La guerra contro l’Iran ha finito per oscurare gli altri fronti: Gaza, Libano e Cisgiordania. E il premier torna all’attacco della democrazia, a costo di distruggere la solidità dello Stato

(ANNA FOA – lastampa.it) – Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sulla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, che cosa succede in Medio Oriente sugli altri fronti aperti con Israele, Gaza, la Cisgiordania, il Libano? In nessuno di questi settori c’è pace.
A Gaza, nonostante la tregua di ottobre, i bombardamenti erano continuati, certo in proporzione molto minore rispetto al passato, ma abbastanza da far vittime fra i civili, nelle tendopoli già allo stremo. Anche ora non si sono fermati del tutto. Ma il problema maggiore è che con lo stato di emergenza proclamato da Israele all’inizio della guerra sono stati chiusi tutti i valichi, e di conseguenza bloccato l’accesso di tutti gli aiuti, alimentari e medici. Le conseguenze sono evidenti.
In Libano, il governo Netanyahu ha rifiutato la tregua proposta dal governo libanese con la mediazione dei francesi. Una larga fascia del Paese è stata sgomberata, con decine di migliaia di profughi, i bombardamenti si susseguono, la stessa Beirut è sotto attacco. La strategia dell’esercito israeliano è molto simile a quella attuata a Gaza. Finora sono morti oltre 700 libanesi, per lo più civili. Dall’altra parte, i missili iraniani colpiscono con grande intensità il Nord di Israele, determinando anche qui esodi forzati e distruzioni. Gli abitanti del Nord vivono praticamente dentro i rifugi. Ma può bastare a giustificare quello che sta succedendo in Libano? Ed è con le bombe che si fermano le bombe?
In Cisgiordania intanto la situazione precipita ogni giorno di più. Gli attacchi dei coloni ai villaggi beduini sono ormai continui, con l’attivo supporto dell’esercito. Quello che fino a non molti anni fa si definiva l’esercito più morale del mondo brucia case, terrorizza bambini, picchia e ammazza uomini, aggredisce vecchi, senza alcuna vergogna. L’obiettivo è cacciare i palestinesi dalle loro terre e costruirvi insediamenti. Solo due giorni fa la comunità di pastori di Al-Aqaba, nella valle del Giordano, riferisce un articolo di Matan Golan su Haaretz, è stata ripetutamente aggredita da esercito e coloni, e costretta ad andarsene.
La brigata dell’esercito che ha affiancato i coloni è un reparto, la Netzah Yehuda Battalion, di cui fanno parte sia sionisti religiosi (come Ben Gvir per intenderci) sia ultraortodossi immessi nell’esercito volontariamente nonostante la loro esenzione dal servizio militare. Sono stati ripetutamente accusati di violazione dei diritti umani nei confronti dei palestinesi, violenze, uccisioni, ma senza conseguenze. Combattono credendo fermamente, con la loro battaglia, di affrettare l’avvento del Messia, di far parte di quelle violenze, la guerra fra Gog e Magog, che ne precederebbe l’apparire. Ne è stato molto ben scritto ieri da Fabiana Magrì su queste pagine. L’avvento del Messia non è solo un momento puramente religioso, esso sbarazza Israele da liberal e democratici, e prepara un regime assolutamente teocratico basato sulla parola di Dio. Non a caso una delle ultime manifestazioni contro Netanyahu prima del Sette ottobre aveva come motto “L’Iran è qui”.
In questo contesto di una guerra portata avanti su più fronti e di un esercito sempre più infiltrato da religiosi estremisti e messianici, cosa fa il governo di Netanyahu? Ha ripreso con vigore il suo attacco alla democrazia, approfittando della disattenzione interna e del ricompattamento della popolazione al governo, naturale in un Paese in guerra, oltre che del divieto di raduno emesso all’inizio della guerra, che impedisce ogni manifestazione. La legge che limitava i poteri della Corte Suprema rispetto all’esecutivo, contro cui la società israeliana aveva manifestato per mesi e mesi nel 2023, viene riproposta al Parlamento, mentre va avanti la legge voluta dal ministro Ben Gvir sulla pena di morte, che introdurrà anche in Israele come in Cisgiordania l’apartheid, sancendo norme diverse per i palestinesi e per gli ebrei. È invece ferma la legge sul servizio militare degli ultraortodossi, una ricompensa data loro per il supporto che forniscono al governo. Il Paese la vorrebbe con forza, perché non tollera l’idea che gli ultraortodossi si salvino studiando il Talmud dal destino dei suoi figli spediti in guerra. Anche se l’idea di un esercito con un gran numero di soldati che combattono in nome di Dio non può che preoccupare.
La guerra è una necessità vitale per il primo ministro e per la sua permanenza al governo. La guerra contro l’Iran, poi, una guerra contro il grande nemico di Israele, quello che da decenni ne minaccia la fine, è una guerra che ha visto al suo inizio un sostegno notevole fra la popolazione, che sta ora però cominciando ad accorgersi che non sarà una guerra facile. Il sostegno alla guerra sta diminuendo, anche se lo stato di emergenza impedisce ogni reazione. Il Paese è fermo, tutto è chiuso, si entra con grande difficoltà, e uscirne è quasi impossibile. La grande incognita è cosa succederà se Trump se ne tirerà fuori e Israele si ritroverà senza alleati sotto i missili iraniani. Basterà a Netanyahu presentare ai suoi elettori una vittoria in Libano per far dimenticare un fallimento in Iran? O Israele continuerà la guerra da sola e Netanyahu farà proprio il motto biblico “Muoia Sansone con tutti i Filistei”?
Lodevole Foa a criticare il GENOCIDA, ma non riesce a criticare il MALE originario di Israele: IL SIONISMO, oramai parificato alle peggiori azioni dei NAZISTI, tanto da essere denominato NAZI-SIONISMO.
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