(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Non è facile contare fino a dieci prima di parlare. Ma ancora più difficile è riuscirci prima di digitare. Come si fa a rimanere con un telefono in mano per dieci, interminabili secondi senza cedere all’impulso di esprimere un giudizio netto e definitivo su qualcosa di cui non si sa nulla?

Si consideri il caso, puramente ipotetico, di un ministro dei Trasporti Emotivi alle prese con la notizia di un poliziotto indagato a Rogoredo per avere ucciso un pusher. Nella sua testa, dove Buoni e Cattivi abitano in stanze separate e non comunicanti, prende immediatamente forma il verdetto. I contorni della vicenda sono ancora confusi e la prudenza suggerirebbe di aspettare, ma le dita stanno già correndo sulla tastiera per celebrare il rito quotidiano del quarto d’ora di indignazione: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma!». 
Arriva la notte, ma non porta consiglio, nemmeno a un vicepresidente del Consiglio, e il giorno dopo i suoi polpastrelli allergici alla temperanza tornano a pestare sul solito tasto: «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato!».  E se poi la realtà prende un’altra strada, il Buono perde l’aureola e la legittima difesa si trasforma in un regolamento di conti? Nessun problema. «Rifarei quel post» afferma imperterrito l’ipotetico ministro. Evidentemente conosce la prima regola del perfetto digit-attore: quando i fatti non vanno d’accordo con le opinioni, bisogna cambiare i fatti, mica le opinioni.