Il testo sul quale votiamo non renderà più efficiente la macchina giudiziaria. E allora a cosa serve, se non a propiziare l’ennesimo rito cannibale nel quale il potere esecutivo — dopo aver fagocitato il legislativo — divora anche il giudiziario?

Milano, 16 marzo: manifesti elettorali per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – La parola al popolo sovrano, finalmente. Dopo una campagna referendaria intossicata da miasmi e menzogne, andiamo alle urne per dire sì o no alla legge Meloni-Nordio. I medesimi l’hanno spacciata per «riforma della giustizia»: l’ennesima occasione «storica», va da sé. Come tutte quelle che i patrioti stanno offrendo da tre anni alla nazione: per renderla «più bella e più superba che pria», come prometteva il Nerone di Petrolini.

L’hanno riconosciuto lo stesso Guardasigilli e la senatrice Bongiorno in un lampo di sincerità involontaria: il testo sul quale voteremo non ridurrà i tempi dei processi e non renderà più efficiente la macchina giudiziaria, unici obiettivi che starebbero a cuore ai cittadini. E allora a cosa serve, se non a propiziare l’ennesimo rito cannibale nel quale il potere esecutivo — dopo aver fagocitato il legislativo — divora anche il giudiziario?

Per tre mesi la premier ha trascinato il Paese nella notte della ragione dove (al contrario delle vacche nere di Hegel) tutte le toghe sono rosse. E dunque vanno delegittimate e punite. Se questo è il fine, tutti i mezzi sono giustificati. Non solo l’uso della disinformazione come strumento di alterazione cognitiva. Ma anche l’abuso dei fatti di cronaca passati e presenti, dai quali spremere l’indignazione popolare, scagliarla contro i magistrati e poi convogliarla nelle urne. L’esito di questo referendum resta apertissimo.

Ho partecipato a tante iniziative in giro per l’Italia. Ricordo le prime, a Genova e a Napoli, quando arginare l’onda del sì pareva impossibile. Ho visto tanti teatri pieni, non solo a Roma o a Torino, a Verona o a Catania, ma ancora di più nei centri minori da Bracciano a Cuneo a Merate. Ho parlato con tante persone, non addette ai lavori e ai livori. E mi sono fatto qualche idea.

La prima cosa che mi è chiara è che, se non ti fermi al “testo” ma descrivi il “contesto”, la gente capisce. Se prima di affrontare la montagna della separazione delle carriere tra giudici e pm, i due Csm, l’Alta Corte Disciplinare (scalata faticosa per un comune cittadino) provi ad allargare l’orizzonte e a descrivere cosa sta succedendo nel mondo a tutte le democrazie, la gente capisce.

Se prima di spiegare le criticità del “sorteggio” e le disparità tra membri togati e membri laici (complicate per chiunque non abbia dimestichezza con le regole della rappresentanza) provi a raccontare quello che fanno i Trump e i Milei, gli Erdogan e gli Orbán per forzare i limiti della loro potestà, la gente capisce. Se prima di illustrare i pericoli di un pm trasformato in “avvocato dell’accusa” e non più “organo della giurisdizione” (concetto criptico per chiunque non frequenti un’aula di tribunale) provi a dimostrare come i nuovi autocrati tendano ovunque a svuotare da dentro le liberal-democrazie, rottamando Montesquieu e il principio di separazione e bilanciamento dei poteri, la gente capisce.

Se prima di avventurarti sul sentiero delle “correnti” e del discredito sotto il quale la stessa politica che le ha ispirate e strumentalizzate vorrebbe ora seppellirle (impervio per chi non ne ha mai seguito la genesi e l’evoluzione) provi a descrivere la solida trama che unisce il Cavaliere delle leggi ad personam, il tycoon delle milizie dell’Ice e l’Underdog dell’elezione diretta del presidente del Consiglio e dei decreti sicurezza, la gente capisce.

