“Non si può cambiare il regime iraniano senza destabilizzare l’intera regione”. Una guerra senza senso, dall’esito imprevedibile, con un attore, Donald Trump, sospetto di essere sotto il ricatto di Israele per il caso Epstein, e con un protagonista assoluto, Benjamin Netanyahu, che è l’unico ad avere chiaro l’obiettivo: una guerra infinita […]

(estr. di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – […] Una guerra senza senso, dall’esito imprevedibile, con un attore, Donald Trump, sospetto di essere sotto il ricatto di Israele per il caso Epstein, e con un protagonista assoluto, Benjamin Netanyahu, che è l’unico ad avere chiaro l’obiettivo: una guerra infinita per restare al potere. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, offre uno sguardo come sempre analitico della situazione.
Come si colloca questa guerra nell’arco di quelle degli ultimi venti anni?
Nella traiettoria lunga delle guerre al terrorismo a partire dal 2001, dall’attentato alle Torri gemelle. Si tratta di guerre che per definizione sono invincibili, in cui si possono certamente ottenere dei risultati tattici, ma in cui non essendoci obiettivi strategici non si può rivendicare alcuna vittoria.
Le sembra che Trump si possa collocare in una continuità con George W. Bush?
Ci sono molte differenze. Innanzitutto, colui che l’ha dichiarata ha sempre definito questo tipo di guerra come stupida. Inoltre, a differenza di quelle di Bush, la guerra di Trump non ha una componente ideologica: il presidente Usa ha provato a sostenere che si trattasse di un cambio di regime, ma poi ha cambiato idea. E infine si tratta di una guerra privata, che scaturisce dal rapporto intimo, e contrastato, tra Netanyahu e Trump.
Che hanno obiettivi diversi…
L’obiettivo del premier israeliano è la guerra infinita in Medio Oriente, un modo per restare al potere il più a lungo possibile disinteressandosi delle sorti di Israele, mentre dall’altra parte penso non sia un cedimento al complottismo pensare che esistano forme di ricatto da parte di Netanyahu nei confronti di Trump, utilizzando il caso Epstein.
I rapporti di Epstein con Israele quindi offrirebbero a Netanyahu un’arma segreta?
Israele vuole evitare quello che considera il suo principale rischio, che l’America l’abbandoni. Quando Netanyahu ha paragonato Israele a Sparta, cioè a una potenza militare permanente e capace di dotarsi da sola dei mezzi per difendersi, si riferiva proprio a questo scenario. Tel Aviv, che ha come necessità assoluta il coinvolgimento attivo degli Usa, ha invece visto crescere lo scenario di un’America, intesa come élite, governo e opinione pubblica, che ne ha abbastanza del Medio Oriente. I sondaggi Usa vanno in questo senso.
Questo progetto si pone al prezzo di una destabilizzazione continua del Medio Oriente. Fino a dove può arrivare l’Iran?
[…] Per l’Iran l’obiettivo è sopravvivere. Obiettivo che ritengo possibile, a meno di una guerra civile interna, su cui puntano gli israeliani, e dunque della fine dell’Iran. Che però non è un regime, ma uno Stato che ha un regime. Quindi, se si vuole cambiare il regime occorre cambiare lo Stato, affrontando le incognite conseguenti. Si continua impropriamente a parlare di Khamenei, padre e figlio, come di un dittatore, ma non è così. In Iran la guida suprema è simbolica, ha potere, ma lo condivide con una quantità di persone che fanno capo ai Guardiani della Rivoluzione.
Ma se questo potere dovesse essere destrutturato, che succede?
Ci troveremmo di fronte al sovvertimento dell’ordine che ancora esiste in Medio Oriente e che lo stesso Iran garantisce. Stiamo già vedendo in questi giorni la destabilizzazione di un’area che resta importante per il resto del mondo e soprattutto per noi europei e italiani.
E dove si ferma Trump?
Questo purtroppo non si è ancora capito.
Per quanto riguarda l’Italia, esistono le condizioni per dire che siamo in guerra, non ci siamo oppure potremmo finirci?
Certamente oggi quelle condizioni non ci sono, non siamo in guerra al momento. Ma il rischio di finirci involontariamente c’è. Possiamo finire nel mirino della rappresaglia e gli Usa o Israele o tutti e due possono costringerci a utilizzare asset italiani per la loro guerra e in tal caso quegli asset diventano bersagli.
