La sonora sconfitta è un messaggio chiaro a Meloni. E per l’opposizione arriva adesso la parte più difficile

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Quella che doveva essere la prima grande riforma portata a termine dal suo governo si è trasformata nella più clamorosa sconfitta di Giorgia Meloni. Perché questo referendum, che il governo ha provato a confinare nel recinto tecnico di una riforma della giustizia, è stato vissuto dagli elettori come un segnale da inviare alla premier. E quel segnale è arrivato, forte e chiaro: fermati. La prima verità che emerge dal voto è dunque che il rapporto tra la presidente del Consiglio e il suo elettorato non è più quello di una investitura piena. Meloni resta la figura più solida del panorama politico, ma non dispone più di quel margine di credito che le consentiva di trasformare ogni proposta in una prova di forza vinta in partenza. Impressiona, in questo contesto, la geografia del voto: persino il Sud le ha voltato le spalle.

La seconda verità riguarda il tempo lungo della politica, quello che si misura nelle generazioni. I giovani, che nel 2022 avevano guardato con curiosità – se non con favore – alla novità rappresentata da Fratelli d’Italia, oggi voltano lo sguardo altrove. Significa che il racconto della premier, fondato su identità, nazione, sicurezza, non intercetta più le inquietudini di una fascia di cittadini che vive immersa in un orizzonte globale, attraversato da paure diverse e da aspettative nuove.

La terza verità è forse la più insidiosa, perché riguarda la collocazione internazionale del governo. L’allineamento con Donald Trump, finché restava sul piano simbolico, poteva essere liquidato come una scelta di campo ideologica, persino come una forma di affinità personale. Ma quando la politica estera produce conseguenze tangibili – crisi, instabilità, timori diffusi – allora entra nel corpo dell’elettorato e ne orienta le scelte. Punendo, in questo caso, una premier troppo schiacciata su un Trump destabilizzatore e guerrafondaio. Di fronte a questo scenario, Meloni sa che non può fermarsi, ma sa anche che non può continuare come prima. Dovrà correggere il percorso, rinunciare a qualche ambizione – a cominciare dal premierato, che oggi si presenta come un azzardo politico difficilmente sostenibile – e ridefinire i rapporti dentro la sua maggioranza. Lo si vedrà presto, prestissimo, quando arriverà al pettine il nodo della legge elettorale. Il centrodestra aveva un progetto ben delineato, ma il risultato del referendum consiglia o addirittura impone di cercare un’intesa anche con l’opposizione, sui due punti-chiave del premio di maggioranza e delle liste bloccate (o dell’assenza del voto di preferenza). E tuttavia il significato più profondo di questo passaggio non riguarda soltanto il destino del governo. Riguarda anche, e forse soprattutto, l’opposizione. Che fino a ieri appariva dispersa, incerta, incapace di offrire un’alternativa credibile, e che oggi intravede improvvisamente la possibilità di una competizione reale. Ma unirsi attorno a un No è facile, farlo attorno a un Sì – a un programma – è assai più difficile. Servono leadership, visione, coesione. Servono, soprattutto, parole capaci di parlare a quel Paese che oggi ha detto No non tanto per aderire a un’idea alternativa, quanto per esprimere un dubbio, una distanza, una inquietudine.

E qui si apre il vero problema del cosiddetto “campo largo”. Perché se è vero che il risultato referendario ha riacceso una speranza, è altrettanto vero che quella speranza resta fragile, esposta al rischio di dissolversi se non trova rapidamente una forma politica riconoscibile. Non basta evocare l’unità, bisogna costruirla. E costruirla significa innanzitutto affrontare i nodi che finora hanno diviso profondamente le forze dell’opposizione.

Il primo riguarda la politica internazionale, e in particolare il sostegno all’Ucraina. Su questo terreno le distanze tra le diverse anime del centrosinistra sono evidenti: c’è chi rivendica senza ambiguità il sostegno militare a Kiev e chi lo considera un errore, chi vede nel riarmo una necessità e chi lo interpreta come una deriva pericolosa. Non sono sfumature, sono differenze fondamentali. E senza una sintesi chiara, difficilmente si può presentare agli elettori un’immagine di governo credibile. Certo, le proposte sociali hanno un peso. Il salario minimo, il congedo paritario e il rafforzamento della sanità pubblica – i tre punti in comune con il M5S evocati da Schlein – sono temi importanti. Ma non bastano. Non bastano a definire un programma di governo, non bastano a tenere insieme una coalizione, non bastano a convincere chi si è allontanato che questa volta la politica ha davvero qualcosa di nuovo da dire.

Poi c’è il tema della leadership. Le primarie vengono indicate come lo strumento per sciogliere il nodo, per trasformare la competizione interna in una risorsa. Ma non possono colmare le divisioni, né creare dal nulla quella coesione che serve per governare. Bisognerà capire come saranno organizzate, chi potrà partecipare, con quali regole. E soprattutto bisognerà vedere se la competizione si limiterà a un duello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, oppure se emergeranno altre candidature, altre ambizioni, altri tentativi di ridefinire gli equilibri.

Sul fondo resta una domanda: è possibile trasformare un voto di reazione in un progetto di governo? È possibile passare dal No a qualcosa che sia riconoscibile come un Sì, come una proposta capace di tenere insieme il Paese? È a questa domanda che devono rispondere adesso i vincitori del 23 marzo