
(Flavia Perina – lastampa.it) – La retorica sovranista italiana ed europea subisce un duro colpo dagli ultimi “file” resi pubblici negli Usa sul caso Jeffrey Epstein, che testimoniano in numerosi passaggi un interessamento attivo del finanziere-pedofilo e del suo corrispondente Steve Bannon al successo dei movimenti nazionalisti e dei loro leader (si fanno i nomi di Viktor Orban, Marine Le Pen e Matteo Salvini). Gran parte delle conversazioni svelate risalgono al 2018, vigilia delle elezioni europee che nella visione di Bannon avrebbero potuto disarticolare l’Unione. In quell’anno il consigliere di Donald Trump fu attivissimo soprattutto nel nostro Paese, che aveva immaginato come base del suo The Movement: la sua “campagna d’Italia” non è certo una novità. Quel che si scopre adesso è che Bannon teneva aggiornato costantemente Epstein, al quale riferiva anche del personale impegno per cercare finanziamenti alla Lega e al Front National francese.
È una triangolazione inaspettata ed enigmatica. Finora tutto faceva pensare che gli interessi di Epstein ruotassero intorno al business e che la compromissione di ministri e funzionari europei fosse finalizzata a facilitare affari, ma l’ultima enorme massa di mail e conversazioni diffusa dal Dipartimento di Giustizia Usa ha avvalorato l’idea che Epstein abbia gestito operazioni per conto dei servizi segreti russi di Vladimir Putin, il cui nome è citato più di mille volte nei “file”. L’attenzione del finanziere alle forze filo-russe in Europa per il tramite di Bannon (il 2018 è l’anno in cui Matteo Salvini invocava la revoca delle sanzioni a Mosca, da ministro dell’Interno del governo gialloverde) apre interrogativi che un Paese serio dovrebbe affrontare e discutere.
La Commissione europea ieri ha specificato che non sono previste task force per analizzare i documenti dell’affaire, una massa di oltre tre milioni di conversazioni costellata di omissis e davvero difficile da decifrare. Ma la catena di dimissioni eccellenti che quei “file” hanno già provocato in Gran Bretagna, Slovacchia, Francia, e le nuove rivelazioni sul ruolo politico del finanziere morto in carcere forse richiederebbero un surplus di iniziativa per inquadrare con precisione l’attività del club Epstein, e specialmente la natura del suo tifo per le forze anti-europee o comunque euro-scettiche.
Per chi hanno lavorato, per chi lavorano – consapevolmente o no – i movimenti sovranisti, e quanto del loro messaggio in apparenza patriottico va collegato in realtà agli interessi di altre patrie? Bisogna prendere sul serio la domanda, e per primo dovrebbe affrontarla chi si è fidato di Steve Bannon immaginandolo come guru del movimento Maga, senza avere contezza (si spera) delle persone a cui riferiva strategie e passi avanti nell’opera di disgregazione degli equilibri politici del Vecchio Continente. Se in America gli “Epstein file” sono, almeno per ora, uno scandalo di traffici pedofili, abusi su minorenni, aste di ragazze utilizzate per agganciare potenti e farsene sodali per sempre, da noi aprono uno squarcio allarmante sulla fragilità della politica e sulla facilità con cui è risultata (forse risulta ancora) manipolabile e condizionabile da personaggi al di sotto di ogni sospetto.