Esiste ancora un diritto internazionale o ci sarà un nuovo equilibrio tra Stati e potenze?
L’equilibrio geopolitico è possibile ed è sempre auspicabile, ma non c’entra nulla con il diritto internazionale che in realtà non è mai esistito. Oggi è ancora di più così come dimostra il discorso che il premier canadese Mark Carney ha tenuto a Davos poche settimane fa. Gli americani si sono sempre regolati con il proprio standard, e alla fine ognuno ha i suoi valori e i suoi interessi.
[…]
Che giudizio dà di Sánchez?
Si deve dare atto a Sánchez di aver assunto una posizione particolarmente coraggiosa e di buon senso nel momento in cui sembra prevalere il non senso. In ambito euroatlantico stiamo assistendo a un riposizionamento, lento, ma anche a un impazzimento delle posizioni semplicemente perché assistiamo a eventi che non controlliamo e che ci limitiamo a subire.
A Meloni non sono mancate la schiena dritta e la testa alta che spesso rivendica?
Meloni, e non solo lei, è ancora sconvolta per quello che sta succedendo: nessuno ci aveva detto quello che stava per accadere e noi non siamo stati in grado di prevederlo. […]
Se una guerra diventa esistenziale per un paese ,questo fattore diventa dirimente ed essenziale per comprendere la dinamica del conflitto. Tutto assume un significato che trascende dalla sola contrapposizione d’interessi o di ideologie ma diventa lo scopo degli scopi della propria esistenza. Quindi non si illudano troppo quelli che contano solo le forze in campo .
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Parli dell’Iran o di Israele? O di entrambi?
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Iran, ex capo Cia: Eliminazione Khamenei un errore, pasdaran a guerra da anni
“L’eliminazione di Khamenei potrebbe rivelarsi uno dei grandi errori della storia moderna”. Così Robert Baer, ex capo degli operativi della Cia in Medio Oriente e autore del bestseller da cui è tratto il film ‘Syriana’. Nell’intervista a La Stampa, Baer spiega come l’Iran si sia preparato per decenni a reagire con guerra asimmetrica, droni e strategie per logorare l’avversario, mentre le conseguenze economiche e politiche potrebbero avere effetti globali imprevedibili: “L’idea che, decapitando il regime, le forze democratiche avrebbero preso il sopravvento. È evidente che finora questo non è accaduto, anche se sono trascorsi solo pochi giorni. Da quello che vedo, invece, una buona parte dei cittadini iraniani si è ricompattata contro il nemico esterno. Le intelligence statunitense e israeliana non hanno fatto le valutazioni opportune in questo senso”. E ancora: “La mia non è una difesa del regime, il cui operato, per certi versi malvagio, è sotto gli occhi di tutti, ma una presa d’atto. Un conto è eliminare Khamenei, che non si muoveva mai ed era facilmente tracciabile tra segnali digitali, telefoni cellulari e così via; altro è capire ciò che viene dopo, ed è lì che sta il vero problema”.Per Baer è stato “ignorato il fatto che l’Iran avrebbe potuto adottare la cosiddetta ‘opzione Sansone’, cioè trascinare nel baratro le economie arabe. Ed è proprio quello che sta facendo. Il petrolio iracheno, circa 3,3 milioni di barili al giorno, è di fatto fuori dal mercato. Senza contare il danno permanente che Teheran può infliggere alle infrastrutture. Da dove passa il gas? Dove finisce? E soprattutto: per quanto tempo potrebbero chiudere il Golfo? Già dopo due settimane si stima che il prezzo del petrolio possa arrivare a 100 dollari al barile. L’unico modo per fermare i missili a corto o medio raggio diretti verso il Golfo e i Paesi arabi sarebbe dispiegare truppe in Iran. Ma nessuno ha la forza necessaria per farlo”.
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“E dove si ferma Trump?
Questo purtroppo non si è ancora capito.”
Ma come sarebbe.
Visto che dicono di avere distrutto il 50% della capacità missilistica iraniana (in 6 giorni) tra altri 6 giorni avranno distrutto il 100% e dichiareranno la guerra conclusa.
Durata: 12 giorni.
Ma dai! Come l’altra!
In caso contrario ci stanno raccontando balle.
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