
(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – L’Italia è il quarto paese esportatore al mondo, davanti al Giappone e dietro a Cina, Stati Uniti e Germania. Performance tanto più notevole in quanto disponiamo di scarsissime materie prime, che dobbiamo importare dall’estero lontano, specie da Asia e Africa. L’alta classifica dell’export nostrano è ancora più apprezzabile considerando i limiti della nostra logistica, incomparabile con quella di paesi anche meno industrializzati del nostro. Carenze che diventeranno più gravi in prospettiva perché il clima bellico che ci avvolge sta spingendo buona parte dei paesi europei ad ammodernare le rispettive infrastrutture per contenere la Russia e riorientare le loro priorità industriali. Esempio di logistica duale, a un tempo militare e civile, con accento pubblico sul lato gentile, riservato su quello strategico. Prevalente. La cifra di questi progetti è la connessione latitudinale. Esemplare la strategia dei Tre Mari, di marca polacca, che riproduce la visione della Polonia imperiale aggiornata dal maresciallo Piłsudski fra le due guerre mondiali, dedicata a delimitare l’appendice europea dell’Eurasia dalla Russia. Lanciata su impulso americano nel 2017 per connettere Baltico, Adriatico e Nero, in prospettiva anche Egeo e Mediterraneo orientale. Di fatto in allargamento alla Scandinavia per toccare il Mar Glaciale Artico, faglia dove si incrociano russi e nordatlantici a guida americana, con i cinesi in avvicinamento. Resta la centralità della Polonia — “siamo gli scandinavi del Sud”, scherzano ma non troppo a Varsavia — vedremo fino a che punto supportata dagli Stati Uniti in fase di riavvicinamento alla Russia in funzione anti-cinese. L’esito della guerra di Ucraina sarà decisiva per lo sviluppo o meno di questa traiettoria infrastrutturale, fatta di ferrovie, strade, porti, aeroporti e interporti, cavi Internet, connessioni satellitari, data center, condotte energetiche.
Il problema dell’Italia è che non partecipa a questi progetti. Quindi li subisce. La rete delle infrastrutture paneuropee che si sta allestendo o ammodernando attorno a noi sembra non interessarci. Esempio: quando al momento del varo dei Tre Mari si trattò di stabilire quale fosse il pivot dell’Adriatico Washington e Varsavia scelsero la Croazia, con il Baltico appaltato alla Polonia e il Nero alla Romania. D’accordo, l’impero di Venezia è crollato da qualche secolo, ma che Roma non si curi del mare che ci lega ai Balcani — o ce ne separa — è singolare. Tanto più che il perno strategico meridionale dei Tre Mari — e non solo — sarebbe Trieste. Ma noi continuiamo a trattare quel porto, e quella città, da apolide.
Scontiamo poi l’arretratezza dei corridoi europei disegnati allo scadere del secolo scorso. Del tutto superati. Infatti non se n’è completato nemmeno uno. L’ormai mitica tav Torino-Lione è cantiere secondario, quasi in stallo, di scarsissimo interesse per la Francia e noto alle cronache di casa solo per i periodici moti in Val di Susa. Avrebbe avuto gran senso nell’Europa che si immaginava destinata a integrare Est e Ovest, giacché avrebbe attraversato il nostro Nord industriale per collegare Lisbona a Kiev, e forse a Mosca. Sarà per dopodomani? Restano sulla carta gli ambiziosi progetti di connessione fra India ed Europa via Medio Oriente, sponsorizzati dagli Stati Uniti, cui pure abbiamo aderito. Ma finché le guerre di Israele non saranno sedate e la rivalità fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti riportata sotto controllo, immaginare un corridoio Mumbai-Dubai-Haifa-Trieste, come originariamente proposto dall’amministrazione Biden, è miraggio.
Non c’è tempo da perdere se vogliamo strutturare il nostro rango di grande nazione esportatrice (e importatrice di materie prime). Le rendite sono scadute. Infuria una competizione mondiale che verte sulle nuove tecnologie e abbisogna di robusti investimenti nazionali e internazionali. Urge riconnettere l’Italia con sé stessa, non solo fra Alpi, Mezzogiorno e isole ma anche fra Tirreno e Adriatico, per prolungarne lo slancio verso l’estero vicino e lontano. La direzione di marcia ce la indica la geografia dei commerci e della sicurezza: dallo Stivale agli oceani, passando per lo stretto atlantico (Gibilterra), verso l’America, e sempre più per i passaggi verso l’Oriente Estremo (Suez, Mar Rosso, Bab al-Mandab). Qui si gioca il futuro dell’Italia.
Per esportare bisogna produrre e per farlo c’è bisogno di energia a costo contenuto. E’ inutile girarvi intorno al convitato di pietra che è la Russia tanto prima o poi dovremo farci i conti possibilmente con l’ oste presente.
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cosa ne facciamo noi del Baltico e dell’Adriatico,
noi siamo il paese guida ed abbiamo degli straordinari accordi con l’Africa, grazie alla preveggenza della Ducia con il grandioso Piano Mattei.
Noi abbiamo ricostituito l’Impero, con i nostri possedimenti in Albania, Libia, Eritrea ed Etiopia, manca la Somalia, ma ci arriveremo.
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Articolo che scrive mezze verità, non spiega ed è pure confusionario.
L’Italia non era inizialmente nell’elenco dei paesi partecipanti all’iniziativa dei 3 mari;
https://www.congress.gov/crs_external_products/IF/HTML/IF11547.htm
ma a quanto sembra lo scenario sta cambiando.
https://www.centromachiavelli.com/2026/01/22/litalia-verso-liniziativa-dei-tre-mari-approvata-risoluzione-in-commissione-esteri
E’ in corso di realizzazione la linea ferroviaria sotterranea sotto le Alpi che collegherà Italia e Austria con una tratto di circa 64 km, diventando una delle infrastrutture ferroviarie più lunghe al mondo.
E’ in corso Il potenziamento e il quadruplicamento della linea ferroviaria tra Verona e il Passo del Brennero, per gestire un volume di traffico merci molto maggiore.
Si tratta anche qui di direttrici nord-sud che sono coerenti con l’attuale quadro industriale; l’Italia, parte del suo apparato manifatturiero è parte integrante della catena del valore tedesco.
E’ falso dire che gli USA o la Polonia scelsero la Croazia; semplicemente Polonia in primis e Croazia hanno firmato quell’accordo cui gli USA hanno dato sostegno finanziario.
Non puoi escludere la Croazia essendo questa stata la seconda firmataria.
Certo la direttrice est- ovest quale la Torino_Lione è un bambino nato morto, come lo è il ponte sullo stretto; ma ciò non toglie che altre infrastrutture esistenti anche al sud non possano trarne vantaggio (il porto di Gioia Tauro).
Collegare Lisbona a Kiev è uno slogan, almeno per ora; collegare un paese con 10 MLN di abitanti, una capacità industriale limitata ad uno stato non ancora fallito perchè le bombe impediscono di portare i libri in tribunale è solo un serbatoio pieno di fumo
Quindi l’articolo sbaglia nel dire che l’Italia è tagliata fuori; è lenta, quello si, ma escluso è un qualcosa di decisamente diverso.
Sbrigarsi va bene se riferito a ciò che è in corso; sbrigarsi per fare un qualcosa che non esiste è solo allarmismo ingiustificato.
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