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GIULIO CAVALLI
I segnali arrivano dal luogo che più di ogni altro aveva certificato la solidità del consenso trumpiano. Il Texas, bastione elettorale e simbolico del 2024, restituisce due risultati che incrinano la rappresentazione di un Paese compatto dietro la Casa Bianca. Nelle elezioni speciali di gennaio, in distretti considerati politicamente blindati, i repubblicani cedono seggi rilevanti. Il dato pesa per ciò che indica prima ancora che per l’aritmetica parlamentare e apre una crepa nel racconto dell’egemonia presidenziale. Nel nono distretto del Senato statale, Taylor Rehmet supera Leigh Wambsganss, candidata sostenuta apertamente dal presidente. Il distretto aveva premiato Donald Trump con un margine di 17 punti alle presidenziali. A Houston, Christian Menefee conquista il seggio federale rimasto vacante dopo la morte di Sylvester Turner, rafforzando una componente democratica che costruisce la propria identità politica sul conflitto diretto con le politiche migratorie federali. Alla Camera, la maggioranza repubblicana scende a 218 contro 214. Ogni voto diventa una verifica di tenuta. Il Texas come laboratorio politico Il valore delle due vittorie va al di là della dimensione locale. Le campagne elettorali intercettano un clima di tensione crescente attorno all’operato dell’ICE e della Border Patrol, finite al centro di accuse per abusi e uso arbitrario della forza. A Minneapolis, in Minnesota, l’uccisione dei due cittadini americani, Renée Good e Alex Pretti, da parte di agenti federali ha aperto una crisi di legittimità che travalica i confini statali. I video diffusi dai testimoni incrinano la ricostruzione governativa e continuano ad alimentare una mobilitazione diffusa. Le proteste hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone, nonostante le temperature estreme. A New York il termometro segna meno dieci gradi, a Minneapolis meno diciassette. Un dettaglio che è un importante dato politico: la partecipazione regge anche quando il costo fisico cresce. Le dichiarazioni di Trump su un presunto sostegno popolare alle agenzie federali sono poca cosa rispetto alla realtà delle piazze e delle urne. In molte città, reti civiche spontanee monitorano l’operato degli agenti e documentano gli interventi con telefoni e telecamere, e così ogni arresto si trasforma in un atto pubblico. Consenso in ritirata e corti federali Il logoramento emerge con chiarezza anche dai sondaggi. Secondo il Pew Research Center, il 61 per cento degli americani boccia l’azione dell’amministrazione. Ancora più significativo il giudizio sulla capacità di governo: il 52 per cento degli intervistati ritiene Trump privo delle condizioni mentali per guidare il Paese. Tra gli elettori repubblicani, la fiducia sull’idoneità scende dal 75 al 66 per cento in dodici mesi. La credibilità morale si ferma al 42. I numeri descrivono una frattura interna al campo conservatore che erode la disciplina politica. A rendere più fragile il quadro contribuisce la nuova ondata di rivelazioni legate ai file Epstein. Trump reagisce come al solito, evocando complotti e annunciando azioni legali contro il giornalista Michael Wolff. Ma le minacce restano sul piano delle dichiarazioni, mentre documenti sensibili compaiono e spariscono dal sito del Dipartimento di Giustizia, alimentando altri sospetti e nuove tensioni istituzionali. Sul piano dei poteri, la magistratura federale continua a contenere le follie dell’inquilino della Casa Bianca. Il caso del piccolo Liam Ramos, fermato dall’ICE insieme al padre, si è chiuso con il rilascio ordinato da un giudice del Texas. Nella sentenza, il giudice Fred Biery accusa il governo di ignorare la Dichiarazione d’Indipendenza e richiama gli avvertimenti di Thomas Jefferson contro le derive autoritarie. Un richiamo che arriva da uno Stato conservatore e per questo assume un peso politico ulteriore. Trump continua a rivendicare il sostegno del Paese. I fatti dicono altro: distretti che cambiano colore, maggioranze che si assottigliano, consenso che arretra, giudici che intervengono. I segnali di cedimento restano parziali, è vero, ma sono convergenti. Ed è proprio questa convergenza a trasformarli in un problema politico strutturale.
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comincio a sentire una persistente puzza di bruciato … Svampato segnò 😜
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hahahahah
HA STATO PUTIN ANCHE QUI, è una buffonata.
non dice che faceva il doppio triplo quadruplo gioco, tra vari servizi segreti con tringolazioni tra Israele, agenzie Uccidentali, organizzazioni, gruppi di ricconi, avventurieri, madame, escort, finanza, politica, come uno Zelig del Jet-set, mi ricorda un pò la storia di CAGLIOSTRO.
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Il proverbio turco dell’ascia recita: “La foresta si stava restringendo, ma gli alberi continuavano a votare per l’ascia, perché l’ascia era furba e convinse gli alberi che, avendo il manico di legno, era uno di loro”. Questa metafora illustra come spesso le persone sostengano chi le sfrutta o le danneggia, ingannate da una finta somiglianza o falsa solidarietà.
Significato profondo: Il proverbio denuncia l’ingenuità di chi permette al proprio carnefice di agire contro di lui, pensando che, condividendo alcune caratteristiche (il legno del manico), ne faccia parte.
Significato simbolico: È una critica sociale e politica su come l’astuzia manipoli le masse, spingendole a scegliere figure che perseguono interessi opposti alla sopravvivenza del gruppo (la foresta).
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Perchè c’è qualche partito disoccupato?
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