondo, ora che quel dannato capriccio di attaccare l’Iran si è trasformato in un pantano con sabbie mobili? Non solo per sé e la sua amministrazione, ma per ciascuno degli abitanti di questo disgraziato pianeta.

Al netto di tutto, e a meno di repentine smentite, la dichiarazione di ieri ha il suo peso. Perché conferma, tra le righe, quello che Trump non dirà mai apertamente: che si è infilato in un vicolo cieco, senza alcuna via d’uscita. E che stavolta il re del mondo si dovrà accontentare soltanto dell’odore del petrolio. La favola di Esopo – quella della volpe e dell’uva – torna qui preziosa come non mai. Partito per fare sfracelli, obiettivi su obiettivi, annunci trionfalistici su Truth Social e minacce ogni due per tre, il presidente degli Usa si ritrova ora a dover raccontare al mondo che quell’uva, in fondo, era un po’ acerba. Che non valeva tanta fatica. Un uomo cui certo non difettano né l’imbarazzo né la vergogna.

Nel frattempo il gioco alla guerra perverso, innescato in compagnia dell’amico di merende Netanyahu, parla chiaro. I transiti giornalieri attraverso lo stretto sono crollati del 90-95% rispetto a prima del conflitto, con centinaia di petroliere intrappolate nel Golfo Persico. Mentre i Pasdaran iraniani – c’è da scommetterci – non molleranno l’osso: lo Stretto è per loro l’ultimo fazzoletto di terra e di mare da difendere, il perno simbolico e strategico di un’intera regione. E se questa non è una posizione da scacco matto, poco ci manca.

Lontani da microfoni e telecamere, così, gli Stati Uniti si leccano le ferite militari e soprattutto finanziarie: più di 850 costosissimi missili da crociera Tomahawk bruciati nel nulla, circa nove volte il numero che il Pentagono acquista mediamente ogni anno. Con il conto militare di questa “guerra preventiva” che comincia a fare dannatamente male. Ma è il conto generale quello che ha tolto il sonno da un pezzo: non solo a Washington, ma soprattutto a noi, in Europa.

Il blocco dello stretto ha tagliato circa il 20% dell’offerta mondiale giornaliera di petrolio greggio, con il Brent che ha superato i 110 dollari al barile. Per chi fa benzina, un aumento del 25-30% alla pompa, già in corso. Le alternative esistono, ma sono insufficienti. Solo l’Arabia Saudita riesce a tenere parzialmente botta, dirottando i flussi verso il porto di Yanbu attraverso la condotta est-ovest; mentre gli Emirati fanno lo stesso verso Fujairah via Abu Dhabi Crude Oil Pipeline. Ma la capacità combinata di questi due corridoi copre al massimo il 35% del volume che normalmente transita per Hormuz. Il resto manca. E manca ogni giorno.

Al gas è andata anche peggio. Il blocco di Hormuz e i ripetuti attacchi al complesso di Ras Laffan in Qatar hanno tolto dal mercato circa 28 milioni di tonnellate di GNL: il gas naturale liquefatto che scalda le case, alimenta i termosifoni e i fornelli di mezza Europa, trasportato su navi cisterna e rigassificato una volta a destinazione. Il risultato è che i prezzi del gas sulla borsa di Amsterdam, dove viene quotato, sono già aumentati del 50%. Si salvi chi può, con le prossime bollette.

Poi c’è il problema dei fertilizzanti, meno visibile ma forse ancora più grave nel medio periodo. Mentre mercati e governi si sono concentrati sul petrolio e sul gas, la restrizione al transito di urea e ammoniaca – i fertilizzanti azotati senza i quali l’agricoltura industriale moderna semplicemente non funziona – minaccia la sicurezza alimentare di intere regioni del pianeta, comprese le verdi pianure del Midwest americano. Un terzo della produzione mondiale di queste sostanze passa – indovina da dove – esattamente da Hormuz. Con i prezzi dell’urea che, manco a dirlo, sono già saliti del 50%, quelli dell’ammoniaca del 30%. E con la semina dell’emisfero nord in corso in queste settimane, i conti sui raccolti si faranno solo a luglio. di certo non ci saranno sorprese: possiamo stare certi che saranno un salasso. L’effetto pratico sarà pressoché immediato e visibile a chiunque faccia la spesa: mais, grano, soia, ortaggi più cari; pane, pasta, carne, latticini seguiranno a ruota.

