Dieci governi e 22 anni dopo l’occupazione dello stabile romano di via Napolone III resiste a tutto. Anche alla sentenza barese sulla ricostituzione del partito fascista

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Dicembre 2022, conferenza stampa di fine anno della presidente del Consiglio. Il debutto muscolare della destra al governo ha preso corpo con il decreto anti-rave party. E adesso, avverte Giorgia Meloni, «è finita l’Italia che si accanisce con chi rispetta le regole e fa finta di non vedere chi le viola».
Di casi ce ne sono a bizzeffe, e non effimeri come i rave party. Uno va avanti da dieci governi. Quando la premier scaglia l’anatema l’occupazione del palazzo di via Napoleone III numero 8, a Roma, di proprietà del Demanio, ha appena compiuto 19 anni. Oggi gli anni sono diventati ben oltre 22. E i neofascisti di CasaPound sono ancora lì. Ci sono entrati il 27 dicembre 2003 e non ne sono più usciti, nella totale indifferenza dello Stato. Che si trova però adesso di fronte a una situazione imprevista.
Giovedì 12 febbraio un tribunale di Bari ha condannato una dozzina appartenenti a CasaPound, dice una nota dell’Ansa in attesa di conoscere le motivazioni, «per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista». La storia risale al settembre 2018, quando i condannati aggredirono i militanti antifascisti che avevano partecipato al corteo contro il razzismo. Una vicenda simile a molte altre. Ma stavolta la sentenza riferita dall’Ansa certificherebbe la natura contraria alla Costituzione e alle leggi vigenti di una organizzazione politica. Sgretolando in questo caso tutti gli alibi che per oltre due decenni hanno alimentato la tolleranza, per non dire la compiacenza, di certa politica nei confronti di CasaPound. Fino a favorire perfino l’ingresso di suoi aderenti negli spazi istituzionali.
Per mettere a fuoco la storia è utile rileggere una relazione di 45 pagine della Guardia di finanza sull’occupazione del palazzo del Demanio a Roma. L’indagine delle Fiamme gialle parte dalla procura della Corte dei conti in seguito a un’inchiesta de L’Espresso del 25 febbraio 2018. Obiettivo: accertare i fatti e verificare il danno per i contribuenti.
Nel rapporto spedito il 7 giugno 2019 alla Corte dei conti, il Nucleo di polizia economico-finanziaria lo valuta in almeno 4 milioni e mezzo. Ma lì dentro c’è pure l’elenco sterminato di omissioni e indulgenze con cui la politica ha consentito che la ferita andasse in cancrena. Con la conseguenza di riconoscere all’organizzazione neofascista il diritto a fare di quell’immobile statale una specie di sede politica. La prova? Sulla facciata per anni ha campeggiato la scritta CASAPOVND a caratteri cubitali, con tanto di bandiera esposta sul pennone, senza che nessun apparato pubblico protestasse per l’evidente abuso. L’unica a farlo, nel 2019, la sindaca grillina di Roma Virginia Raggi. La scritta è stata rimossa dal muro, ma la bandiera è rimasta.
Dall’indagine della finanza partita dall’articolo de L’Espresso saltano fuori particolari sconcertanti a dimostrazione di quella che la Corte dei conti, in una sentenza del 2023, definisce una «pachidermica inerzia nel ripristino della legalità violata». Come il fatto che «la vicenda dell’occupazione è stata affrontata l’ultima volta in data 28 febbraio 2007 dal Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica». E siccome il rapporto delle Fiamme Gialle è del 2019, significa che per 12 anni ci si è ben guardati dall’affrontare la faccenda. Se non per inserire l’immobile occupato da CasaPound nel «Piano di attuazione del programma regionale dell’emergenza abitativa», che riguarda gli occupanti di 40 palazzi nella capitale. Ci pensa nel 2016 il prefetto Francesco Paolo Tronca, commissario straordinario del Comune che ha sostituito il sindaco Ignazio Marino, sfiduciato dalla sua stessa maggioranza davanti al notaio. Il passaggio però fondamentale è all’inizio del 2019, proprio mentre la Fiamme Gialle conducono l’indagine. Il caso ormai è esploso: il consiglio comunale di Roma chiede ufficialmente lo sgombero. Per tutta risposta la prefettura di Roma scrive, testuale: «Lo sgombero è rimasto tutt’ora inattuato sia per la destinazione spuria assunta dall’immobile (sede del Movimento e soluzione alloggiativa per famiglie), sia per la difficoltà del Comune a sistemare in alloggi alternativi i diversi soggetti fragili che comunque vi abitavano (5 minori e due portatori di handicap su circa 60 occupanti)». Paola Basilone, all’epoca prefetta della Capitale con ministro dell’Interno Matteo Salvini, afferma che per il governo il palazzo occupato è anche la sede politica di CasaPound; dunque non si può sgomberare. Se poi ci sono responsabilità, sono del Comune. Per non parlare dell’«esigenza di evitare disordini sociali». Che però non ha impedito, circa un anno prima, lo sgombero (con incidenti) del palazzo occupato di via Curtatone, a ridosso della Stazione Termini. Né, anni dopo, lo sgombero del centro sociale del Leoncavallo a Milano. E di Askatasuna a Torino, con tutto ciò che ne è seguito.
