
(Lorenzo Palaia – lafionda.org) – La seconda volta che torno a Cuba, a qualche mese dalla prima, trovo che la situazione già critica si è ora ammantata di un’atmosfera sinistra. Al superare la superficie della connaturata forza d’animo dei cubani, emerge non solo la rassegnazione per una situazione apparentemente senza prospettive tangibili di miglioramento, ma anche una certa inquietudine per un futuro prossimo che non si riesce a scorgere con chiarezza. Non più cioè soltanto il problema della povertà, dell’immondizia lasciata a marcire per le strade, delle epidemie sempre in agguato in un sistema sanitario che non riesce neanche più a distribuire antinfiammatori, della mancanza di introiti per il declino del turismo, dell’aumento dei prezzi di contro alla stagnazione dei salari. Non più soltanto la carenza continua di elettricità. Ma adesso cosa succederà ancora? La violenza aumenterà? Il crimine per le strade diventerà più virulento? Trump ci invaderà? C’è chilo vorrebbe senza dubbio: que haya un cambio! Si sente ripetere. Así no se aguanta más! Ma quale cambio? La maggior parte dei cubani, credo di poter dire con certezza, non vuole una perdita di sovranità, come di fatto è successo al Venezuela. Tuttavia sente l’esigenza vitale di una svolta: non si tratta di ideologie ma di lotta per la vita.


El apagón (interruzione di corrente) a L’Avana – Foto dell’autore
Dopo il covid Cuba non si è mai ripresa. L’unica entrata insieme alle rimesse – il turismo – in un paese che sconta la pressoché totale mancanza di una qualsivoglia industria essendoperciò in tutto dipendente dall’estero, è in forte e costante calo. Località un tempo piene di visitatori ora sono deserte. Un salario basso si aggira sui 3500 pesos, uno medio sui 5000, ma un pan (equivalente di un panino all’olio un po’ più grande) sta sui 60 pesos. Un euro, circa 500 pesos. I negozi che forniscono beni passati dallo Stato languono. Ma il cibo si trova: negli esercizi privati, a prezzi salati, o a borsa nera. Così anche lo scarso carburante si compra a prezzi quasi paragonabili ai nostri e per la verità negli ultimi giorni neanche così, dato che il governo ha dovuto razionarlo drasticamente interrompendo persino il trasporto pubblico interurbano. È notizia di pochi giorni che anche alcune compagnie aeree hanno interrotto o dovuto modificare le loro tratte per carenza di combustibile. I privati non possono più fare benzina alle automobili perché il poco carburante rimasto serve alle esigenze vitali del paese, tra cui la produzione di energia elettrica che ormai da qualche anno manca sempre di più e ultimamente viene fornita alla popolazione per due o tre ore al giorno al massimo. Chi può si organizza con batterie ricaricabili e pannelli solari, chi non può si arrangia. A lungo andare è estenuante(agotador), mi dice uno dei miei più cari amici. Arrivando, mi sono presentato a loro con una scatola ciascuno di paracetamolo perché le medicine si trovano solo a caro prezzo.

Accumulo di immondizia per le strade dell’Avana vecchia – Foto dell’autore
La scarsità dei beni e l’aumento dei prezzi in rapporto al salario, uniti ai naturali istinti egoistici dell’uomo, hanno fatto sì che alcuni si siano arricchiti dirottando cibo, carburante e medicinali verso il mercato nero. Anche l’introduzione di un piccolo settore privato del commercio ha consentito una discreta sperequazione. Ma non si possono incolpare solo l’avidità, per la quale tutto il mondo è paese, e il bloqueo interno che pure esiste: il motivo del declino del turismo e della carenza di petrolio è principalmente il bloqueo esterno, aggravatosi con l’aggressione statunitense al Venezuela che ora manda il suo petrolio agli yankee invece che ai cubani. Certo si potrà obiettare che i fattori di lungo periodo, in particolare la pluridecennale incapacità di rendersi indipendenti almeno in alcuni settori produttivi strategici, incidono, ed è certamente vero. Su questo i cubani stessi hanno opinioni molto diverse, pure in genere senza mettere in dubbio il valore della rivoluzione e dei padri della patria, dal Che a Fidel, la cui memoria si fa tuttavia meno imponente presso l’animo dei più giovani. E quando qualcuno esclama que llegue! (venga pure!) in riferimento a Trump, si ha più l’impressione che parli l’esasperazione arrivata al limite; sentimento che chi si trova in questa parte più fortunata del mondo non può giudicare con leggerezza.

