
(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Il mondo volta pagina. Tempo di voltarla anche noi. Conviene smetterla di mentirci addosso. E confessarci per quel che siamo e potremmo diventare. La menzogna è l’illusione della sovranità. Persa nel 1943 e mai davvero recuperata. Maturata nella guerra fredda, mai davvero terminata. Per noi era meglio convivere nell’appartamento riservatoci dall’America nel suo impero europeo che azzardare neutralismi velleitari a rischio di scarrellare verso o sotto Mosca.
La base della nostra costituzione materiale era e resta geopolitica. Fissata dal Trattato di pace del 1947, conseguenza della resa incondizionata spacciata per armistizio dell’8 settembre. Disastro accolto con segreta gioia. Finalmente potevamo appaltare a una potenza superiore, supposta benevola — a differenza del suo alleato inglese — la sovraintendenza di noi stessi, fieramente ingovernabili. Saremo ricordati nei secoli come il paese del vincolo esterno. Non subìto. Cercato. Dichiarazione di manifesta incapacità a reggere il nostro popolo, dopo aver preteso di reggere gli altrui. Se viltà, senso del ridicolo o entrambi decida il lettore. Ubi nihil vales, nihil velis, se non vali non volere dettavano gli occasionalisti.
Molto di molto importante è da allora accaduto. Ma né il crollo del Muro di Berlino né il suicidio dell’Urss hanno rovesciato lo schema. È la confessione dell’America di non potere né volere più pagare il prezzo dell’egemonia globale a scatenare la rivoluzione in corso. Ne siamo obbligati a rivedere la nostra postura nella serra euroatlantica in subbuglio, lacerata da risse intestine che ne alzano la temperatura al limite della soffocazione. A meno di confessarci definitivamente incapaci di autogoverno, sopportando o addirittura agognando la morte della patria. L’alternativa è affermarci responsabili di noi stessi. Condizione della riconquista della democrazia, sovrana per autodefinizione, annunciata dall’articolo 1 della costituzione formale. Nostra bugia fondativa.
Nel primo caso, non ci resta che pregare per la rapida guarigione dell’egemone. Nel secondo, ci tocca riscoprire la nazione. Non inventarla, perché contro la menzogna autoimposta l’Italia esiste. Con la sua storia, i suoi miti, le sue vergogne. Se non vogliamo finire stritolati dalla rivoluzione mondiale dobbiamo leggerla dal nostro punto di vista. Su tre scale: globale, regionale e nazionale. Scopriamo il nome segreto dell’Italia: Medioceania. Penisola adagiata lungo la linea che collega più direttamente l’America alla Cina, l’Emisfero Occidentale all’Oriente Estremo. Battezziamo Medioceano il tratto Gibilterra-Bab al-Mandab, minacciato dalle campagne della Guerra Grande, tra Mar Nero e Rosso, che ci apre al mondo. Il nostro vincolo oggi non è tanto l’America né la Germania vestita da Europa. È il mondo. E lo è perché siamo dove siamo. Al crocevia che lega America e Asia, Europa e Africa. Potenziali cogaranti di un decisivo passaggio oceanico, altro che guardiani di spiaggia. Medioceania si configura incrocio di tre T: maggiore fra Atlantico e Indo-Pacifico, a legare Nordamerica ed Estremo Oriente, Stati Uniti e Cina, centrata da noi sullo Stretto di Sicilia; intermedia, ossia eurafricana, fra Alpi e Libie; interna (t) fra Tirreno e Adriatico. Confortati dal parere dei grafologi, per cui barra alta sulla T indica forza di volontà e taglio alto della t esprime ambizione, disegniamo la cornice di un acquerello tutto da dipingere.
La strategia italiana consiste quindi nell’elevare la geografia a geopolitica. Vasto ma non impossibile programma. Prevede di stabilire chi siamo, quindi chi vogliamo e possiamo diventare. Premessa e conclusione del percorso, dare corpo alla nostra anima. Stato alla nostra identità.
Ne cominciamo a discutere da venerdì pomeriggio a domenica al Palazzo Ducale di Genova, nel XIII Festival di Limes, insieme ad analisti e decisori americani, cinesi e di altri paesi. Curiosi di sapere quale sarà l’Italia/Medioceania del futuro prossimo.
TOMMASO MERLO
l malcontento, la polveriera e la fine dei palestinesi
I governanti rispondono al malcontento con manette e manganelli. Invece di ascoltare, reprimono. Ma dato che non è un problema di ordine pubblico ma di ingiustizia sociale, si rischia l’escalation.
Già, mentre i governanti si pavoneggiano eleganti tra macchinoni e saloni liberty, i cittadini si devono piegare a lavoracci anche psicologicamente usuranti, pagati da cani o accontentarsi di misere pensioni lottando tra bollette e sogni infranti. E non hanno nemmeno più una politica che li rappresenti e quindi una speranza di futuro migliore. Una polveriera.
