(estr. di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – […] Giorgia Meloni sta operando un avvincente restyling. Ovviamente, se avesse vinto il sì, tutti quelli che ha tardivamente dimesso sarebbero ancora lì, e pure questo fa capire quanto la sua ritrovata attenzione per la “questione morale” di berlingueriana memoria sia sincera. Apprezziamo però lo sforzo, e – già che ci siamo – ci permettiamo sommessamente di consigliare altre operazioni, invero assai urgenti, di maquillage politico.

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Defenestrazione di Urso. Meloni non può fermarsi alla simpatica signora Garnero, al bisteccaio nero Delmastro e alla zarina aggraziata Bartolozzi. Servono urgentemente altre defenestrazioni. La prima? Adolfo Urso. Sarebbe una tragedia per la satira, e quindi molti – a partire da Maurizio Crozza – ne soffrirebbero assai, ma ne trarrebbero giovamento immediato tanto il governo quanto il paese. Si parla in questo senso di Zaia al suo posto. Ci può stare, però i rumors darebbero a quel punto non Urso spedito in Siberia, bensì comodamente riparcheggiato al ministero del Turismo. Ora: in quel dicastero c’è già stata tre anni e mezzo la Garnero. Non ha sofferto già abbastanza? Che diavolo vi ha fatto di male il turismo?

Lollobrigida go away. Il livello del governo Meloni è così basso che neanche si parla più di Lollobrigida, che nei primi mesi sembrava per distacco il più improponibile del lotto. Invece lo stanno superando in tanti, anzi troppi, a conferma di come la classe dirigente meloniana sia esaltante come un disco di Tony Effe ricantato da Pucci. Consiglio: prenotare un Frecciarossa a Lollobrigida (mezzo che come noto ben conosce) e farlo partire per destinazione ignota. Buona vita e non tornare, mitico Lollo!

Il preside Valditara. Distruggere la scuola pubblica è sempre stato il grande sogno di Licio Gelli e, più in generale, di tutti i sistemi antidemocratici (o comunque assai poco liberali): più le nuove leve crescono stolte e più sono poi propense a credere a qualsivoglia menzogna del potere. Valditara pare però la versione da discount del preside bigotto de L’attimo fuggente. Con un ministro così, i giovani col cavolo che voteranno mai Meloni. E l’ultimo referendum (daje!) mi pare che l’abbia ampiamente dimostrato.

[…] Salvate il soldato Tajani. Marina Berlusconi vuole cacciare anche Tajani. Come non capirla. Sarebbe però, per chi fa satira, una tragedia. Da solo Tajani mi fa mezzo spettacolo teatrale, e io ci ho proprio investito a livello professionale sui Tajani Bond. Quindi, per favore, almeno lui lasciatecelo. È una sagoma, e negli ultimi mesi – tra droni nel garage e appelli alla pace – ha una forma Slam che neanche Sinner. Leggenda pura.

“Vinceremo di dieci punti”. La figuraccia (tra le tante) che ha fatto Italo Bocchino (con rispetto parlando) sul referendum resterà nei secoli. Ed è andata ad aggiungersi alle sue precedenti 870mila operazioni autolesionistiche di tremebondo mirror climbing. Chiunque lo senta parlare, per reazione, vota tutti tranne che la Meloni. Eppure, dopo il disastro referendario (daje!), Bocchino è tornato in tv come nulla fosse. Delle due, l’una: o Meloni vuole perdere a tutti i costi le prossime elezioni, e quindi lo usa come instancabile disboscatore di consensi, oppure si intende di comunicazione come Nordio di giustizia.

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E poi ancora. Andrebbero allontanate molte altre figure. “Bau Bau” Montaruli. Donzelli, che andrebbe dimesso da Donzelli. Bignami, un altro che desertifica consensi con impeto wagneriano. E poi i troppi giannizzeri della comunicazione destrorsa, a partire da Sallusti (efficacissimo come maestro comunicativo dei comitati per il Sì), che di sicuro non aiuteranno Meloni a gestire con intelligenza la legnata referendaria (daje!) senza finire rosolata.

Concludendo. Si dirà: “Eh, ma se ripulisce tutto alla fine non resta nessuno”. Appunto!