Scrivo mentre i giornaloni titolano sulla commozione di Sanremo per le vittime di Crans Montana. Una commozione umanissima: ma non abbastanza da estendersi alle decine e decine di migliaia di vittime del genocidio di Gaza, che è ancora in corso con la complicità anche della celebratissima Repubblica italiana. Lo Humanwashing di Sanremo è affidato a una canzone […]

(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) -[…] Scrivo mentre i giornaloni titolano sulla commozione di Sanremo per le vittime di Crans Montana. Una commozione umanissima: ma non abbastanza da estendersi alle decine e decine di migliaia di vittime del genocidio di Gaza, che è ancora in corso con la complicità anche della celebratissima Repubblica italiana. Lo Humanwashing di Sanremo è affidato a una canzone dal tono patetico (al di là delle ottime intenzioni dell’autore), mentre una consegna del silenzio bandisce dal palco la parola “Palestina”, quasi che quella bambina stella-stellina sia morta naturalmente, e non assassinata da Israele. È questo il tema di uno dei libri più importanti dedicati a Gaza: quello di Didier Fassin (che insegna sociologia all’Institute for Advanced Study di Princeton e al Collège de France) uscito da Feltrinelli con il titolo Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza. Il titolo ne riprende uno di Marc Bloch dedicato alla “strana disfatta” dell’esercito francese, travolto nel 1940 da quello nazista: “la disfatta di allora fu militare – nota Fassin in apertura–, quella di oggi è morale. Richiede un esame lucido”. […] Le pagine che seguono tengono fede all’impegno, vivisezionando con impalcabile pensiero critico la nostra collettiva disfatta morale. Quest’ultima, argomenta l’autore, coincide sostanzialmente con la totale identificazione con Israele e i suoi interessi, e con la simmetrica indifferenza per la sorte del popolo palestinese: una regola che l’eccezione delle mobilitazioni occidentali per Gaza (cruciali, ma sempre minoritarie e oggi sopite nella loro dimensione di massa) non basta a ribaltare. Mille spie nel discorso pubblico svelano questo assetto ideologico. A partire dalla pacifica identificazione di Israele con l’ordine, e di Hamas con il terrorismo: “il fatto più rilevante di ciò che chiamiamo terrorismo è la labilità di una simile categorizzazione: da un lato, permette a certi stati di criminalizzare i loro nemici, anche se altri stati riconoscono la legittimità della loro lotta; dall’altro, può essere capovolta nel tempo nella coscienza morale internazionale, con alcuni dei terroristi di ieri che diventano gli eroi di oggi. In Sudafrica, l’African National Congress — la cui ala paramilitare, Umkhonto we Sizwe, ha compiuto una serie di attentati che hanno causato la morte di membri delle forze di sicurezza, ma anche di civili — è stato a lungo considerata dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica, mentre nella maggior parte dei Paesi del mondo era visto come una lotta contro l’oppressione del regime suprematista bianco. Il fondatore dell’Anc e leader del suo braccio armato, Nelson Mandela, artefice della transizione pacifica verso la democrazia e primo presidente del paese dopo la fine dell’apartheid, compariva nella lista dei terroristi degli Stati Uniti fino al 2008, ovvero fino a diciotto anni dopo la sua uscita di prigione e quindici dopo l’assegnazione del premio Nobel per la pace”. Tutto questo dovrebbe suggerire uno sguardo profondo, educato dalla storia, capace di legare passato, presente e futuro: ma il potere occidentale fa esattamente il contrario, perché manipola il passato al servizio del presente, cercando di impedire un futuro diverso. […] Fassin cita l’Orwell di 1984: “‘Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”. Il che spiega l’accanimento politico e mediatico contro chi ha detto, e dice, che il re è nudo: «”a distruzione di Gaza e di una parte della sua popolazione – dice Fassin – in fondo era un male minore per