𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐚 𝐟𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐨𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐧𝐨?

(di Marcello Veneziani) – Insomma, che succede al governo Meloni con la botta del referendum perduto? La spiegazione piatta e superficiale è che ha vinto l’Italia del no, che era poi non solo il no alla riforma ma soprattutto il no al governo Meloni. Ma è una spiegazione che non spiega nulla. Era scontato che l’Italia di opposizione, con poche defezioni, votasse compatta in quel modo, ma non era prevedibile che il No diventasse la maggioranza dei votanti: resta da spiegare perché un arcipelago di minoranze si trova poi maggioranza nelle urne; da dove proviene la differenza, lo scarto di due milioni di voti a vantaggio del no, quando si partiva da uno scarto equivalente a favore del governo Meloni? È lì che bisogna trovare la chiave.
A mio parere la principale spiegazione resta il mutato clima internazionale tra dazi, occupazioni, invasioni, guerre, distruzioni, minacce e gli effetti che ha generato nella gente tra riflessi e paure. Una guerra pericolosa e insensata che risponde al disegno egemonico di Israele nel Medio Oriente; il governo Meloni è stato assimilato per affinità politica al duo Trump-Netanyahu, scontando colpe altrui. Naturalmente la guerra per noi italiani non vuol dire solo paura del conflitto, mobilitazione in armi; vuol dire crisi energetica, ricaduta economica nella vita corrente.
Fino a ieri il quadro internazionale era il punto di maggior consenso per la Meloni: vederla considerata e rispettata nei consessi mondiali è stata la prima argomentazione di questi anni in suo favore. Quando chiedevi quale fosse il successo della Meloni ti rispondevano con quello che vedevano in tv: il suo protagonismo internazionale era visto come il segno di una mutata considerazione dell’Italia a livello mondiale. Ora, quello che è stato il punto di forza della Meloni, la politica estera, è diventato il suo punto debole: la Meloni doveva essere il ponte tra l’Unione europea e agli Stati Uniti, l’alleata preferita di Trump, ma tutto questo si è capovolto da quando l’aspirante Nobel della Pace ha preteso il Nobel della guerra. Così la Meloni è rimasta schiacciata tra la prepotenza dell’Alleato e l’impotenza dell’Unione Europea; e tra la situazione esplosiva del Medio Oriente e l’appiattimento europeo sull’Ucraina nella guerra unilaterale che abbiamo dichiarato alla Russia a nostro danno. Insomma la politica estera è diventata il tallone d’Achille della Meloni e la smentita nei fatti del sovranismo con cui si era presentata agli italiani. Bisogna pure aggiungere che il voto giovanile al referendum è stato molto condizionato dal quadro internazionale: il loro era un no alla guerra, a Trump, a Israele e al loro terminale italiano, oltre i ProPal o gli Antifa.
Ma torniamo alle cose di casa nostra. Dopo tre anni e mezzo di prudenza e piccoli passi, in cui il bene principale del governo era la sua stabilità duratura, l’unica cosa che veniva prospettata al paese era la riforma della giustizia, ossia il compimento di un progetto berlusconiano. Riforma condivisibile, intendiamoci, che non metteva a repentaglio la Costituzione, l’equilibrio tra i poteri, la democrazia: ma si possono concentrare gli sforzi su quella riforma rispetto a ogni altra priorità e riforma, mobilitare il paese su quel tema che veniva recepito come un regolamento di conti tra politica e magistratura? Qui permettetemi di dar voce a quel segmento critico di elettori della Meloni che dice: l’abbiamo votata per cambiare, dopo aver avuto un governo tecno-politico di coalizione generale; ma dopo tre anni e mezzo cosa è cambiato davvero per noi italiani, per noi cittadini, per noi contribuenti, per noi famiglie? Cosa è cambiato sul piano dei flussi migratori, della sicurezza, del declino culturale e sociale, dei “valori”, della salute, della vita pubblica, dei servizi e della pubblica amministrazione? quella fetta di elettorato risponde che non è cambiato niente o quasi e qualcuno aggiunge: di tracce della destra sociale e nazionale al governo neanche l’ombra. A loro io continuo a replicare che se l’avesse fatto, avrebbero fatto cadere il suo governo. Comunque non ci ha nemmeno provato, neppure in quegli ambiti meno condizionati dagli assetti sovranazionali. Poi, se si andasse a votare, di fronte all’alternativa della sinistra al governo, una parte degli scontenti ripiegherebbe comunque sul sostegno alla Meloni. Intendiamoci, questo ragionamento o questo malumore non riguarda l’intera platea degli elettori meloniani ma solo una porzione, pur consistente; però le elezioni si vincono se tieni unito il corpo sparso del tuo consenso, e invece si perdono se quel coagulo elettorale si sfilaccia. C’è chi obbietta: ma quel malcontento riguarda quel cinque, dieci per cento di destra, il voto alla Meloni è più ampio. Vero, ma se togli quel cinque, dieci per cento, la Meloni perde la sfida.
