Il Media Freedom Act sembra l’elenco dettagliato delle criticità del sistema mediatico italiano. Altro che libertà di stampa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Lunedì mi è capitato di partecipare a Milano ad un dibattito, organizzato dal gruppo The Left del Parlamento europeo, del quale fa parte anche il Movimento 5 Stelle, sulla libertà di informazione in relazione al Media Freedom Act entrato in vigore nei Paesi Ue lo scorso agosto. Un provvedimento che, con riguardo all’Italia, sembra l’elenco dettagliato delle criticità del sistema mediatico del nostro Paese.
Al primo punto c’è l’indipendenza dei media pubblici da ogni controllo governativo o parlamentare e più in generale dalla politica. L’esatto opposto di quanto accade alla Rai, passata dalla lottizzazione della prima repubblica, quando la maggioranza si spartiva le nomine con l’opposizione, al controllo diretto del governo cui spetta, per effetto della sciagurata riforma Renzi, la nomina dell’amministratore delegato e di un ulteriore componente del Cda, di solito il presidente (gli altri sono designati dal Parlamento ed uno eletto dai dipendenti della Tv pubblica). Trattandosi di un regolamento, la normativa Ue dovrebbe essere direttamente applicabile nell’ordinamento italiano. Ma il principio va ovviamente recepito nella legislazione vigente. Siamo pronti a scommettere che il dibattito sulla riforma della Rai si trascinerà stancamente almeno fino alle prossime elezioni politiche senza produrre risultati, se non quello di esporci ad un’altra procedura d’infrazione Ue. Il servizio radio-televisivo pubblico, del resto, è un boccone troppo prelibato per la politica. Non a caso l’attuale sistema, che la destra di governo sta utilizzando all’estremo come strumento di occupazione, è stato voluto e approvato sotto un esecutivo di centrosinistra.
Poi c’è la questione della protezione dei giornalisti. Con il divieto, previsto dal Media Freedom Act, di ricorrere a spyware o ad altri strumenti di coercizione, come l’arresto o la perquisizione, per costringere i cronisti a rivelare le proprie fonti. Anche su questo punto non c’è da farsi troppe illusioni. Alla mia sinistra, al dibattito di Milano, sedeva, oltre all’ex direttore de La Notizia, oggi eurodeputato M5S, Gaetano Pedullà, alla presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia, e al collega del Fatto Quotidiano, Gianni Barbacetto, anche il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Protagonista, in buona compagnia, dello scandalo delle intercettazioni illecite con il trojan della Paragon (società israeliana fornitrice esclusivamente di istituzioni statali) della quale non si è saputo più nulla.
Per non parlare di liti temerarie, disciplina nella quale l’Italia primeggia in Europa (dato 2024) con 21 casi su 167 segnalati. Anche se, dal 2006 in poi, Ossigeno per l’informazione ha censito quasi ottomila episodi di azioni legali pretestuose, minacce e ritorsioni contro i giornalisti. Anche su questo fronte, inutile farsi illusioni. Per decisione del nostro governo, la direttiva europea che si prefigge di porre un argine a quello che, stando ai numeri, nel nostro Paese è diventato un vero e proprio sport nazionale, produrrà effetti solo marginali. Sarà infatti recepita unicamente per le azioni legali transnazionali, cioè per le cause risarcitorie intentate da soggetti stranieri. Sia chiaro, è giusto che un giornalista che sbaglia o che racconti il falso paghi per i suoi errori. Ma citare in giudizio un cronista, spesso per decine di migliaia di euro, pur sapendo che ha svolto correttamente il suo lavoro, per puro spirito di rivalsa o, peggio, con l’obiettivo di intimidirlo, è del tutto inaccettabile.
La soluzione è un disegno di legge di un solo articolo – primo firmatario l’allora senatore Primo Di Nicola – che, stabilisce, nel caso in cui l’attore abbia agito in giudizio con malafede o colpa grave, che con la sentenza che rigetta la domanda il giudice condanni l’attore, oltre al pagamento delle spese di giudizio, a pagare in favore del convenuto una somma non inferiore alla metà del risarcimento richiesto. Somma ridotta ad un quarto, dopo il via libera, nel 2019, da parte della Commissione Giustizia del Senato, in seguito ad una complessa trattativa, risolta grazie all’intervento dell’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede, che portò ad un accordo di maggioranza che sosteneva il governo Conte II. Sembrava fatta, ma il giorno del voto in Aula, il disegno di legge sparì dall’ordine del giorno. I numeri per approvarlo si erano improvvisamente volatilizzati. A riprova che il provvedimento non piace tanto al centrodestra quanto a pezzi del centrosinistra. In generale alla politica che non intende rinunciare ad una formidabile arma di pressione sui giornalisti.
Poi c’è il tema, tornando al Media Freedom Act, della trasparenza della proprietà delle aziende editoriali. Cioè della conoscenza e alla conoscibilità dei relativi proprietari, diretti e indiretti. Ma in Italia la vera questione, ancora più delicata, è quella delle concentrazioni editoriali. È il tema dei temi, quello degli intrecci e dei conflitti di interessi tra interessi politici, economici ed editoriali. Inaugurato da Silvio Berlusconi, proprietario di tre televisioni e dal ’94 più volte presidente del Consiglio, e mai risolto. Anzi aggravato con leggi che gli hanno consentito di conservare la proprietà di un pezzo del sistema mediatico italiano nonostante le cariche pubbliche rivestite. E dall’inerzia del centrosinistra che, negli anni nei quali ha governato il Paese, non ha mai affrontato la questione. Oggi la situazione è sotto gli occhi di tutti: editori in capo a parlamentari con interessi nella sanità privata; grandi giornali controllati da gruppi industriali attivi in innumerevoli settori; e la famiglia Berlusconi che, anche dopo Silvio, conserva intatto il suo strapotere mediatico (Mediaset), politico (Forza Italia) ed economico.
Sarebbe bastato un altro disegno di legge – primo firmatario sempre Di Nicola – che, con un solo articolo poneva rimedio ad una situazione che è la principale causa di discredito per l’intero sistema dell’informazione. Una legge che non ha mai visto la luce e che, peraltro, non è mai stata neppure esaminata in commissione, che avrebbe vietato a tutti i soggetti (compresi il coniuge e i parenti fino al secondo grado) che svolgono, in settori diversi da quello editoriali, attività economiche con fatturato eccedente il milione di euro, di possedere quote azionarie superiori al 10% di aziende editoriali.
L’elefante in mezzo alla stanza che nessuno vuol vedere!
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