Contro questa riforma che, è ormai chiaro a tutti, ha come bersaglio la magistratura, non ci resta che votare. Per legittima difesa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Se le parole hanno un peso, non sono certo mancate in questa campagna referendaria che il giurista Maurizio Delli Santi non esita a definire sulle pagine di questo giornale costruita su “suggestioni totalmente disancorate dal tema della separazione delle carriere, speculando su fatti seri come gli errori giudiziari (rievocando persino il caso Tortora) e la sicurezza legata all’immigrazione, come se la riforma possa incidere su fenomeni così complessi”.
Per non parlare di vicende come quella di Garlasco e della famiglia del bosco che la riforma del Csm dovrebbe, ma non si capisce come, prevenire in futuro secondo gli estensori della novella. Fumo negli occhi per non parlare del merito e degli effetti che da settimane, su questo giornale, proviamo a spiegare ai nostri lettori. Mentre governo e centrodestra trasformavano la campagna referendaria in un attacco sistematico alla magistratura. Accusandola di liberare stupratori e assassini, mentre difendono la ministra Santanchè dalle inchieste che la riguardano – arrivando a sollevare perfino un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Corte Costituzionale – e, adesso, il sottosegretario alla Giustizia Delmastro (non indagato) in affari fino a qualche mese fa con la figlia del prestanome di un clan mafioso.
Vicenda quest’ultima, dinanzi alla quale, anziché metterlo alla porta per manifesta inopportunità politica rispetto all’incarico rivestito, la premier Meloni si è spinta addirittura ad evocare la solita “manina” che avrebbe armato lo scoop. Una vicenda che impone una riflessione seria sulla credibilità di questa classe dirigente. Una politica che parla dei magistrati come di una casta che non paga mai, ma che è pronta ad assolvere (e blindare) i suoi adepti a prescindere. Per questo è lecito chiedersi che tipo di riforma costituzionale dobbiamo aspettarci da chi ha usato la clava della propaganda contro un altro potere dello Stato, quello giudiziario, che, è ormai chiaro a tutti, è il vero bersaglio di questa crociata. Per questo, domani e dopodomani, non ci resta che votare. Per legittima difesa.
Il nipote di Mubarak
(Di Marco Travaglio) – Quindi il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, piemontese di Biella e fedelissimo di Giorgia Meloni, conosce il mafioso romano Mauro Caroccia, all’epoca imputato per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa in quanto uomo del clan Senese, almeno dal 2023, quando frequenta il suo ristorante “Da Baffo” e si fa le foto con lui. Nel dicembre 2024, con altri tre big piemontesi di FdI, fonda la srl biellese “Le 5 Forchette” che di lì a poco aprirà a Roma il ristorante “Bisteccheria d’Italia”. La prima azionista è la figlia di Caroccia, Miriam, 18 anni appena compiuti: i soci la nominano amministratore unico senza uno straccio di esperienza manageriale. Basterebbe digitare il nome del padre su Google per scoprire che è la figlia di un prestanome dei Senese, arrestato e imputato per rapporti mafiosi, ed evitare di diventarne socio e anche di frequentarne il ristorante. Ma Delmastro, che siede al ministero della Giustizia accanto a Nordio con delega sulla polizia penitenziaria ed è così curioso sulle vicende di mafia da possedere e passare a Donzelli i rapporti del Dap sulle visite di esponenti del Pd a Cospito e a tre boss al 41-bis (vicenda per cui è stato condannato in primo grado), racconta di essere rimasto ignaro del curriculum mafioso del padre della sua socia fino a un mese fa. Proprio allora Caroccia, condannato in Cassazione, viene arrestato. A quel punto il sottosegretario cade dal pero, scopre da dove viene la sua socia e vende le quote. Guardacaso, la Procura ha intanto aperto un’indagine anche sul ristorante di cui è socio Delmastro. Tant’è che ancora nel giugno ’25, sei mesi dopo la condanna in appello di Caroccia, il sottosegretario gli porta a cena alla “Bisteccheria” lo stato maggiore della Giustizia. Una foto lo immortala a tavola con la capogabinetto Giusi Bartolozzi e Massimo Parisi, n. 2 del Dap: la direzione delle carceri che di lì a sei mesi prenderanno in custodia il ristoratore mafioso.
Ora provate a immaginare gli strepiti di Meloni, Delmastro e tutto il cucuzzaro se qualcuno del Pd o, peggio, dei 5Stelle avesse collezionato una simile serie di indecenze e di balle per coprirle. Nel 2011 Meloni & C. votarono la mozione “Ruby nipote di Mubarak” per salvare le chiappe a B.. Poi nel 2013 chiesero (e giustamente) le dimissioni perfino della ministra Iosefa Idem (governo Letta) per un trucchetto fra casa e palestra che le aveva risparmiato 3mila euro di Imu in cinque anni. Ma Delmastro non si tocca: al massimo è stato un po’ sbadato, una specie di nipote di Mubarak acquisito. E questi sono quelli che ci chiedono di votare Sì al “primato della politica” contro i “magistrati che non pagano mai”. Lunedì sapremo quanti boccaloni si sono bevuti anche questa.
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Secondo Augusto Barbera, ex Presidente della Corte Costituzionale, Sabino Cassese, ex Presidente della Corte Costituzionale, Nicolò Zanon ex Vice Presidente della Corte Costituzionale, Cesare Salvi, Arturo Parisi, Roberto Giachetti, Anna Paola Concia, Enrico Morando, Claudio Petruccioli e tanti altri di sinistra e non certamente filo governativi che difendono la costituzione votando SI.
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