Secondo il rapporto Oxfam presentato a Davos due terzi della ricchezza in Italia è frutto di eredità

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Il Rapporto Oxfam presentato ieri a Davos segnala che aumenta nel mondo la disuguaglianza non solo nei redditi, ma soprattutto nella ricchezza, con effetti anche sulla tenuta delle democrazie, là dove esistono. Per due motivi. Il primo è che i più ricchi hanno sempre maggiore possibilità di influire sulle decisioni politiche e talvolta anche di entrare direttamente in politica. Gli Stati Uniti della presidenza Trump ne sono forse l’esempio più estremo, anche se non unico, tra le democrazie, inclusa la pretesa di formare un contro-ONU ad inviti con quota di ingresso. Il secondo è che diseguaglianze troppo ampie producono conflitti, estraniamento (non voto), o affidamento a sirene populiste. Entrambi questi fenomeni, a loro volta riducono la capacità di una società di migliorare le condizioni complessive, per tutti, valorizzando appieno le capacità che ci sarebbero.
L’Italia non fa eccezione. Accanto ai noti dati sulla persistenza della povertà assoluta a fronte dell’aumento della ricchezza dei più ricchi, della povertà nonostante il lavoro, della diffusione della povertà educativa, dell’ancora troppo basso tasso di occupazione giovanile e femminile, il Rapporto evidenzia due fenomeni che caratterizzano le diseguaglianze nel nostro Paese e che costituiscono un potenziale rischio per la democrazia: le disparità economiche, sociali e di opportunità tra luoghi e il peso crescente dell’eredità nella composizione della ricchezza. Per quanto riguarda le prime, accanto a quelle “tradizionali”, e irrisolte, tra Centro-Nord e Mezzogiorno, stanno divenendo sempre più importanti quelle tra grandi città ed aree periferiche. C’è un’Italia di mezzo, come la definisce Filippo Barbera intervistato nel Rapporto, che non comprende solo le aree interne tradizionalmente marginali rispetto ai circuiti dello sviluppo, ma anche città medie, aree pedemontane e collinari, e zone urbano-rurali, che negli ultimi anni hanno perso centralità economica e politica, sperimentando stagnazione economica, deindustrializzazione, perdita di popolazione e servizi. È in questi luoghi che si concentrerebbe anche il voto di protesta anti-sistema.
Quanto al secondo fenomeno, il Rapporto evidenzia come quasi i due terzi della ricchezza dei miliardari italiani siano frutto di eredità. Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza – eredità, donazioni – è quasi raddoppiato tra il 1995 e il 2016, passando dall’8,5% al 15% del reddito nazionale e si è anche maggiormente concentrato. Inoltre, le eredità individuali di almeno 1 milione di euro sono cresciute dal 18,7% al 25% del valore totale dei lasciti nello stesso periodo. Ricordo che, dal 2017, fino a quella cifra si tratta di eredità esenti da ogni forma di tassazione, se l’erede è coniuge, figlio o nipote per via diretta, un trattamento tra i più generosi in Europa. A questa ricchezza ereditata si possono aggiungere le donazioni in vita e le assicurazioni sulla vita fatte a favore degli eredi dal defunto, pure esenti da tassazione. Come osserva il Rapporto Oxfam, l’aumento del peso delle eredità, e la sua ridotta tassazione, ha ridotto il dinamismo economico e sociale, limitando l’uguaglianza di opportunità e la mobilità intergenerazionale.
Unito alle disuguaglianze territoriali, accentua il peso disegualizzante dell’origine sociale e rafforza la trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza, in un modo sempre meno compatibile con il principio democratico dell’uguaglianza delle opportunità. Non solo le condizioni economiche e sociali della famiglia, ma anche quelle dei luoghi in cui si nasce e cresce sono sempre più un destino, poco, o per nulla, corretto, contrastato, da politiche che favoriscano un riequilibrio. Anzi, come osserva il Rapporto, le politiche dell’attuale governo sembrano piuttosto orientate a confermare, se non accentuare, i divari. È quanto si può osservare anche nella discussione sui livelli essenziali di prestazione, che dovrebbe essere preliminare all’eventuale realizzazione dell’autonomia differenziata. Come ha osservato anche Viesti in una audizione al Senato, invece di procedere ad una discussione su quali dovrebbero essere i Lep da garantire omogeneamente sul territorio nazionale, li si stanno definendo sulla base dell’esistente, che, come è noto, è fortemente disomogeneo a livello territoriale, cristallizzando così i divari, invece di ridurli.
