
(Andrea Zhok) – In precedenza abbiamo visto:
1) come le grandi concentrazioni di capitale nella modernità, e specialmente nel mondo contemporaneo, operino come mezzi di esercizio di Potere (e solo marginalmente di consumo),
2) come non vi sia connessione tra qualità personali e gestione di grandi capitalizzazioni e
3) come questa disconnessione tra esercizio di un potere non legalmente limitato (assoluto) e qualità personali produca corruzione morale, sia nella società sia in chi quel potere lo esercita.
Una volta esaminato l’aspetto strutturale, è importante completare il quadro determinandone l’aspetto psicologico-morale.
L’impressione di una connessione fondamentale tra detentori di immensi capitali e comportamenti che oscillano tra la “stravaganza edonistica” e la “perversione conclamata” è stata sempre diffusa. Non abbiamo avuto bisogno degli Epstein Files per riconoscerla, anche se di solito la cinematografia mainstream cerca di spostare l’obiettivo spostando gli abusi nel passato (ponendoli come tratti decadenti di epoche remote da cui siamo usciti) o verso luoghi e paesi remoti, di cui l’occidentale medio non sa nulla.
Nella discussione su ciò che avveniva sull’isola di Epstein è comparso a più riprese il riferimento al film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma, ma naturalmente il modello originale è rappresentato dall’autore del libro da cui Pasolini prende spunto: Le 120 giornate di Sodoma, ovvero La scuola di libertinaggio, il cui autore è il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, erede di una famiglia di antica nobiltà e antico patrimonio, vissuto a cavallo della Rivoluzione Francese.
Gli scritti di De Sade, non meno delle sue vicende biografiche (nella misura limitata in cui ci sono note dagli atti giudiziari) sono un’esaltazione costante e compiaciuta di comportamenti che vanno dallo stupro alla pedofilia, dall’incesto alla tortura all’assassinio, il tutto nelle forme più fantasiose.
Sul piano teorico il marchese de Sade è un libertino estremista, fervente sostenitore dell’ateismo, dell’edonismo, dell’immoralismo (rigetto di ogni norma morale, di qualunque genere).
Biograficamente de Sade è un rampollo viziato che, come lui stesso ricorda in una pagina di tenore autobiografico: «Nato fra il lusso e l’abbondanza credetti che la natura e la sorte si fossero data la mano per colmarmi dei loro doni (…) Credevo che mi bastasse concepirli [i miei capricci] per vederli realizzati.»
De Sade ha tuttavia sempre un’altissima opinione di sé e, come si vede nell’epitaffio da lui stesso redatto, si percepisce costantemente come vittima di tempi retrivi. Invero de Sade riuscì ad essere messo sotto accusa sia dall’Ancien Règime, sia dai rivoluzionari che abbatterono l’Ancien Règime, sia dal Direttorio che subentrò ai rivoluzionari (ogni confronto con l’odierna inerzia della magistratura americana è lasciato alla valutazione del lettore).
De Sade non è un semplice squilibrato. È uno squilibrato per così dire “filosofico”. Egli è un grande estimatore del testo L’Homme machine di Lamettrie, dove si abbraccia una visione di materialismo meccanicista, in cui l’essere umano come ogni altro vivente è semplicemente una macchina. Ma cos’è in fondo una macchina? Una macchina è uno strumento, un ente che esiste per poter essere usato per alcuni fini. E cosa rimane dell’essere umano e dei suoi fini? Soltanto la capacità di percepire piacere e dolori (questa è anche la base dell’utilitarismo benthamiano che viene alla luce negli stessi anni). Gli umani sono dunque macchine che possono servire per produrre piacere o dolore a chi le manovra.
Una simile concezione del mondo si attaglia perfettamente ad un soggetto dotato di grande potere materiale (ricchezza), ma al contempo fondamentalmente inetto, privo di qualunque forma di empatia (dopo tutto gli altri sono macchine) e privo di ogni prospettiva ideale, trascendente, spirituale o storica.
