(Vito Teti – editorialedomani.it) – Interventi mirati, l’impiego in lavori di rigenerazione di maestranze, professionisti, tecnici, giovani potrebbero, forse, diventare una possibile via per contrastare lo spopolamento, per rendere vivibili i luoghi, per proteggerli da calamità che, come sappiamo, saranno sempre più frequenti e devastanti?

Il ciclone Harry, con accumuli di acqua tra i 500 e i 600 mm in appena 72 ore in alcune zone della Sicilia orientale, della Calabria ionica e della Sardegna centro-orientale (valori che normalmente si raggiungono nell’arco di un anno intero, danni ingenti e difficili da calcolare, oltre un miliardo e mezzo di euro solo in Sicilia), per fortuna nessuna vittima, tanti “silenzi” (a riprova di come il Sud ormai, salvo rare eccezioni, sia stato cancellato dai media e dal dibattito nazionale) e tante sterili retoriche e lamentele del giorno dopo.

L’opera di previsione della Protezione civile sembra avere funzionato, ma si fatica a prendere atto che siamo dinnanzi a fenomeni estremi e a calamità che hanno una storia di lunga durata nel Mediterraneo, di cui non si conserva memoria.

Anno 1951

Il 1951 è stato un anno di piogge, straripamenti, inondazioni, frane, che si sono susseguiti con una cadenza impressionante dal Nord al Sud. Agli inizi di ottobre un afflusso d’aria fredda dall’Atlantico interessò la Sardegna, la Sicilia, la Calabria.

Molti paesi della provincia di Nuoro e Cagliari conobbero morti e danni ingenti. Poi fu la volta della Sicilia, in totale i comuni siciliani interessati furono ventitré, trecento le case crollate, millecinquecento i senzatetto, trentacinque i morti e 450 casi di tifo, di cui tre letali.

Poche ore dopo aver flagellato la Sicilia, la perturbazione colpì anche la Calabria e in particolare le province di Reggio e Catanzaro. In tre giorni, tra il 16 e il 17 ottobre, sul versante ionico e sul massiccio occidentale dell’Aspromonte si registrarono 1770 mm. di pioggia. Le tremende alluvioni provocano l’abbandono definitivo o parziale, l’inizio di un irreversibile spopolamento di paesi montani e collinari dell’Aspromonte e delle Serre. L’immagine e quella di un bollettino di guerra: 104 comuni colpiti, 790 le case crollate, 900 quelle danneggiate, 5.000 i senzatetto e 78 i morti. Poi sarebbe stata la volta del Piemonte, del Veneto, e infine del Polesine, dove l’alluvione interessò 290.000 persone, con una quarantina di comuni, migliaia le case distrutte, un centinaio di vittime.

Amitav Gosh parla per queste alluvioni, che uniscono Nord, Sud, isole, del 1951, descrivendole come una manifestazione di crisi climatica. Restano memorie orali, cronache locali, testi di famosi scrittori. I governanti dell’epoca che giunsero nei paesi sconvolti da questo “terremoto”, invitavano le persone a fuggire lontano, nel Nord Italia e, apprendendo le lingue, nel Nord Europa. Popolazioni, che volevano resistere, restare, ricostruire in loco, furono cacciate, espulse, esiliate.

La denuncia di Alvaro

Corrado Alvaro, il più grande scrittore antropologo, prima di Pier Paolo Pasolini, fa descrizioni e riflessioni, che sembrano copiate da studiosi, associazioni, territorialisti di oggi. Alvaro nel 1954 (Paese d’acque, in Almanacco calabrese) racconta come «nel sottofondo della memoria di questi abitanti della costiera e dei paesi sulle pendici dell’Aspromonte, c’è l’urlo del torrente…continuo, come un cane invocante tra squilli di campane».

Lo scrittore è duro nei confronti delle élite politiche ed economiche: «Sulle catastrofi della Calabria, si sono formate fortune imponenti. Per dare lavoro ai disoccupati, si sono spiantati boschi che poi costano la vita a interi villaggi. […] Lo Stato interviene spendendo somme ingenti a fortificare i paesi pericolanti, e a distanza di pochi anni le crepe segnano i bastioni che trattengono la terra».

La storia delle opere pubbliche diventa così un palliativo alla disoccupazione, con la regione che dava sempre l’impressione d’una terra pericolante in continua riparazione. Opere pubbliche che appaiono puerili di fronte alla furia improvvisa degli elementi. Costano molto allo stato e non lasciano margine alle opere fondamentali.

Invertire la rotta

Dai tempi di Alvaro le calamità naturali si sono succedute periodicamente (Soverato, Crotone, Pizzo), gli interventi sono stati sempre parziali e inefficaci, il Bel Paese è stato distrutto, devastato, cementificato, il suolo consumato in maniera inconsulta, i fiumi nascosti, le coste occultate alla vista delle persone, con abitazioni e complessi turistici sorti come moderne palafitte piantate nell’acqua, con pilastri e ponti incompiuti che volano nell’aria, con imprenditori che si eccitano appena viene annunciata una catastrofe.

Molti paesi sono deserti, in chiusura e chi governa, adesso, non può imputare tutto alla natura, o alla mancanza di conoscenze, cercare alibi, nascondersi, dopo ogni catastrofe annunciata, con un «noi non sapevamo», che diventa un «non accadrà mai più», a cui ormai nessuno più crede.

Basterebbe immaginare un progetto organico di messa in sicurezza del paesaggio e dei paesi, rinunciare alla cementificazione, mettere in sicurezza un territorio fragile. Basterebbe affermare una nuova cultura ecologica e ambientale, fare i conti con la storia e con la crisi climatica. Ci sono grandi problemi strettamente legati che si chiamano crisi demografica, spopolamento, fuga dei paesi, chiusura delle scuole, degli uffici, dei negozi, degli ospedali, dei centri culturali.

Interventi mirati, l’impiego in lavori di rigenerazione di maestranze, professionisti, tecnici, giovani potrebbero, forse, diventare una possibile via per contrastare lo spopolamento, per rendere vivibili i luoghi, per proteggerli da calamità che, come sappiamo, saranno sempre più frequenti e devastanti? Se la politica e la “scienza” non riescono a invertire questo cupo dissolvi del “più bel paese del mondo”, dobbiamo forse aspettare che le persone di oggi, come i contadini del 1951 che almeno avevano memoria dei rischi, tornino con i loro santi per portarli in processione e bagnarli, implorandoli, nelle acque del mare e dei fiumi?