L’exploit di votanti politicizza l’esito per Palazzo Chigi. In ogni caso incognita al ministero, rischia Delmastro

Meloni, ore di tensione per il referendum. Si alza la posta in gioco, legge elettorale in ballo

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Due certezze per Giorgia Meloni, due soltanto di fronte a un dato sull’affluenza che stravolge e spiazza Palazzo Chigi, destabilizza le opposizioni, consiglia prudenza ai sondaggisti. La prima: stavolta chi perde si farà male. La seconda: comunque vada, parte da oggi la campagna elettorale per le prossime politiche, e sarà corsa aspra e senza esclusione di colpi. Con questa consapevolezza, la presidente del Consiglio trascorre la domenica referendaria consultando gli amici e tentando di interpretare numeri inaspettati. Sapendo che una valanga del genere può avere il potere di proiettarla verso un controllo pressoché assoluto della coalizione, del quadro politico e del Paese. Oppure incastrarla in una crisi da cui sarebbe complesso divincolarsi.

C’è una profezia che rimbalza nelle chat del governo, quando su Roma cala il buio e i dati sull’affluenza delle 19 già promettono che la partecipazione lascerà segni indelebili sui protagonisti della contesa. È quella offerta da Ignazio La Russa, due settimane fa: «L’esito del referendum sulla riforma della giustizia una valenza politica comunque la avrà – aveva detto il presidente del Senato, che in Fratelli d’Italia resta il massimo esperto di numeri, sistemi elettorali ed elezioni – ma dipenderà anche da quanti la esprimeranno. Se andrà a votare una cifra vicino al 50% degli elettori avrà un senso, ma sotto il 45% ne avrà un altro». In quel momento, era il 10 marzo, nessuno avrebbe potuto ipotizzare una simile impennata dell’affluenza. Semmai, la destra temeva la guerra appena scoppiata in Iran e già si preparava a vedere fallire la mobilitazione dei favorevoli alla riforma.

Tutto, però, viene stravolto in poche ore. Gli sherpa meloniani speravano in un’alta affluenza per vincere e avevano fissato nel 48-50% la soglia di sicurezza. Ma con questi numeri, difficile sbilanciarsi. Il dato della partecipazione al Nord è l’elemento che più rassicura la premier. L’Emilia Romagna, però, è la percentuale che preoccupa. E comunque, si ammette ai vertici del governo, se è possibile che un testa a testa avrebbe forse un effetto non troppo destabilizzante, la vittoria netta di uno dei due contendenti – per di più con questa partecipazione – scuoterebbe profondamente le coalizioni.

Meloni, dunque: la leader voterà solo oggi, ieri ha partecipato al Nord ai funerali di Umberto Bossi. Vincere o perdere è vitale, a questo punto. Un trionfo, questo almeno è il piano, significherebbe accelerare verso la nuova legge elettorale, senza vincoli e senza freni. Potrebbe rispolverare l’opzione del premierato. Di più: avrebbe in mano l’intera coalizione e sarebbe lei a dettare anche i tempi del ritorno alle urne. E se invece prevalesse il no? Una preoccupazione inizia a farsi largo, nel suo fortino: gli alleati potrebbero frenare proprio sulla riforma elettorale. L’idea di garantirsi un pareggio avrebbe presa, a quel punto. E nulla, neanche un voto anticipato di qualche mese, potrebbe essere escluso, per evitare un doloroso logoramento.

Vittoria o sconfitta, scenari trionfali o precipizio: tutto in uno scrutinio, che diventerebbe anche premessa del prossimo voto politico e nella scelta del prossimo capo dello Stato. Più nell’immediato, Meloni dovrà affrontare la gestione del rapporto con la galassia della giustizia, dopo uno scontro violentissimo. Anche in questo caso, si mescolano timori e speranze. Il prevalere del Sì garantirebbe all’esecutivo margini di azione inaspettati. Difficile però che la scrittura delle leggi e dei decreti attuativi necessari per tradurre la riforma possa avvenire con l’attuale squadra di via Arenula. Più ancora di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Carlo Nordio, traballa la posizione del viceministro alla Giustizia Andrea Delmastro: troppo esposto a causa delle recenti rivelazioni, così tanto da essere considerato ai vertici del melonismo comunque in bilico nel suo ruolo di governo.

C’è da attendere soltanto alcune ore. Poi Meloni scoprirà se la campagna martellante degli ultimi giorni, quella in cui ha prestato voce e volto al Sì, è valsa punti percentuali decisivi (la stima informale tra i suoi, venerdì scorso, ipotizzava un balzo di almeno tre punti). Sarebbe lei ad aver frenato la rimonta del No e ribaltato l’esito della sfida. L’importante, spiegano a Palazzo Chigi, è evitare l’altro scenario, quello in cui l’onda lunga della partecipazione non è altro che l’astensionismo che cambia idea per colpire il governo.