La legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – C’è stata la fase dell’assalto al potere, mica per governare ma per comandare. Quello Giorgia Meloni l’ha fatto (e bene) in occasione delle ultime elezioni politiche. Le è bastato approfittare dello sfilacciamento degli avversari, usurati dalla pandemia e dal governo tecnico che ha funzionato come bromuro.
Lei si è presentata come la dura e pura, l’underdog che avrebbe ribaltato tutto, sgretolando l’inutile Unione Europea, combattendo qualsiasi alfiere dei moderati e curando gli interessi della Patria. Non si è visto nulla di tutto questo ma Palazzo Chigi ormai era espugnato e così Meloni e i suoi hanno potuto comodamente fare ciò che è loro più connaturale: revanscismo in purezza.
Il brivido di comandare invece di governare ha alzato l’asticella. Dalla prima battaglia campale contro i rave party si è passati via via ai giornalisti, ai comici, ai musicisti, agli scrittori, ai sindacati, ai magistrati. Tutto ciò che è lontanamente afferrabile alla sinistra è un nemico da abbattere. Per gli amici invece c’è un posto al banchetto del comando, sia anche una disastrosa striscia nella televisione pubblica ammaccata dall’amichettismo.
Poi c’è la fase dell’assoggettamento dei poteri, funzionale all’inettitudine del governo e all’inclinazione per il comando. La riforma costituzionale della Giustizia è l’ultimo passo ma le stoccate alla Corte dei conti, al diritto internazionale e al multilateralismo sono state i prodromi impossibili da non leggere. In questo caso il finale rischia di non essere quello sperato: troppa caciara, troppo impudico entusiasmo nei sostenitori del referendum. E così il trucco si nota da lontano.
Per questo siamo nella terza fase: l’arroccamento. Un governo di revanscisti sa che per togliersi tutte le soddisfazioni ci vuole più tempo della singola legislatura. Bisogna quindi costruire una legge elettorale che consenta di continuare l’opera di desertificazione istituzionale e culturale. Per questo la legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia. E se per farlo serve una legge chiamata elettorale ma semplicemente confermativa dell’esistente allora eccola servita.
Parliamo un po’ di noi
(Di Marco Travaglio) – Cari lettori, da domani troverete un Fatto quotidiano un po’ diverso dal solito. Abbiamo fatto di necessità virtù, disegnando con il nostro art director un giornale più agile, essenziale, compatto ed esclusivo, sposando le esigenze di sintesi, imposte dalla riduzione dei tempi di lettura del pubblico, con quelle di risparmio, imposte dagli aumenti dei costi. Tutto cambia nel mondo dell’editoria: l’aumento dei lettori digitali, la chiusura delle edicole, la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione che obbliga i giornali a privilegiare sempre più le notizie esclusive affidando quelle note a tutti al rullo incessante e immediato del web (dove il nostro sito è fra i più frequentati d’Italia). L’equilibrio fra il giornale cartaceo e digitale e le sue proiezioni in rete (il sito e i social) ci hanno fin qui premiati su tutti i fronti: il nostro giornale è l’unico in Italia in costante crescita per la diffusione anche e soprattutto grazie agli abbonamenti digitali e nella classifica Audipress di novembre è balzato al terzo posto fra i quotidiani generalisti. Ma i ricavi che una copia digitale assicura alla nostra azienda sono solo un quarto di una cartacea.
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Nell’attesa, il Fatto torna nei giorni feriali al formato delle origini: 16 pagine, che salgono a 20 il sabato e la domenica, quando c’è più tempo per leggere, e nelle occasioni speciali. Il numero degli articoli resterà pressoché invariato, ma saranno un po’ più brevi. Anche le rubriche verranno razionalizzate e rinnovate, ma senza perdere nessuna delle nostre firme. Qualche sacrificio sarà inevitabile, come la rinuncia ai programmi tv (che però ormai si trovano su molti siti) e ad alcuni appuntamenti di servizio, come le pagine di moda e motori e alcune recensioni culturali che traslocheranno sul sito. Il tutto in cambio di una lettura più facile e più snella, che però non pregiudichi il giusto spazio da riservare agli approfondimenti. Questi sono i criteri che abbiamo seguito e che, come ogni scelta, accontenteranno alcuni e scontenteranno altri. Il giudizio spetterà, come sempre, a voi lettori: i nostri unici padroni.
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Spiace, Travaglio dirige un ottimo giornale, ma purtroppo sarà l’ultimo dodo prima dell’estinzione totale. È solo questione di tempo.
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