Per la mancanza di luce si cucina con il carbone. Puerto Padre (Las Tunas) – Foto dell’autore
Mentre ero lì, l’imperatore Trump emanava il suo proclama minacciando di sanzioni qualunque paese avesse fornito petrolio all’isola. Una chiara mossa finalizzata, nonostante il travestimento umanitario dei fini, a strozzare la popolazione e aizzarla contro se stessa e il suo governo, come già in Iran, in Venezuela e precedentemente in Iraq. In genere poi gli americani intervengono a mettere ordine imponendo il loro disordine. E la maschera cade presto, perché ciò che importa non è davvero il benessere e la libertà della popolazione, come abbiamo visto in Iran e in Venezuela: nel primo caso si trattava infatti del programma nucleare e dell’arsenale missilistico, nel secondo del petrolio. Non impressionano più nessuno neanche le accuse di favoreggiamento del terrorismo internazionale, dato che il concetto stesso di terrorismo si è rivelato una calunnia per screditare chi non accetta la mera supremazia mondiale a stelle e strisce, come ci ha rivelato il genocidio di Gaza, quello sì – aveva detto papa Francesco – non una guerra ma terrorismo. In fondo allora il motivo ultimo della più grande potenza del mondo è sempre e solo lo stesso: eliminare ogni dissenso esplicito alla propria supremazia; solo dopo vengono altre ragioni di ordine più materiale. Un dissenso peraltro, nel caso di Cuba, solo simbolico. Ma non doveva essere Trump l’uomo della pace e del rispetto della sovranità delle nazioni? Finora non sembra, anche se i partigiani del campione biondo continueranno a sostenere che sia vittima dei circoli neo-con, della lobby ebraica e di chissà quali altri gruppi di interesse. E noi in Italia, oltre a svelare queste menzogne, possiamo aiutare il popolo cubano andando in vacanza a Cuba e sostenendo chi concretamente porta sollievo alla popolazione.
Mi chiedo come si possa affrontare un dramma umanitario di un popolo con un pressappochismo ed una superficialità del genere salvo poi invocare di andare li a fare i turisti come se fare o meno il turista fosse semplice come decidere cosa indossare la mattina.
Cuba ha subito per decenni le sanzioni, a volte si sono allentate, altre volte si sono inasprite.
Come scrive lo stesso articolo Cuba è anche vittima di se stessa, delle politiche disfunzionali che l’hanno rasa economicamente e anche socialmente al suolo.
Stabilire che l’effetto prevalente sia quello delle sanzioni o quello delle politiche economiche interne, va ben oltre l’impossibile anche a disporre di metriche affidabili.
Come si fa, su quali basi, si può dire che abbia prevalso uno dei due fattori?
Le sanzioni limitano accesso a credito, investimenti, scambi finanziari, carburante, tecnologia; questo è oggettivo.
Ma non spiegano da sole perché l’economia non abbia sviluppato maggiore autosufficienza in 60 anni; e non è stata isolata in quanto ha ricevuto aiuti dall’URSS prima e da Chavez successivamente
Il Vietnam, al pari di Cuba ha subito sanzioni, era un paese socialista, monopartitico, uscito anche lui da una guerra con gli USA; ma il Vietnam, quando era ancora sotto sanzioni, ha fatto le riforme, si è aperto; ha messo da parte l’ideologia ed abbracciato un sano, specie visti i risultati, pragmatismo.
Oggi non è in ginocchio a suscitare la pietà degli imbecilli.
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