Iraniani, libanesi e gli altri caduti nei conflitti di cui non conosciamo i nomi. Così le guerre rivelano la loro infamia e continuano senza il peso della pietà

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Ho visto, purtroppo, molte persone morire in guerra: civili, soldati, guerriglieri, buoni e cattivi, fanatici e idealisti, innocenti e assassini, donne, bambini. Quando era possibile ho sempre tentato di sapere il nome degli uccisi, per fissarli pietosamente sul mio taccuino. Strana abitudine in un mondo, quello dei conflitti, dove è solo il caso a decidere chi deve morire. Molti sorridevano a questa pratica: «Che te ne fai dei nomi? Che cosa raccontano di loro? Niente! Li metti tutti nell’articolo? Una rigatteria burocratica come al cimitero o all’obitorio. Ai lettori non importa nulla di un somalo o di un siriano…».
Spiegazione: lo facevo per me. È l’equivalente del chiudere i loro occhi spalancati, coprirli con un pezzo di stoffa perché non ci chiamino nel mondo delle tenebre. Conoscere il nome delle vittime è un modo umile, elementare se volete, di restituire una soggettività al cadavere, a ognuno di loro. È un dovere ancor più forte se devi replicarne la morte descrivendola. È un modo, forse l’unico che ho, per avere il diritto di farne rivivere il destino, di far esistere una realtà di cui non conosco che l’ombra. Per chi non può far nulla per impedirla, la morte. O ancor meno l’ha provocata. Per chi assiste alla fine violenta di una vita, sillabare un nome è l’unico modo per evitare la trappola orribile e immorale del numero. Per riconoscergli una “buona morte” e ribellarsi a essa come di fronte a un fato crudele e del tutto insensato.
Poter riconoscere i morti delle guerre di massa – non i capi, i generali, gli strateghi ma anche i soldati semplici, i ribelli anonimi, i civili uccisi per errore o per “ripulire” – vuol dire impedire che vengano derubati dell’unica cosa che resta loro: la memoria di una identità. Perché possiamo fingere di non conoscerli, negarli. Ma esistono lo stesso. Uccidere è un affare sporco, come macellare gli animali. Si cerca di nasconderlo seppellendo le vittime nelle fosse comuni di frasi vaghe come: «Fino a oggi i morti dei bombardamenti in Iran sono millenovantasette…», «si contano già cento vittime tra i bambini…», «nel Libano settantadue morti per i raid israeliani…». La guerra, anche quelle definite astutamente «giuste» o «necessarie» o «preventive», mette a nudo il potenziale di malvagità che si annida appena sotto la superficie in ciascuno di noi, anche in chi osserva. Ed è per questo che molti, dopo, trovano così difficile parlarne.
Perché alla fine contano. “Vediamo”, per benedirne la punizione o per esaltarne il sacrificio, solo i morti che hanno volto e nome: tra gli iraniani Khamenei, i comandanti dei Pasdaran, insomma le facce note del regime. «Malvagi», come dice Trump. O «martiri», come dicono gli ayatollah. E contano i soldati americani, i primi uccisi in questo conflitto – una decina – che il presidente americano deposita tra «gli eroi» indimenticabili nel loro nome e cognome. I morti nostri e i morti loro, che non sono evidentemente eguali, come avviene in tutte le guerre. Sempre quel principio: chi non è dentro è fuori, chi non è con noi è contro di noi e così il mondo perde tutte le sfumature.
Contano, per una parte, come degni di ammirazione e di pietà; per l’altra sono morti giustamente, erano colpevoli. Ma tutti, comunque, sono, esistono, in quanto immagini e nomi. Possiamo sfogliarne la vita, meravigliosa o perversa. La loro morte è un sapere pubblico, hanno “saputo morire”.
E poi ci sono quelli che non esistono, gli anonimi: le centosessanta bambine iraniane morte in una scuola polverizzata come si dice sempre in questo casi «certo per errore», i civili delle città dove si braccano «i vertici del regime» da decapitare, la piramide del potere attorno a cui però vivono persone che non sono colpevoli di nulla, forse addirittura oppositori.
E poi i libanesi che in gran parte non hanno mai impugnato un mitra per Hezbollah, libanesi che hanno la colpa di vivere in un paese dove c’è il Partito di Dio e per cui da anni la paura e la infelicità sono la cosa più abituale che ci sia al mondo. E poi gli israeliani per cui l’impenetrabile sistema antimissile non ha funzionato. E le vittime in Kuwait, Iraq, Emirati… Laddove sono caduti i missili e i droni della vendetta persiana.
Questi esistono come liste di numeri, enumerazioni, esistenze tragiche ma senza rumore, rannicchiate nell’ombra accanto alle pareti, riunite in un uniforme inascoltato lamento. Non abbiamo tempo per loro, suvvia, dobbiamo decifrare chi ha vinto e chi ha perso e quanti danni farà a noi questo sconquasso. Appartengono solo a coloro che li hanno amati direttamente. Chi li ha uccisi – piloti, manovratori di droni e missili – non proverà mai nessun senso di colpa. Quell’anonimato dei numeri li dispensa dal rimorso: è la guerra… Erano lì… E noi, gli spettatori del film, li annulliamo disinvoltamente in una spirale di fumo che sale all’orizzonte dalle città bombardate, come carbone ormai consumato che si frantuma in cenere grigia, informe. In fondo: in Iran o in Libano o in Israele muoiono gli uomini in un modo diverso?
La infamità delle guerre, una tra le tante, è nel poter riservare l’egoismo della pietà solo a coloro che ci appartengono. Anche i morti devono essere utili, lavorare fino in fondo per la Causa, morire per Noi. Ma c’è un caso in cui i morti che sono nomi e volti diventano un problema per chi le guerre le dirige: quando sono troppi. Se le vittime tra i soldati americani cresceranno per una guerra che si prolunga, se le sacche nere affolleranno i telegiornali, Trump potrebbe dover rivedere i suoi piani di guerra trionfale.
Perché gli americani dopo il Vietnam (e l’Occidente) accettano le guerre, ma se i morti sono soltanto tra gli altri. I bombardieri, i droni, i missili servono a questa guerra asettica, senza rischi. Il regime degli ayatollah può sacrificare i suoi martiri, soprattutto quelli anonimi e involontari, in scenari di distruzione quasi illimitati senza battere un ciglio come nella guerra contro l’Iraq di Saddam. È l’orribile vantaggio strategico di essere i prestanomi di Dio.
Visto il tema in oggetto hai fatto bene a mollare il “linguaggio aderenziale e desemplicizzato” (cit) che normalmente caratterizza i tuoi scritti e che personalmente trovo interessante, malgrado la applicazione.
Denota una certa sensibilità.
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