Meloni ha deciso di dismettere per ora i panni della statista per tornare a fare l’arrabbiata. Ma non ci sono più bersagli da colpire

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – È cominciata la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche. Sì, è vero, di mezzo c’è il prossimo referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ma quando Giorgia Meloni decide di andare in televisione a invocare un “approccio più duro” e ad attaccare i magistrati sta già pensando al 2027.
L’ex generale Roberto Vannacci sta apparecchiando il suo partito con molta foga e poca organizzazione per aprire uno squarcio a destra. La combriccola per ora è piuttosto scassata (sono inciampati su nome e simbolo, per dire) ma l’obiettivo è chiaro: rastrellare i delusi dalla presidente del Consiglio “troppo diplomatica” e dal ministro dei treni in ritardo. Lui, Matteo Salvini, sembra convinto di inseguire il suo ex amico del cuore sul terreno della remigrazione, del gender e del solito mazzo della propaganda sovranista. Per questo la presidente del Consiglio ha deciso di dismettere temporaneamente i panni della statista per tornare l’arrabbiata di qualche anno fa.
Sarà una gara a chi ha il pugno più duro, a chi pesta più forte, a chi ha la mascella volitiva. E così sberle contro i magistrati, sberle contro i professori, pugni contro i manifestanti, pugno duro con la sinistra, botte ai migranti. Tutto simbolico, per carità: basta una legge ben fatta per fare più male delle mani. Solo che il Paese non è quello di quattro anni fa, quello incattivito e arrabbiato che ha votato il governo più a destra della storia repubblicana. Ci sono 5,7 milioni di persone che vivono in povertà. I salari sono ancora sotto quelli del 2008 e aumentano i lavoratori che lavorano, sì, ma restano comunque poveri. L’inflazione accumulata è più alta dell’aumento degli stipendi.
Il “pugno” presuppone un nemico visibile, mobilitante, vivo. Ma il Paese reale è fatto di lavoratori stanchi, famiglie impoverite, giovani che emigrano o si ritirano e cittadini che si sfilano silenziosamente dalla partecipazione. Qui non c’è più una massa da eccitare, c’è una platea che si ritrae. E quel pugno lì sembra la mano che rimane vuota perché non ha più presa sulla realtà.
Garantisti alle vongole
(Di Marco Travaglio) – Abbiamo atteso che i “garantisti” alle vongole che da trent’anni, appena finisce dentro un ladro di Stato, chiamano Amnesty International dicessero una parola sull’obbrobrio forcaiolo (e inutile) del Dl Sicurezza, con la delizia del “fermo preventivo” per chi non ha commesso reati, però potrebbe. Purtroppo erano tutti impegnati altrove. Giuliano Ferrara commemorava Corrado Carnevale, il cosiddetto giudice che insultava Falcone e Borsellino appena assassinati perché osavano processare i mafiosi, costringendolo ad assolverli. I ‘riformisti’ (per mancanza di riforme) del Pd erano abbarbicati a Nordio, coautore dell’obbrobrio, per strombazzare il Sì salva-Casta. La famiglia B. faceva causa a Corona per 160 milioni e chiedeva di vietargli pure le serate in discoteca (un fermo pre-preventivo). E il nostro garantista preferito Fabrizio Cicchitto si scagliava su Libero contro la Gip rea di aver disposto i domiciliari per un manifestante indagato sugli scontri di Torino e l’obbligo di firma per altri due: “provvedimenti di straordinaria faziosità” che, per “non dare soddisfazione al governo”, “coprono la violenza ultraprovata dei guerriglieri” e vengono financo “contraddetti sia dalla Procura sia dai pm” (che poi sono la stessa cosa, ma fa niente). In pratica questo genio accusa da sempre i giudici di appiattirsi sui pm e ora ne accusa uno di non appiattirsi sui pm e di non dare soddisfazione al governo: cioè di fare il suo mestiere. Ma da lui c’è da aspettarsi di tutto.
Il 13 maggio 1977, all’indomani dell’omicidio di Giorgiana Masi in una manifestazione a Roma, il deputato Psi Cicchitto tuonava alla Camera contro il governo Andreotti e il ministro Kossiga per un decreto ben più blando di quello meloniano: “Vogliono limitare le manifestazioni… le procedure del governo ci lasciano sgomenti… c’è un tentativo di repressione indiscriminata… per cambiare il volto dello Stato uscito dalla Resistenza ed edificarne uno che intrecci incapacità, disfacimento e repressione… Ben determinati settori del potere investono le forze dell’ordine cercando di determinare uno spostamento a destra, un riflusso verso una tendenza al rancore e allo scontro coi manifestanti… un disegno di provocazione e rottura… Contestiamo le direttive impartite alle forze dell’ordine: un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse alla piazza, da cui sono derivate aggressioni a cittadini per nulla organizzati né violenti, che a loro volta hanno innescato un meccanismo pericoloso, grave e drammatico… Chiediamo il ritiro del decreto… Le forze democratiche giovanili debbono stare attente a non cadere nelle trappole che lo Stato repressore gli tende”. Poi, tre anni dopo, si infilò il cappuccio della loggia P2. Che da 46 anni gli oscura un po’ la visuale.
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Ce ne sono giornali che ospitano volentieri le perle del signor Cicchitto.. uuuh!
Pi – duismo fa parecchio rima con atlantismo.
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