Il richiamo all’unità della presidente del Consiglio si riduce a un appello formale

(Flavia Perina – lastampa.it) – Come sarebbe stato il dibattito sulla crisi del Golfo e sul prossimo Consiglio europeo senza l’incombenza del referendum, senza le mattane di certi governisti di rango, senza la condanna social dei vecchi video di FdI sulle accise da abolire che tornano a girare in rete? Di sicuro migliore. Probabilmente concluso da un voto a larga maggioranza. Perché Giorgia Meloni sa per esperienza, e lo dice, che «ci sono momenti nella storia nei quali bisogna andare oltre» le proprie posizioni, ma il contesto anche oggi, anche qui, anche in questa storia di guerra e di enormi rischi economici per i Paesi e per le persone, impone il copione del muro contro muro. Anche se non funziona più, anche se si dovrebbe o vorrebbe far altro.
Così il confronto parlamentare si è risolto nel più classico vorrei ma non posso. Meloni in apertura è assai cauta. Evita di citare il nome di Donald Trump. Si riferisce costantemente all’Europa per spiegare le iniziative militari prese (il sostegno a Cipro), le intese trovate (con Francia, Germania e Gran Bretagna nel formato A4), le cose per ora impossibili (le accise mobili sui carburanti) e quelle per cui si combatte (lo stop del sistema europeo delle quote di emissione). Rivolge un appello formale all’unità alle opposizioni. Ma più di questo non può fare senza mettere a rischio il modello del bipolarismo muscolare che resta il bene-rifugio suo e di Elly Schlein, soprattutto alla vigilia di un voto referendario che si fonda sulla mobilitazione delle curve. Spingersi più avanti significa rischiare di sembrare un’altra: una che la dà vinta all’opposizione, una intimidita dagli strilli sul caso Nordio, sul caso Bartolozzi, sui giudici, sul modello trumpiano di gestione della pace e della guerra.
E così il tavolo dell’unità in politica estera viene annunciato, ma da domani, dopo il voto, non prima come sarebbe stato logico: probabilmente non si aprirà mai. La polemica sulla magistratura che libera delinquenti è riaperta, anche se non c’entra nulla con la guerra. E il discorso della premier offre un facile appiglio alle sinistre per rifiutare il dialogo: il “no” al superamento dei diritto di veto in Europa, lo strumento che Victor Orban sta usando per tenere in scacco l’Unione. «O con Orban o con l’Europa» rispondono quelli, come era logico prevedere, e la partita finisce lì: anche dall’altra parte, probabilmente, si è tirato un sospiro di sollievo. Sarebbe stato un problema non da poco assumersi la responsabilità di una scelta condivisa sulle misure per arginare gli effetti del conflitto.
Ancora una volta l’emancipazione del centrodestra dal vecchio modello sovranista, dalle suggestioni Maga, dalle relazioni disinvolte con l’anti-europeismo di Steve Bannon e compagnia, si ferma sulla soglia di una possibile svolta, trafitto dalle circostanze. Stavolta il freno è il test sulla giustizia, gestito con scarsa accortezza fin dall’inizio e trasformato dalle sinistre prima in un supremo test politico e poi in uno scontro fulminante sugli uomini e le donne di Meloni, la loro capacità di gestire non solo la campagna elettorale ma soprattutto il dopo-voto in caso di vittoria del sì, quando dovranno scrivere le regole delle future carriere separate. Ogni appeasement, in questa situazione, è vietato dalle regole del pugilato più che da quelle della politica: il nemico bisogna menarlo, non abbracciarlo.
E tuttavia si deve dire che Giorgia Meloni ha gestito questo dovere parlamentare in una modalità diversa dal solito, non più la capa barricadera di un governo all’attacco ma una leader sinceramente preoccupata e appena sferzante in replica, quando ha ricordato a Cinque Stelle e Pd il loro inchino all’America che assassinava il leader iracheno Soleimani o bombardava la Serbia. Mentre parlava, il rullo delle notizie snocciolava una nuova agenda del caos: Trump si proclamava arbitro unico della guerra («Finirà quando lo vorrò io»), l’Iran minacciava di mandare il petrolio a duecento dollari al barile, e poi l’attacco a due navi nello stretto di Hormuz, e la conferma delle responsabilità Usa nella strage di bambine nella scuola di Minab. In altri tempi, altre crisi, altri analoghi disastri, sarebbero state le Camere a farsi carico dell’unità nazionale indispensabile a mettere l’Italia in sicurezza. E se le Camere non fossero state in grado, sarebbe toccato ad accordi di salvezza nazionale. Ma quelle vecchie logiche sono state stracciate, demonizzate, irrise per troppo tempo in nome del decisionismo del leader e del suo rapporto diretto con il popolo. Chiedersi “come sarebbe stato se” serve solo a capire la trappola in cui ci siamo cacciati.
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