eliminare un male ben più grande, ovvero la scomparsa dello stato ebraico voluta da Hamas. In queste condizioni, fare riferimento ai crimini commessi dagli israeliani equivaleva alla forma più sospetta di razzismo, ovvero l’antisemitismo, soprattutto se riguardo al massacro della popolazione palestinese si parlava di genocidio, poiché era intollerabile che i discendenti di un popolo vittima del più grande dei genocidi venissero a loro volta accusati di perpetrarne uno”. Il grottesco ruolo di ‘osservatore’ che l’Italia si è ritagliata (calpestando la propria Costituzione) al ‘Board of colonialism’ di Trump rappresenta terribilmente bene la disfatta morale dell’opinione pubblica occidentale, che ha accettato il male minore di essere moralmente corresponsabile del genocidio che osserva in diretta: e che in fondo riguarda arabi, non bianchi, e (quasi tutti) non cristiani. Quel che ci manca è la dignità che, nota Fassin nelle sue ultime parole, è invariabilmente presente nella sempre più debole, eppure ancora udibile, voce delle palestinesi e dei palestinesi. […]
Big Mama alla Difesa
(Di Marco Travaglio) – Ci scusiamo per aver scritto che né l’Ue né i governi europei né i ministri meloniani né i loro reggipalle “riformisti” hanno detto una parola chiara sull’attacco criminale di Usa e Israele all’Iran. Quando il Fatto era già in stampa, i suddetti tartufi hanno scandito parole chiarissime: ma a favore dell’aggressione a uno Stato sovrano, spacciata per “attacco preventivo” (per prevenire non si sa cosa);e contro le legittime rappresaglie del Paese aggredito. Ecco la presidente del Parlamento Ue, tal Metsola: “Gli attacchi del regime iraniano contro i paesi del Golfo sono ingiustificabili e imperdonabili. Il regime iraniano deve astenersi da qualsiasi ulteriore escalation contro Stati del Golfo, Israele o cittadini europei o statunitensi”. Quindi, se Usa e Israele, violando l’abc del diritto internazionale, sterminano un capo di Stato e centinaia di civili, incluse 148 bambine e ragazze nella loro scuola per liberare le donne iraniane dal velo, è cosa buona e giusta; se invece il Paese aggredito risponde con una rappresaglia pienamente legittimata dal diritto internazionale contro gli aggressori e i loro complici, è un peccato mortale. Alle giovani trucidate dai liberatori pensa però una dei tanti vicepresidenti del Parlamento europeo, tal Picierno, ovviamente del Pd: “Viva l’Iran libero… Quando viene deposto un dittatore (le hanno detto che Khamanei è stato deposto, ndr), è sempre un giorno di festa per il mondo libero… nel nome delle bambine, delle ragazze e delle donne minacciate, torturate e assassinate da un regime criminale” (par di sentirle, le loro urla di giubilo da sottoterra).
Poi naturalmente tutti a sanzionare l’aggressore Putin perché ha imparato da noi; e ad armare l’Ucraina aggredita (non a caso Zelensky plaude entusiasta agli aggressori dell’Iran, con le stesse parole che Putin usa per lui). A proposito: quando parte la prima fornitura di armi e missili a lunga gittata all’esercito iraniano aggredito? Vorremmo tanto chiederlo al ministro Crosetto, ma purtroppo è impegnato a rientrare da Dubai, dove villeggiava durante l’attacco senza avvertire i servizi segreti, cosa peraltro inutile visto che né quelli né la Meloni erano stati avvertiti dall’alleato privilegiato (che pare si sia scordato persino di Di Maio, “inviato speciale della Ue nel Golfo”). Si conferma così il ruolo fondamentale dell’Italia come ponte fra Trump e Ue, grazie anche alla decisiva presenza di Tajani nel Board of Peace in veste di osservatore-finanziatore, cioè di guardone-pagante. Purtroppo le migliaia di italiani bloccati nei Paesi del Golfo, fra cui la cantante Big Mama, non hanno la fortuna di chiamarsi Crosetto e restano lì, sotto i droni e i missili iraniani, grazie alla squisita premura degli “alleati”. Con amici così, che bisogno abbiamo di nemici?
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