La presidente guarda con preoccupazione agli Usa. Populismo ed eccessi alla lunga rischiano di produrre effetti indesiderati. E dopo le polemiche salta il vertice Italia-Francia di aprile. I timori in vista del referendum. Nel frattempo guarda con sospetto quello che accade attorno a lei. Da Mattarella al Vaticano 

(Nicola Imberti – editorialedomani.it) – A metà mattinata, quando l’Italia già da qualche ora con fatica e dolore faceva i conti con la morte del piccolo Domenico, Giorgia Meloni ha affidato il suo pensiero a un messaggio postato sui social: «L’Italia intera si stringe nel dolore per la scomparsa del piccolo Domenico, un guerriero che non sarà dimenticato. Alla mamma Patrizia, al papà Antonio e a tutti i suoi cari rivolgo, a nome mio e del Governo, il più sincero abbraccio e il più profondo cordoglio. Sono certa che le autorità competenti faranno piena luce su questa terribile vicenda».

Dopotutto già nei giorni scorsi, quando ancora la speranza di poter salvare il bambino non era tramontata, la presidente del Consiglio aveva espresso la sua vicinanza alla famiglia telefonando alla madre. Normale quindi che Meloni abbia voluto esprimere un ultimo pensiero su una vicenda che ha toccato il cuore degli italiani.

Ma quelle poche parole hanno subito reso evidente quello che stava accadendo. Prima del cordoglio per Domenico la premier aveva pubblicato, il 19 febbraio, la sua intervista a Sky TG24 (quella in cui, tra le altre cose, aveva attaccato il presidente francese Emmanuel Macron). Prima ancora, in rapida sequenza, tre video per magnificare il decreto Bollette e per attaccare i giudici sui casi Sea-Watch e il “caso” di un migrante algerino. E poi il post sulla morte del militante di estrema destra, Quentin Deranque, che aveva per l’appunto provocato la reazione dell’Eliseo e che ha prodotto, alla fine, l’annullamento, deciso sabato, dell’importantissimo vertice Italia-Francia previsto ad aprile.

Insomma, non si può certo dire che Meloni si sia lasciata sfuggire l’occasione di esprimere il proprio pensiero. Un po’ su tutto tranne su una cosa che, evidentemente, crea non poche difficoltà al governo: la decisione della Corte suprema che ha bloccato i dazi imposti da Donald Trump.

Non solo, ma se prima dell’intervento del presidente Sergio Mattarella a difesa dei Csm, la premier aveva dato l’impressione di voler alzare i toni dello scontro con i magistrati per spingere il fronte del Sì in vista del referendum della giustizia del 22 e 23 marzo, negli ultimi giorni sembra aver cambiato strategia.

Di lotta e di governo

Al momento è un’impressione visto che, mentre Meloni taceva, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, considerato l’anima moderata di Palazzo Chigi, ne approfittava per punzecchiare Nicola Gratteri e spiegare che «se continuiamo così troveremo solo macerie tra istituzioni». 

I beni informati dicono che la premier sta studiando e si sta facendo preparare un dossier con casi di malagiustizia da utilizzare nelle prossime settimane quando si impegnerà più direttamente nella campagna referendaria. Ma questo continuo oscillare tra la piazza e il governo è di sicuro il sintomo della confusione che regna all’interno della maggioranza.

Qualcuno parla già dell’«effetto Trump» con esplicito riferimento a quello che sta accadendo negli Stati Uniti. Il ragionamento è semplice: la vicenda dei dazi, ma ancora prima quella di Minneapolis, dimostrano che le istituzioni democratiche e i cittadini, anche chi ha votato convintamente per il presidente americano, non sono disposti ad accettare tutto. Gli eccessi stancano e spesso producono reazioni uguali e contrarie.

Trump ha appena incassato una cocente sconfitta legale su un tema centrale della sua politica commerciale. Diversi Repubblicani cominciano a storcere il naso e le elezioni di midterm potrebbero trasformarsi in una débâcle. E se succedesse la stessa cosa a Meloni?

Referendum e non solo

Non è un segreto che la premier viva tormentata dalla sindrome di accerchiamento. Alla continua ricerca di complotti ai suoi danni. E nell’ultimo periodo, di certo, avrà guardato con diffidenza ciò che sta accadendo. Da un lato c’è Sergio Mattarella, che con il suo inatteso intervento al plenum ordinario del Csm, ha voluto anzitutto richiamare all’ordine il governo dopo gli attacchi sguaiati alle toghe del ministro Carlo Nordio. Poi c’è il Vaticano. I vescovi, dopo le parole pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi in occasione del Consiglio episcopale permanente, come raccontato anche dal Foglio, stanno attivamente sostenendo le ragioni del No. Nel frattempo il segretario di Stato Pietro Parolin, dopo aver tenuto una posizione attendista, ha affondato il colpo sulla partecipazione italiana al Board of Pace

Sabato anche il governatore Fabio Panetta, che la destra considerava vicino tanto da volerlo a tutti i costi alla guida della Banca d’Italia, intervenendo all’Assiom Forex, ha lanciato l’allarme rispetto al fatto che «un modello di crescita fondato sull’espansione dell’occupazione e dei salari contenuti non è sostenibile». E ancora: «Senza un deciso aumento della produttività, lo sviluppo rischia di arrestarsi».

Insomma, se tre indizi fanno una prova, a Palazzo Chigi avranno cominciato a pensare che qualcosa si sta muovendo, nel paese e nelle istituzioni, per provare a rovesciare la maggioranza di centrodestra.

Resistere e reagire

Da qui la domanda: che fare? Quali sono i messaggi giusti e i toni giusti per non perdere il contatto con gli elettori? Ciò che preoccupa, nell’immediato, è ovviamente il referendum sulla giustizia. La magistrata Simonetta Matone, oggi deputata della Lega, lo ha detto con fin troppa chiarezza: «Se prima, grazie all’involontario endorsement di Gratteri, il rapporto tra i sostenitori del Sì e quelli del No era dieci a zero oggi, grazie all’improvvida iniziativa di Nordio, siamo dieci a dieci».

Insomma, la partita è tutt’altra che chiusa, anzi. E stando ai sondaggi potrebbe concludersi molto diversamente da come spera la maggioranza. Non solo, anche le altre rilevazioni, quelle elettorali, segnalano flessioni sia di FdI, sia della Lega, che perdono consensi a favore del generale Roberto Vannacci. 

Anche per questo la maggioranza ha deciso di accelerare sulla riforma della legge elettorale nel tentativo di trovare un meccanismo che la metta al riparo da sorprese. C’è anche chi evoca elezioni anticipate. Nel frattempo, mentre le opposizioni attaccano Meloni per il suo silenzio sulla vicenda dazi, un po’ tutti ripetono che il referendum non è «un voto sul governo». E che un’eventuale vittoria del No in nessun modo scalfirà la «solidità dell’esecutivo». Ma se c’è bisogno di ripeterlo con tanta insistenza, forse, nemmeno loro ci credono così tanto.