Gli attacchi allo stesso impianto di Ras Laffan – che produce da solo un terzo dell’elio mondiale – hanno poi innescato un razionamento immediato, con i prezzi spot più che raddoppiati. L’elio non è proprio una materia prima astratta: serve per produrre semiconduttori, far funzionare server e intelligenza artificiale, eseguire risonanze magnetiche, alimentare applicazioni aerospaziali e della difesa. Tutto ciò che muove l’economia moderna e tiene in piedi gli ospedali. Bingo.

E infine c’è un rischio che nessuno osa nominare con sufficiente chiarezza, e che è forse il più grave di tutti: l’instabilità del dopo. Trump e Netanyahu – la coppia stellare dei signori della guerra – hanno decapitato la casta dirigente iraniana che, bene o male, governava in Iran. Che era sì una controparte, per quanto ostile e inaffidabile, ma che comunque aveva presa sul paese. E ora ? Con chi sarà possibile discutere di pace in Iran ? Nelle sue ultime uscite Trump parla di trattative con “un nuovo regime, più ragionevole”; senza però spiegare chi sia questo regime, come si sia formato, chi lo controlli davvero. Come per tutto il resto, c’è da credere alla solita balla spaziale.

Quello che invece è certo è che l’arsenale militare iraniano – seppure intaccato – esiste ancora, che le milizie addestrate dai Pasdaran sono sparse in quattro paesi, e che un arsenale di uranio arricchito nelle mani sbagliate ha un nome preciso: proliferazione nucleare. In tutti questi anni di attesa, l’Iran aveva accumulato riserve strategiche di petrolio e aumentato esponenzialmente le esportazioni nelle settimane precedenti il conflitto, come chi si prepara a un lungo assedio. Mentre i Pasdaran sono stati addestrati per anni esattamente per questo scenario. Chi pensava – dunque – di fare una guerra lampo contro una struttura del genere o era in malafede, oppure non aveva letto una pagina di storia militare del Novecento. O entrambe le cose.

Ecco spiegato il patatrac, a livello mondiale. Quell’America un tempo alleata – per quanto difficile, per quanto scomoda – è diventata oggi il peggior veicolo di crisi e il più grave rallentatore di crescita al mondo. Una zavorra che non ci voleva, nel momento peggiore. E l’Europa, in tutto questo – colpevole in passato di essersi troppo addossata all’alleanza transatlantica fino all’annaullamento- è diventata adesso il primo bersaglio involontario: pagando di faccia in euro, in centesimi alla pompa, in raccolti salati, in quella instabilità che non ha né cercato né voluto, solo subìto.

Non ci resta che una magra consolazione. La storia giudicherà molto severamente Trump, oltre che Netanyahu. In primis per la distruzione di vite umane innocenti – ad oggi le stime parlano di poco meno di cinquemila vittime civili accertate nel conflitto allargato a Iran, Golfo e Libano, e di tre o quattromila caduti tra le fila dei Pasdaran. Un aspetto sempre troppo trascurato nelle analisi geopolitiche concentrate su costi e benefici, come se le persone fossero una variabile residuale del modello.

La storia giudicherà, questo è certo. Il problema è che giudica sempre quando è troppo tardi; e quasi mai in modo simmetrico. Nel frattempo, a noi tocca pagare il prezzo degli errori altrui. Ma se mai dovessero emergere gli estremi per un “impeachment”, allora sì: questo conto – fatto di vite spezzate, di guerra, di petrolio alle stelle, di fame nel Sud del mondo, di proliferazione nucleare incubata nel caos – dovrebbe essere presentato a Trump, al suo entourage e a chiunque abbia avuto la responsabilità di condurre il mondo in un cul‑de‑sac sempre più stretto.

Magari nel più breve tempo possibile, prima che il danno diventi irreversibile.