Nella reazione di Meloni alla pesante sconfitta c’è un sorprendente sovraccarico emotivo che francamente non ci aspettavamo. Ma l’errore che si sta compiendo, da entrambe le parti in queste ore, è di ritenere il risultato del referendum un test del tutto attendibile sui rapporti di forza tra i due schieramenti

(di Ferruccio De Bortoli – corriere.it) – La sconfitta è stata pesante, ma forse la reazione di Giorgia Meloni è persino eccessiva. C’è un sorprendente sovraccarico emotivo che francamente non ci aspettavamo. Quando si è abituati a quattro anni di successi, un passo falso appare come l’affacciarsi impaurito a un burrone. Meloni era abituata troppo bene.
La presidente del Consiglio attribuisce al voto referendario un significato politico, indubbiamente rilevante, persino superiore a quello che, esultando fuori misura, ritengono all’opposizione. Come il patrimonio di No non è un’esclusiva del cosiddetto campo largo (i cui confini sono incerti) allo stesso tempo anche la platea dei sì non appartiene al centrodestra e non ne costituisce il limite.
L’errore che si sta compiendo, da entrambe le parti in queste ore, è di ritenere il risultato del referendum un test del tutto attendibile sui rapporti di forza tra i due schieramenti. Se si andasse al voto politico anticipato sarebbe tutta un’altra storia, come peraltro emerge dai sondaggi.
La sconfitta referendaria però mette a nudo un metodo di governo, tendenzialmente incline al comando, una visione da testuggine romana nell’occupazione di ogni posto di potere per la quale si difendono gli amici, i colleghi, finché è possibile e li si sacrifica strumentalmente quando diventa necessario se non inevitabile.
Non importa se questi hanno violato delle leggi, subito una condanna, commesso delle “leggerezze”. Se fossero state giudicate gravi si sarebbe operato per tempo. Sono salvi finché il potere è saldo e indiscusso, quando non lo è più o lo è molto meno, vengono scaricati, sempre che ci si riesca, senza tanti complimenti.
E il ministro della giuSPRITZia quando torna in osteria?
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quando lo deciderà la Marina detta la Presidentessa, alla faccia della Ducessa
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<<Quando si è abituati a quattro anni di successi,>>
azz… che leccata!
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Non si smentisce il Corsera!…
Molto meglio il FattoQuotidiano!!
Allora, mi permetto di proporre un articolo di Alberto Nerazzini del FattoQuotidiano.
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Delmastro via: questa è la forza del giornalismo in un paese che ha pochi editori liberi di Alberto Nerazzini
Quante emozioni. Comunque la si pensi, ci siamo gustati una ventata inattesa, il risveglio della partecipazione al voto, che è l’aria della democrazia. E, subito dopo, ecco l’altra grande notizia ormai inimmaginabile, dalle nostre parti: il potere può essere intaccato, i politici possono ancora dimettersi. Bene allora celebrare, per una volta, la forza del giornalismo, della libertà di pensiero e del coraggio.
Difficile stare alla larga dalla retorica, ma tranquilli, per una volta non lo è. Mentre come birilli zompano un sottosegretario, una capo di gabinetto – in pratica i vertici del ministero della Giustizia dove traballa anche il Guardasigilli – e un’altra ministra, la granitica e stupefacente Santanchè, è stata finalmente spinta alla porta, in mezzo a questo inebriante all in, non possiamo far altro che domandarci cosa sarebbe, il nostro Paese, se esistessero gli editori davvero liberi; se questa testata, assieme a pochissime altre, non fosse una mosca bianca; se l’intreccio fra politica e informazione non fosse contaminato da decenni; se la vera specialità della casa, la criminalità organizzata, non avesse occupato tutti gli spazi, pure quelli meno pensabili.
Ho già avuto modo di sottolineare come dopo la pubblicazione della mia inchiesta su Delmastro e la bisteccheria aperta con la figlia del mafioso e i suoi più intimi fratelli d’Italia, quante colleghe e colleghi stranieri mi abbiano scaricato addosso tutto il loro stupore: com’è possibile che non si siano già dimesse tutte le persone coinvolte?
Ora, tutto d’un colpo, la sorpresa. Ha giocato un ruolo fondamentale anche la mazzata al referendum, è chiaro, e non facciamoci ingannare. Siamo diventati, così, all’improvviso, un Paese (quasi) normale? No. Però teniamoci stretta la cosa più bella: la forza del giornalismo. All governments lie, tutti i governi mentono, ci insegna un maestro novecentesco del giornalismo investigativo come lo statunitense I.F. Stone: il governo Meloni ha mentito e continuerà a farlo. Il potere funziona così e deve essere sfidato, continuamente. Troviamo allora il modo di dare ossigeno all’inchiesta e al coraggio dei giornalisti. Anche perché tutt’intorno non cade solo qualche birillo – facilmente sostituibile – di una politica ai confini dell’Impero. La libertà di informazione fa passi indietro, in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi che ancora si professano democratici. Proprio come il nostro.
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E, a seguire:
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Il comunicato sindacale della Redazione di La Repubblica (23 MARZO 2026)
Dopo una lunghissima gestazione, durata oltre nove mesi, Exor comunica la cessione del Gruppo Gedi ad Antenna Group proprio nelle ore in cui i giornalisti sono impegnati nel lavoro per raccontare la vittoria del No al referendum, momento assai importante per l’Italia intera e per il nostro giornale. Scegliere un giorno del genere è la finale mancanza di rispetto verso il giornale e la sua storia dell’ormai ex editore di Repubblica. Non lo rimpiangeremo affatto. Dopo aver smembrato e venduto pezzo a pezzo uno storico gruppo editoriale, l’addio di John Elkann a Gedi avviene quindi nel peggiore dei modi, senza tenere in alcun conto nel contratto di compravendita le richieste di garanzie occupazionali per tutte le lavoratrici e i lavoratori, di perimetro e di rispetto dell’indipendenza e della collocazione del giornale per cui la redazione di Repubblica continuerà a battersi ricorrendo a qualsiasi strumento di lotta. Una richiesta di garanzie che adesso riproporremo per intero al nuovo editore augurandoci che le belle intenzioni di sviluppo del gruppo Gedi ribadite nella prima nota stampa trovino realizzazione nel pieno rispetto dei livelli occupazionali, delle realtà delle redazioni locali, della storia di questo giornale. La nostra battaglia non è finita, ma continua.
Il cdr – Rsu Gedi
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https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/03/25/il-commento-questa-e-la-forza-del-giornalismo-in-un-paese-che-ha-pochi-editori-liberi/8335537/
(Nel commento di sopra, il grassetto è mio)
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RImane il fatto che il Paese è a pezzi e il peggio deve ancora arrivare. Qualcuno dovrà mettere insieme i cocci in qualche modo, se non questo governo incapace e grottesco anche un possibile campo largo dicasi “progressista” non lascia molte speranze viste le divisioni tra gli interpreti. Soprattutto in politica estera che in questo momento più di altri in passato è oltremodo vitale. Non credo che le primarie possano risolvere quelle divergenze sostanziali oltre a trovare un “portavoce” e “4/5 punti programmatici” perchè credo che (e spero di sbagliarmi) difficilmente chi non vincerà le primarie rimarrà seduto e zitto a lungo.
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