Dopo l’appello a collaborare di Meloni alle opposizioni, Piantedosi impugna (metaforicamente) il manganello per randellarle

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Per un governo che aveva fatto della sicurezza uno dei pilastri del suo programma elettorale, ritrovarsi a tre anni e mezzo dal suo insediamento ad affrontare il tema ancora con la logica e gli strumenti (il decreto legge) dell’emergenza, equivale ad ammettere il proprio fallimento.
Ma se a Meloni va riconosciuta una dote è quella di riuscire sempre a spostare i riflettori lontano dai propri disastri. Gli scontri di Torino, questione di ordine pubblico sotto la diretta responsabilità del ministero dell’Interno e quindi dell’esecutivo, sono diventati l’alibi perfetto non solo per giustificare la nuova stretta in arrivo contro il dissenso ma anche per equiparare – facendo di tutta l’erba un fascio tra qualche decina di estremisti violenti e le migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente – i partecipanti al corteo di sabato scorso ai sostenitori del No al referendum sulla riforma Nordio che demolisce il Consiglio superiore della magistratura.
L’ultimo colpo di teatro dell’esecutivo, però, è andato in scena ieri a Montecitorio, durante l’intervento del ministro Piantedosi. Dopo l’appello a collaborare lanciato nei giorni scorsi dalla premier alle opposizioni, proprio sul tema della sicurezza, il titolare del Viminale ha impugnato – metaforicamente, s’intende – il manganello per randellare le opposizioni. “I disordini di sabato confermano il vero volto degli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente, talvolta anche grazie a coperture politiche ben identificabili – ha detto il ministro in Aula -. Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”.
Un’accusa, neanche troppo velata, di connivenza tra i violenti e una certa sinistra. È qui che le opposizioni, dopo aver cincischiato sul da farsi, hanno realizzato che l’appello di Meloni era solo l’ennesimo bluff. Anche se, dopo tre anni e mezzo di governo, dovrebbero ormai aver imparato la lezione a memoria. Ma è proprio su questo condizionale, evidentemente, che anche stavolta il governo confidava per lucrare politicamente, scaricando la responsabilità degli scontri di Torino sul centrosinistra, persino dalle proprie mancanze.
Giustizia on demand
(Di Marco Travaglio) – Più il governo prova a convincerci di non voler ridurre, ma aumentare l’indipendenza dei magistrati, più dimostra di volerli ai suoi ordini. La Meloni, volata a Torino al capezzale del poliziotto picchiato in piazza appena in tempo prima che fosse dimesso dall’ospedale, ha spiegato alla Procura che il reato è “tentato omicidio”. Possibile, ma può pure essere “lesioni personali a pubblico ufficiale”: il pm e il gip che hanno arrestato un presunto aggressore hanno optato per il secondo. E solo provvisoriamente, perché poi dovranno pronunciarsi, sulla misura cautelare, il Riesame e la Cassazione e, sul merito, il gup e i giudici di primo, secondo e terzo grado: premier e governo non sono (ancora) previsti. E meno male, perché a quasi un mese dall’assassinio a sangue freddo di Renée Good da parte dell’Ice, le squadracce dell’amico Trump, né la Meloni né i ministri hanno detto una chiara parola di condanna su quella barbarie e su quella gemella costata la vita ad Alex Pretti. Quindi non sono le persone più qualificate per discettare di omicidi e violenze. Tant’è che stanno architettando un altro pastrocchio per trasformare le nostre forze dell’ordine in qualcosa di simile all’Ice, con scudi penali quando sparano e fermi preventivi di gente caso. Cioè per far decidere al governo ciò che in ogni Stato di diritto decidono i giudici.
E non vale solo per i poliziotti: quando Chico Forti, pregiudicato negli Usa per omicidio volontario premeditato, fu estradato per scontare il resto della pena in Italia, la Meloni lo mandò a prendere col volo di Stato e lo accolse a Ciampino con tutti gli onori, manco fosse Cristoforo Colombo. Forse pensava che le toghe rosse americane, per quanto separate dai prosecutor, avessero condannato un innocente, o l’aveva saputo dalle Iene. Più di recente ha detto che, con le carriere separate, “non avremmo avuto la vergogna di Garlasco”: nessuno ha capito se parlasse della condanna di Stasi in appello e in Cassazione o dell’immonda gazzarra politico-mediatica scatenata da tanti suoi amici sulla nuova indagine piena di nulla contro Sempio; ma soprattutto come faccia lei a sapere chi ha ucciso Chiara Poggi. Invece Nordio, presunto ministro della Giustizia, ha spiegato che su quel delitto “bisognerebbe avere il coraggio di arrendersi” perché “è difficilissimo dopo 10, 20, 30 anni ricostruire la verità giudiziaria: lasciamola agli storici”, evidentemente ignaro del fatto che gli storici non si occupano di cronaca nera e, soprattutto, che l’omicidio non si prescrive mai, dunque è la legge a vietare ai magistrati di “arrendersi”. Noi comunque siamo grati a Meloni e Nordio: più parlano e più anche chi odia la magistratura preferisce che le indagini continui a farle lei, vista l’alternativa.
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Stasi assolto in primo grado, assolto in appello.Senteza di assoluzione annullata dalla cassazione, condannato nell’ appello bis e dalla Cassazione definitivamente.
Non mi pare colpevole oltre ogni ragionevole dubbio e non sarei così sicuro che la nuova inchiesta non portasse a niente.
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La fortuna di Nordio è stata che Santi Licheri è morto da un pezzo, altrimenti se lo scordava di fare il ministro della giustizia. Vedo tanta gente nervosetta in giro a edicole e reti TV unificate, pronta a dare la colpa di tutto alle carriere non separate dei magistrati. C’è gente ormai che confonde una escoriazione di un poliziotto aggredito da un gruppo di delinquenti (da sbattere velocemente in galera) per una tentata strage e secondo qualcuno, pare pure che la pizza all’ananas l’abbia inventata una toga rossa. Non so voi, ma io sento sempre più forte fischiare il meteorite sottoforma di urna. Preparo i pop corn per il 24 marzo, ci sarà da ridere.
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