Qui non si parla di politica né di alta strategia, ma di come agli italiani stiano sulle scatole gli arroganti. Più che mai quando costoro sono pure presuntuosi. C’è scritto sui muri che fu il tracotante senso di onnipotenza a mandare in rovina il Garofano di Bettino Craxi […]

(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Qui non si parla di politica né di alta strategia, ma di come agli italiani stiano sulle scatole gli arroganti. Più che mai quando costoro sono pure presuntuosi. C’è scritto sui muri che fu il tracotante senso di onnipotenza a mandare in rovina il Garofano di Bettino Craxi e il Giglio magico di Matteo Renzi. All’altro Matteo, il Salvini, fu sufficiente invocare i pieni poteri dopo un brindisi di troppo per essere accompagnato all’uscita della politica che conta, come uno sfigato qualsiasi. Nel caso degli artefici del Sì alla più iniqua e squinternata “riforma” della magistratura, è sotto gli occhi di tutti che, ebbri di hubris, hanno lavorato alacremente per il No. Facendosi detestare fosse anche soltanto per quella arietta del noi siano noi e voi non siete un cazzo amplificata dai loro aedi televisivi. A tal punto che nelle ore successive al botto dei sedicenti modernizzatori era difficile, con una certa dose di perversione, sottrarsi alla visione di Rete 4 (una specie di ridotto in Valtellina per le brigate Nordio in ritirata). Per non perdersi certe facce, ah quelle facce. Ma, soprattutto, certe giravolte dialettiche dei Cerno e dei Porro, degne di edilizia acrobatica.

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Neppure le più sofisticate analisi del voto ci potranno dire quanti potenziali elettori del Sì abbiano cambiato idea davanti, per esempio, alla sfrontatezza del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (detto “5 Forchette”) arroccato nella Bisteccheria dagli effluvi malavitosi. Chissà quanti voti contro ha suscitato, quelli del quando è troppo è troppo; ovvero il No per fatto personale. Arroganza e presunzione che a destra hanno marciato di pari passo visto che con qualche possibile voto in più in Parlamento, e dunque con una maggioranza qualificata, Giorgia Meloni non avrebbe avuto bisogno di ricorrere al referendum per mettere all’angolo le toghe. Una ricerca del consenso popolare che la premier ha perseguito fortemente per voglia di stravincere, convinta che gli italiani avrebbero risposto in massa al suo chi mi ama mi segua. […] Chi di populismo ferisce, con quel che segue. E neppure, il giorno dopo, sembra che la lezione sia servita al governo, in questo caso al sottosegretario Fazzolari. Il quale, non pago della musata presa, paventa “un’azione ancora più invasiva” da parte della magistratura, come se stesse parlando del nemico alle porte e non di un potere costituzionale. Diceva quel tale, perché limitarmi a essere antipatico, se posso essere odioso?