Quel mondo che nella seconda metà del ‘700 albeggiava in Europa è divenuto nel corso del ‘900 la forma di vita dominante nel mondo occidentale. Essa è stata battezzata in molti modi: “anarcoindividualismo”, “libertarianismo”, “nichilismo”. Nel ‘900 non di rado la figura di De Sade è stata romanticizzata come un liberatore dei costumi, un esistenzialista ante litteram. E questo fatto non è per niente strano, visto che de Sade appare per molti versi un’incarnazione spietatamente coerente della visione del mondo dominante.
Di contro, l’autore che forse è stato più durevolmente colpito dalla figura di de Sade e che ha cercato insieme di rappresentarla dialetticamente nei suoi romanzi e di refutarla è Dostojevsky, che ne abbozza i tratti di fondo in figure come l’“uomo del sottosuolo” e poi in Svidrigajlov (Delitto e castigo), Stavrogin (I demoni) e in altri protagonisti delle sue opere.
Il potere privo di responsabilità, indipendente da qualità, esercitato in un mondo meccanico su altri esseri che sono semplicemente mezzi tra i mezzi, al fine di suscitare l’unica cosa che fa una qualche differenza, ovvero piacere e dolore, questo è il mondo inaugurato da Sade e realizzato da personaggi come Epstein (nessuno deve credere neppure per un momento che Epstein sia un caso isolato: è solo un caso organizzato su scala più grande perché utilizzabile come arma di ricatto).
E il piacere isolato dal senso del piacere ha una tendenza tipica (si parla a questo proposito di “paradosso dell’edonista”): perseguire il piacere per il piacere, e non come espressione di senso, come appagamento progettuale, come aspetto della vita, ecc. produce un noto effetto di saturazione, assuefazione.
Il piacere per il piacere rapidamente tedia, annoia, tende a spegnersi. Essendo semplicemente una risposta organica posta, in questa cornice, come priva di significato, il piacere si ottunde e atrofizza.
E a questo punto, per chi persegue il piacere privo di significato per sé stesso, e che ha i mezzi per perseguirlo facilmente, subentra necessariamente ciò che prende il nome di “perversione”. Perversione è l’ampliamento progressivo dell’area del piacere in forme e modi che ne mantengano artificialmente una qualche capacità di suscitare un sussulto, una residua emozione. E ciò che continua a suscitare qualche sussulto è dapprima ciò che è proibito, poi ciò che è esecrato, infine ciò che è così rivoltante da essere inconcepibile.
In un suo testo che ha venduto milioni di copie (e qui, lo ammetto, parla la mia invidia) Yuval Harari – uno dei più coerenti sostenitori della visione del mondo alla Lamettrie, nelle sue forme odierne – si esprime con ammirevole chiarezza. Ciò che lui chiama “il patto della modernità”, ovvero la trasformazione che caratterizza la modernità occidentale, è riassumibile in una semplice frase: “gli esseri umani accettano di rinunciare al significato in cambio del potere.”
Curiosamente Harari non si chiede mai chi avrebbe stipulato questo patto, chi vi avrebbe acconsentito. Io non ricordo di averlo sottoscritto. Dire che se nasci in quest’epoca lo hai sottoscritto automaticamente è un po’ comodo: suona tanto come il thatcheriano “non c’è alcuna alternativa” (TINA).
Forse è un patto che dev’essere accettato come condizione per far parte di quelli che detengono quel potere. E invero sembra un patto che è tanto più probabile venga accettato da chi detiene e gestisce il potere piuttosto che da chi lo subisce (e da chi detiene il potere assoluto di cui sopra in maniera preferenziale).
Ma Harari, intellettuale israeliano, guest star dei vertici di Davos, è probabilmente abituato a frequentare solo i primi.
In estrema sintesi la tesi di Zhok è: quando la ricchezza supera una certa soglia, produce un ambiente dove il limite morale smette di avere senso.
