La scelta di Buttafuoco rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: quando manca la libertà del contesto, anche la libertà dell’opera rischia di essere sequestrata dal potere che la esibisce. Ma c’è un secondo aspetto che questa vicenda consegna al dibattito pubblico. Ed è che Buttafuoco, nominato dal governo Meloni, non si è comportato da vassallo o semplice esecutore come altri nominati

(Emiliano Fittipaldi – editorialedomani.it) – Nello scontro tra Pietrangelo Buttafuoco e il ministro Alessandro Giuli, in merito alla riapertura del padiglione russo alla Biennale di Venezia, si intrecciano due questioni diverse e tuttavia inseparabili: il merito di una decisione che appare sbagliata e il metodo con cui quella decisione è stata rivendicata, che invece contiene un elemento non trascurabile di salute istituzionale.
È da questa duplicità che bisogna partire, se non si vuole cadere né nella propaganda moralistica né nel conformismo di governo. La controversia è reale: la Commissione europea ha minacciato di sospendere o revocare i finanziamenti alla Biennale, mentre ventidue paesi europei hanno espresso una netta opposizione al ritorno di Mosca.
Da un lato la scelta di Buttafuoco è sbagliata. L’argomento è seducente: distinguere gli artisti dai loro governi, salvare lo spazio simbolico della creazione dalla brutalità della geopolitica, tenere aperto un varco là dove la guerra alza frontiere e interdizioni. Ma questo ragionamento presupporrebbe una condizione che oggi, nella Russia di Putin, semplicemente non esiste: l’autonomia effettiva della rappresentanza culturale dal potere politico.

Se il padiglione nazionale torna a splendere in una grande esposizione internazionale, non vi approda come una libera costellazione di voci indipendenti, bensì dentro una cornice di autorizzazioni, relazioni e compatibilità che il Cremlino sorveglia da vicino: come è noto, a guidare il progetto veneziano compaiono persone legate a famiglie dell’establishment del regime, evidenza che rende ancora più fragile la tesi del padiglione come banale santuario dell’arte.
È un punto politico, che non può essere aggirato con formule nobili. In un regime che ha trasformato la cultura in uno strumento di propaganda, gli artisti selezionati per rappresentare Mosca sono anche, consapevolmente o no, parte di una messa in scena di legittimazione.
Per questo la scelta di Buttafuoco, pur avvolta nel lessico alto del dialogo e della tregua, rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: quando manca la libertà del contesto, anche la libertà dell’opera rischia di essere sequestrata dal potere che la esibisce.

Eppure c’è un secondo aspetto che questa vicenda consegna al dibattito pubblico. Ed è che Buttafuoco, nominato dal governo Meloni, non si è comportato da vassallo o semplice esecutore come altri nominati. Ha prima deciso, poi difeso con le unghie e con i denti la propria scelta davanti ai suoi stessi dante causa, ricordando a tutti una verità elementare che in Italia spesso viene dimenticata: le istituzioni culturali non possono essere ridotte a dipendenze ministeriali, né chi le guida può essere trattato come un semplice fiduciario del potere politico.
Lo stesso Giuli, prendendo le distanze dalla decisione e aprendo un contenzioso con la Biennale, ha finito per riconoscere di muoversi dentro questo limite: l’autonomia della Fondazione esiste e non può essere cancellata per decreto.
È qui che il caso Buttafuoco diventa, malgrado tutto, lezione civile. Perché, in un sistema pubblico afflitto da obbedienze preventive, da fedeltà di filiera, da una concezione proprietaria delle nomine, è assai preferibile avere un intellettuale libero che compie una scelta sbagliata, rispetto al funzionario docile che assume sempre la posizione gradita al principe. L’errore di un uomo autonomo si può criticare, combattere, discutere.

La subordinazione di un dipendente, invece, corrode dall’interno l’istituzione che guida, perché la priva della sua ragione più alta: rispondere a una funzione, non a una maggioranza. Ne servirebbero 10, 100, 1.000 di Buttafuoco, per ricordare che l’autonomia di giudizio non è un fastidio da tollerare, bensì la condizione stessa della credibilità di un ente culturale.
Il problema, in fondo, è antico. Julien Benda denunciò il “tradimento dei chierici” quando gli intellettuali smisero di custodire l’universale per mettersi al servizio delle passioni del potere. Edward Said spiegò che il compito dell’intellettuale è dire la verità al potere, non addolcirla. E Thomas Mann ricordò che la dignità dello spirito si misura nella sua capacità di non piegarsi al comando della storia.
Nessuna di queste lezioni assolve Buttafuoco nel merito. Ma tutte ci avvertono di un rischio speculare: trasformare la giusta critica alla sua scelta nella pretesa che il presidente di una grande istituzione culturale debba allinearsi automaticamente alla volontà del governo che lo ha indicato. Buttafuoco ha sbagliato in nome dell’autonomia del pensiero libero, e non per servile esecuzione.
Le istituzioni culturali hanno bisogno di essere indipendenti anche quando sbagliano, perché solo chi è libero può essere davvero chiamato a rispondere delle proprie scelte. Il contrario non è l’ordine. È la corte.
Se la Biennale dovesse davvero escludere i paesi in cui non ci sia “l’autonomia effettiva della rappresentanza culturale dal potere politico” temo andrebbe deserta.
E l’Italia fra le prime…
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