Poi c’è la questione della cosiddetta «fragilità» sociale degli occupanti, che costituirebbe un freno decisivo allo sgombero. Ebbene, con una banale consultazione delle banche dati la Finanza scopre una serie di elementi interessanti. Perché fra gli occupanti ci sono un bel po’ di dipendenti pubblici. Tutt’altro che indigenti. Una del Policlinico Gemelli. Una del ministero dell’Economia. Uno di Laziocrea, società della Regione, consorte di una dipendente di una società del Comune di Roma. Una di Cotral, sposata a sua volta con un collega della medesima società di trasporti della Regione Lazio. Una di Roma Capitale. Una di Zetema, controllata del Comune di Roma. Poi c’è un fotoreporter dipendente della Mag srl, società che fa capo alla moglie del fondatore di CasaPound Gianluca Iannone e gestisce l’Osteria Angelino dal 1899. Tanto Iannone quanto il fotoreporter e un altro occupante risultano dipendenti del ristorante. «Tale accertamento – dice il rapporto della Finanza – «contrasta le affermazioni del comitato diramato da Simone Di Stefano di CasaPound il 27 ottobre 2018»: dove gli occupanti sono «famiglie in stato di emergenza abitativa».
Ma le date spiegano molte cose. Dal giugno 2018 al settembre 2019 il ministro dell’Interno e capo dei prefetti è il leader leghista Salvini, che ricopre anche l’incarico di vicepresidente del Consiglio. E non è un nemico degli occupanti, almeno a sentire Giorgia Meloni. Nel 2015, quando è all’opposizione insieme alla Lega, lei ne prende curiosamente le distanze: «Non ho rapporti con quelli di CasaPound. Loro dicono che il loro leader è Salvini». Sono gli anni in cui Luca Marsella, uno dei capi dell’organizzazione ora impegnato nella battaglia sulla «remigrazione» cara a Roberto Vannacci, auspica che «Salvini si metta a capo di un polo sovranista». Mentre il leader leghista viene immortalato allo stadio con il giubbotto «Pivert» prodotto dall’azienda di Francesco Polacchi, coordinatore di CasaPound in Lombardia. Nonché titolare di Altaforte, casa editrice che pubblica un libro intervista con Salvini. E quando il 24 ottobre 2018 i giornalisti chiedono al ministro dell’Interno di esprimersi sul palazzo occupato, Salvini dice che ci sono altre precedenze. Poi toccherà anche a loro.
Sette anni e mezzo dopo siamo allo stesso identico punto. Nemmeno la sentenza di Bari sembra aver cambiato qualcosa. L’attuale ministro dell’Interno, il prefetto Matteo Piantedosi, è il capo di gabinetto di Salvini al Viminale. E ora a chi gli sollecita una posizione sulla sentenza dei giudici di Bari, getta la palla in tribuna: «Ci sono diverse interpretazioni, è una vicenda complessa…».

Casapound – a maggior ragione dopo la sentenza del tribunale di Bari – non va sgomberata, ma sciolta. Se Piantagrane rimanda un atto, ora, obbligatorio, come quello che si prende in caso di scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose (senza che peraltro siano necessari comprovati reati accertati da nessuna sentenza), commette una omissione, sfregiando direttamente la Costituzione.
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Tutti neofascisti che occupano abusivamente immobili da decine d’anni votano si
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