Se i politicanti fossero personalità di spessore anche umano ispirati da nobili valori e con una rotta illuminata, la gente voterebbe e resterebbe a casa serena invece di urlare per strada. Ma da decenni siamo in mano a classi dirigenti che passano da una poltrona all’altra senza combinare nulla e senza avere uno straccio di visione di paese se non qualche rigurgito ideologico.
Siamo al marketing elettorale al posto dell’analisi, agli influencer al posto degli statisti. Coi risultati che sono sotto agli occhi di tutti. Perennemente inchiodati in fondo a tutte le classifiche europee con paesi in via di sviluppo che ci superano perfino in libertà di stampa. Vittime di problemi talmente cronicizzati da diventare normalità e di viziacci talmente radicati da diventare abitudini. Come la lottizzazione selvaggia e l’impunità di lorsignori, come la meritocrazia solo per i poveri cristi, come le forzature della Costituzione invece di sporcarsi le mani per risolvere i problemi veri, come le mangiatoie olimpiche quando con due gocce frana tutto, come il servilismo lobbistico ed internazionale che ci ha portato alla chicca del riarmo mentre perfino sanità ed istruzione cadono a pezzi. Fatti inconfutabili. E che colpiscono tutti, nessuno escluso. Ed è da qui che bisogna ripartire.
Siamo ostaggi di classi dirigenti che invece di ammettere il proprio fallimento storico e farsi da parte, impongono la loro presenza senza rendersi conto di essere il principale problema del paese ed hanno pure il coraggio di prendersela con quei quattro gatti che ancora non si sono arresi.
Davvero, l’unica cosa che sorprende è che il malcontento sia così contenuto e la reazione peggiore che può avere la politica, è la repressione, è limitare le libertà democratiche di espressione e di dissenso.
Eppure tira una brutta aria e in ogni angolo dell’impero.
Vogliono decidere cosa può essere detto e pensato e controllare chi osa ribellarsi e come. Palese il caso della Palestina.
Chi sostiene la lotta di liberazione di quel popolo martoriato, si ritrova dalla parte sbagliata del sistema e quindi tacciato di estremismo, censurato e ghettizzato.
Se invece lecchi i piedi al regime sionista, allora fai carriera nei palazzi del potere e ti invitano in prima serata a deliziare il grande pubblico. È una rete di potere occulta che opera attraverso la politica ed i media mainstream per manipolare l’opinione pubblica ed imporre la sua agenda.
E dato che l’immane tragedia di Gaza ha fatto crollare decenni di propaganda, stanno correndo ai ripari stringendo le maglie in modo da cancellare il genocidio, da coprire lo scandalo Epstein che svergogna la rete ricattatoria israeliana sull’Occidente e far finta che la pulizia etnica sia finita e la soluzione sia attendere che il genero sionista di Trump trasformi il campo di concentramento di Gaza in un resort extralusso per satanici vampiri. La Palestina come per tutte le altre questioni cocenti del momento e che danno fastidio a chi comanda davvero.
Di questo passo faremo tutti la fine dei palestinesi e in America si vedono già le prime avvisaglie coi militari per strada a scagliarsi contro minoranze e dissidenti, violenze inaudite e deportazioni di massa ma solo negli stati che non hanno votato per il dittatore di turno.
Tira davvero una brutta aria in ogni angolo dell’impero. Servirebbe un sussulto di responsabilità da parte di tutti per evitare l’esplosione della polveriera.
Le classi politiche e mediatiche dovrebbero assumersi le loro responsabilità storiche e farsi finalmente da parte in modo da favorire un cambiamento radicale.
E i cittadini dovrebbero invece fare un passo avanti, rigettando ogni autolesionistica violenza e rimboccandosi piuttosto le maniche per scalare la vecchia partitocrazia o per rimpiazzarla con progetti politici più intelligenti.
La sfida è quella di ristabilire i fondamentali della democrazia con classi dirigenti frutto del popolo e al servizio esclusivo del popolo. Senza intermediari parassitari, senza poteri occulti dietro le quinte, senza manipolazioni mediatiche.
Bisogna tornare alla realtà, allo sporcarsi umilmente le mani per trovare soluzioni concrete in un mondo sempre più complesso. Altro che rigurgiti ideologici e dittatori di turno, altro che manette e manganelli tra un post e l’altro. Non è un problema di ordine pubblico, ma di ingiustizia sociale che richiede una risposta politica all’altezza altrimenti si rischia l’escalation. Una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso. Ed è da qui che bisogna ripartire altrimenti faremo tutti la fine dei palestinesi.
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