Insomma sul referendum ha influito il clima generale di sfiducia; la gente, o meglio una fetta non maggioritaria ma determinante del popolo italiano, non si fida di nessuno, e ha paura; e chi ha paura non vuole scossoni, diventa conservatore ma non nel senso dei valori. Questo è un paese di rivoluzionari a parole e immobilista nei fatti; la cosa più difficile da fare sono le riforme. La Meloni non ha perso la simpatia popolare che riscuote nel Paese, anche se si è appannato il suo appeal e si è incrinata quell’aura vincente. In ogni caso, l’insofferenza verso la Meloni non è paragonabile all’odio che si avvertiva in mezza Italia contro Berlusconi quando era al governo. La Meloni non suscita odio, e l’antipatia che riscuote in una parte del paese resta di tipo politico e ideologico, non è personale o umana.
Com’era prevedibile il superamento della sconfitta richiede riti sacrificali e si sono perciò trovati alcuni capri espiatori. Qui magari hanno ragione i critici e gli oppositori a osservare: c’è stato bisogno di una sconfitta per farli dimettere, non sarebbe stato più credibile farlo prima? Vero, ma in politica non conta ciò che è giusto o ciò che è bene ma conta il messaggio di forza o di debolezza che dai al Paese. Se mandi via dal governo i tuoi che sono stati attaccati dalla stampa e dall’opposizione dai un segno di debolezza. Se lo fai dopo una sconfitta, invece, può essere un rito sacrificale per riprendere vigore.
Resta ora da compiere una scelta di fondo per l’ultimo giro di boa prima del voto: tirare a campare, come un governo democristiano di piccolo cabotaggio, senza più osare riforme oppure tentare il colpo d’ala e di reni, coi rischi che comporta un’azione tardiva in una compagine ammaccata. Temo la sintesi al peggio: la parvenza di un drastico cambio di passo solo annunciato per continuare poi di fatto a galleggiare. E magari rinchiudersi in un bunker in cui ci si fida solo dei famigliari.
Però lasciateci tornare sul tema dell’inadeguatezza del ceto di governo; la sua sola giustificazione è che dall’altra parte non è meglio. Inadeguati sono in tanti, anche nel cerchio più ristretto e militante della Meloni, e lo vediamo ogni giorno. Ma questa è la realtà, ora non si può fare altrimenti. Vorreste per questo lasciare il campo a Schlein & C. o ai tecnici alla Draghi e Monti? No, per carità. E qui siamo punto e daccapo. Però lasciateci dire infine una cosa: chi, come noi, aveva espresso “da destra” critiche ragionate al governo Meloni evidentemente non aveva torto. Se le avessero prese in considerazione anziché sentirsi traditi e pugnalati, e se avessero capito che volevano spingere a cercare rimedi e non facevano “il gioco della sinistra” per trarre immaginari vantaggi, sarebbe stato più utile per loro. Una critica preventiva vale molto più della constatazione postuma del sinistro. Aprite la mente e gli scenari, chiudete le sezioni in cui siete ancora barricati.
“Questo è un Paese di rivoluzionari a parole e immobilista nei fatti..”
Esatto.
“..la sua sola giustificazione è che dall’altra parte non è meglio.”
Ancora una volta: esatto.
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Dall’ altra parte
Io dopo il 2022 ho smesso di votare fu movimento. Non mi fido più.
Pef quanto riguarda il pd, le vere voci critiche (rimaste inascoltate) sono sempre arrivate dai giovani e dopo la consueta disfatta elettorale.
Ci sono buone testimonianze al riguardo. Mi ricordo una tremenda battuta di un ragazzo che condensa in poche parole lo stato di questa piaga fatta a forma di partito
Disse:
“Noi perdiamo elettori semplicemente perché muoiono”
Il pd è un partito di vecchi votato da vecchi e con zero forza attrattiva sui giovani. Il pd ha mollato le periferie e si è insediato stabilmente nelle Ztl.
Anche la signora Schlein ha una ottantina d’anni: è invecchiata di botto perché provenendo da #occupyPd è arrivata alla segreteria senza apportare i cambiamenti rivoluzionari che si proponeva. Anzi, con le sue scelte ha rafforzato la componente reazionaria.
Gli unici cambiamenti degni di nota nel pd avvengono nei conti correnti degli eletti, in gran parte reduci pluridecennali di campagne fallimentari. E sono lì, ancora smaniosi di offrire soluzioni.
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No invece: è meglio e ci vuole pochissimo.
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Giansenio ma che dici? Gli dai pure retta?
Perchè i suoi beniamini han preso la facciata allora scredita i detrattori?
Veneziani è diabolico e tra le righe sta cercando l’astensione.
Se c’è stato (e c’è) un partito rivoluzionario nei fatti quello è il M5S o forse ti sei dimenticato di cosa hanno fatto contro la casta e in difesa dei più deboli?
Non li voti più?
Liberissimo ma almeno non ti lamentare di quello che c’è. Tu davvero sei uno di quelli che fa il rivoluzionario a parole e non nei fatti perchè nei fatti l’alternativa c’è ma la ignori consapevolmente.
Nulla di personale nei tuoi confronti ma leggo ciò che scrivi e ti rispondo con la mia onestà intelletuale.
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Veneziani: è inutile, sono incapaci. Punto.
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L’analisi di Venziani.
Gli elettori hanno detto NO, al governo e/o al referendum proposto dalla maggioranza perchè le scelte di politica estera non sono state quelle “vincenti”.
Hanno detto NO perchè le scelte di politica interna non hanno prodotto risultati.
Ma se hanno detto no per la politica estera e anche per la politica interna, cosa avanza?
Se è così, allora il problema non è una singola scelta sbagliata, ma l’azione di governo nel suo complesso.
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