Capisce che, con tutti i suoi difetti, la democrazia dell’era moderna non muore più per i colpi di Stato ma per la lenta regressione e la progressiva erosione dei suoi capisaldi. Il modus operandi di chi, vinte le elezioni, mira a piegare la delega ottenuta dal popolo per comprimerne le libertà, le garanzie, i diritti.

La seconda cosa che mi è ancora più chiara è che la gente, nonostante tutti i tentativi di svilirla, vuole bene alla Costituzione. Se documenti in che modo le destre che governano o ambiscono a governare cercano tutte allo stesso modo di manomettere le costituzioni formali e materiali, modellandole sui loro dispositivi di comando, la gente capisce.

Capisce, quando ancora prima di sviscerare il perché questa pseudo-riforma non funziona “nel merito”, illustri cosa la rende inaccettabile “nel metodo”. Capisce, quando rievochi lo spirito della Costituente del 1946: il Benedetto Croce che in apertura dei lavori dice Veni Creator Spiritus, come il camerlengo che chiude le porte della Sistina dove i cardinali eleggeranno il Papa, o il Piero Calamandrei che anni dopo dirà «quando si decide sulle regole i banchi del governo devono restare vuoti».

Capisce, quando al contrario dici che ancora una volta una maggioranza pro tempore impone la “sua” legge, quella del più forte, che non ammette né suggerimenti né emendamenti e va approvata così com’è, contro una metà di Parlamento e di Paese.

Capisce, quando ricordi che lo stesso errore lo fece la sinistra nel 2001, con la riforma del Titolo V, e soprattutto enunci questo nefasto canone del 6 (numero diabolico, non a caso): lo stesso strappo costituzionale lo azzardarono Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016 e ora Meloni nel 2026. Una sedicente “grande riforma” ogni dieci anni: utile solo a ri-fondare il dominio di un leader. A Silvio e Matteo andò malissimo, a Giorgia chissà. Ma la gente capisce che la Costituzione è la “casa comune” di tutti gli italiani: va abitata con cura e premura, non occupata da una banda di inquilini contro l’altra.

La terza cosa che mi è definitivamente chiara, comunque vada, è che la gente non merita la disgustosa messe di falsità che le è piovuta addosso. In questa sciagurata campagna referendaria abbiamo sentito una premier, dai comici salotti Rai-Set o i comodi microfoni di Fedez, annunciare all’Italia le sette piaghe d’Egitto se non vincerà il sì: la patria invasa di migranti e pedofili, stupratori e spacciatori, tutti liberi grazie ai giudici compiacenti «che non ci lasciano governare».

Abbiamo sentito ministri e capi di gabinetto sparlare di magistrati come «plotoni d’esecuzione di cui liberarsi», di Csm come «consorteria para-mafiosa», di pm «peggio di un cancro». Li abbiamo sentiti cavalcare senza vergogna i casi Tortora e i casi Garlasco, i centri in Albania e i bambini nel bosco, e spergiurare che con il sì finiranno gli errori giudiziari, torneranno i cervelli in fuga, crescerà il Pil.

Li abbiamo visti in seduta spiritica a invocare le anime nobili di FalconeBorsellinoVassalli, per fargli dire quello che non avevano mai detto: che le carriere separate erano una benedizione, che il Csm li aveva «assassinati», che il processo accusatorio va «completato».

Troppo, anche per il teatrino ipnotico tricolore che da martedì 24 marzo, chiunque abbia vinto, dovrà comunque riaprire i battenti. Possibilmente non in un clima da guerra civile. Una democrazia liberale non è un «allegro carnevale», quello di chi si ritrova in piazza a celebrare il capo, come scriveva Piero Gobetti. Per quanto logorata, una democrazia che vuole rimanere tale ha bisogno di verità.

Per questo, domenica 22 e lunedì 23 marzo, è fondamentale dire “no”. Perché questo è davvero un voto per la verità e per la democrazia. Sono i beni più preziosi che ci restano: proteggiamoli.