La ricchezza estrema diventa potere, il potere permette di valicare o rompere i limiti (morali e materiali) e si manifesta anche come perversione.
Quindi usare corpi come oggetti; trattare persone come bene fungibile e vivere in un mondo dove tutto è acquistabile, anche il silenzio, anche la legge.
Qui Zhok dovrebbe spiegare la causalità ricchezza= perversione; non lo fa pur credendo di farlo.
Il pedofilo non è tale perché diventa ricco.
Era già tale quando non aveva coperture, non aveva la possibilità di manifestarlo, non aveva potere.
Prima rischiava, poteva essere arrestato, aveva dei limiti; ma la ricchezza di per se non crea perversione, rimuove gli ostacoli a chi pervertito lo era già.
Caso mai Zhok dovrebbe dire che la ricchezza estrema ti permette di costruire un ambiente che rende ciò che vuoi praticabile, ripetibile, coperto.
Se disponi di tanti soldi, di mo,to potere che da essi deriva puoi creare reti di intermediazione; comprare silenzi; selezionare vittime vulnerabili; uccidere prima che nascano le conseguenze legali.
Ma a questo punto non vale più la logica de la ricchezza cancella la morale, semplicemente si azzera il costo della trasgressione.
Se fosse vero che oltre una certa soglia la morale “cessa di esistere”, non dovremmo trovare eccezioni ed invece ve ne sono diverse.
Adriano Olivetti titolare di ricchezza, potere industriale enorme, e una visione etica del lavoro, della comunità, del limite del profitto.
George Cadbury e Robert Owen quali rappresentanti di una parte del capitalismo ottocentesco riformista: welfare, istruzione, salute.
Chi ha dei limiti morali , nonostante sia estremamente ricco, li possiede perchè ha un’etica molto forte, precedente alla ricchezza stessa.
La differenza non è tra ricco / non ricco, ma tra chi riconosce limiti che non dipendono dalla paura della sanzione e chi li riconosce solo finché è costretto.
Il denaro non crea il male, caso mai lo rende praticabile senza conseguenze.
E’ vero :l’accumulo eccessivo di ricchezza e di potere che ne deriva mette a rischio la democrazia, demolisce gli argini all’immoralità per chi è già di suo immorale.
Quindi il vero problema è sapere come e perchè quegli argini sono stati demoliti e quali presupposti dovrebbero verificarsi per ripristinarli; ma questo è un altro discorso.
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Ma la discriminante non è fra ricchezza e non, ma fra potere, esercizio del potere senza alcuna etica ed empatia verso chi lo subisce, e non …..si può essere molto potenti, senza per questo essere straricchi, anche se in una società capitalista è facile che potere e ricchezza vadano insieme! Il potere esercitato senza moralità, cioè quell’ insieme di valori dal rispetto alla compassione (cum patere….sentire insieme) sarà sempre sopraffazione, sfruttamento, violenza, prevaricazione e che il contesto sia limitato , per pochi intimi, o collettivo/sociale non modifica il suo carattere comune disumanizzante! La disumanizzazione della vittima che diventa macchina, ratto, subumano o strumento di perversione e’ l’ elemento fondamentale caratterizzante di chi ha potere e lo impone! Non solo non ha limiti etici , ma nemmeno legali, visto che la legge è fatta dagli uomini e spesso da quelli immorali , ma potenti……Il caso Epstein va oltre la pedofilia, e’ una metodologia di esercizio del potere, perché chi arriva a torturare e stuprare una ragazzina, non avrà alcuna remora ad esercitare quel tipo di potere, disumano e disumanizzante, in qualsiasi ambito di intervento! E questo riguarda tutti, non solo le vittime di quello specifico contesto!
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Meno densa e pregna della prima parte,ma pur sempre più che buona.
Rimane un mistero il perchè Zhok pubblichi sui social un Testo del genere adatto principalmente ai suoi studenti e/o affini. Esperimento o burla?
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