Ritorno al futuro con ‘’Metropolis’’ di Fritz Lang: s’è avverato il film distopico ambientato nel 2026
È l’anno in cui Lang ambienta il suo film profetico. Come sarebbe stato il mondo nel 2026 non l’ha intuito, ma realizzato
(di Federico Pontiggia – ilfattoquotidiano.it) – È il 30 ottobre 1926 allorché il seminale regista tedesco Fritz Lang batte l’ultimo ciak di un film ambientato cento anni più tardi. Qui e ora. Quel film, sceneggiato dalla superba Thea von Harbou (moglie del regista), si chiama Metropolis, ed esce nel 1927: l’avete visto. Direttamente o indirettamente, in epigoni di gusto e sostanza quali Blade Runner, Guerre stellari e Avatar, perché Metropolis ha fatto la Storia, e non solo del Cinema.
Si possono dire tante, tantissime cose di questo capolavoro, partiamo dalla più lampante: come sarebbe stato il mondo nel 2026 non l’ha intuito, ma realizzato. I ricchi in alto nei grattacieli, i poveri nel sottosuolo, e in mezzo la sperequazione. Sembra oggi, e lo è.
Un filo di sinossi, per chi – impossibile – è digiuno: nella città di Metropolis, la società è divisa tra l’élite che guarda dall’alto e gli operai-schiavi relegati nell’infimità. Il capo è Joh Fredersen, che dalla torre di Babele controlla le attività produttive. L’abbrivio di senso pertiene al figlio Freder, che dai bassifondi vede emergere un gruppo di bambini poveri accompagnati dalla giovane Maria: colpito dai primi, irretito dalla seconda, scende nel sottosuolo, scopre la fabbrica, assiste a un’esplosione mortifera, prende il posto di un operaio. Della partita è uno scienziato, Rotwang, ineluttabilmente pazzo, cui si deve l’architettura strutturale ed esistenziale della metropoli, che manifestamente echeggia New York.
Fermiamoci un attimo e attualizziamo. Se Joh lo chiamiamo Trump, Freder un figlio di sangue o un figlioccio politico, dunque Vance, Rubio o chi vi pare, e Rotwang lo ravvisiamo in tecnocrati quali Musk o Thiel, dobbiamo necessariamente giocare a “trova le differenze” o il calco è conforme? La domanda retorica e la retorica interrogante si tengono per mano, di certo il beneficio d’invenzione di Metropolis ha surclassato quello d’inventario: non ha buttato lì un’idea, ha preconizzato, plasmato e verificato lo stato dell’arte. Succede ai migliori, e Lang e von Harbou lo erano, lo sono: la loro ingegneria sociale certifica prove scritte negli annali, convalida esami di fattibilità, sigla il presente futuro – e quando (ci) ricapita al cinema?
Epitome dell’espressionismo tedesco, precipitato di faglia sociopolitica, prospetto e profezia all’unisono, Metropolis un secolo dopo ci riconsegna la sua provvida ambiguità, la perniciosa irresolutezza, la contraddittoria ideologia: sullo schermo è rivoluzione di popolo o inciucio di famiglia, lotta di classe o concertazione pelosa, spacchiamo tutto o volemose bene?
All’uscita, sconcerta e destabilizza gli spettatori: la Repubblica di Weimar recepisce e no, la temperie culturale è concava ma non troppo, la camera di Lang non fa prigionieri. Batte dove lo stato dell’arte duole, e il maglio rifugge l’univocità: gli operai bruciano il robot a immagine e somiglianza di Maria, il cattivo Rotwang viene ucciso, papà Joh e figlio Freder, che esaudisce il Mediatore vaticinato dalla stessa Maria, si riconciliano, le classi della città si pacificano. Capacità di sintesi, riduzione del conflitto, ricomposizione della frattura: l’avveniristica residenza del potere e il deteriore domicilio del proletariato possono perpetuare la divisione verticale senza colpo ferire, davvero?
Retrospettivamente, la (ri)soluzione sembra il prodotto di un algoritmo, il parto dell’intelligenza artificiale, segnatamente la desistenza all’autocrazia o, meglio, democratura: il cuore gettato oltre l’ostacolo da Lang e von Harbou smise di battere di lì a poco, Hitler nel 1933 è già Cancelliere della Germania. La sceneggiatura venne sovrascritta dagli accadimenti, il lieto fine stuprato dall’incipiente nazionalsocialismo, sicché tra le folle magmatiche o geometriche di Metropolis si optò fuoricampo per le seconde, irregimentate a passo dell’oca dinnanzi al Führer: il combinato disposto di creazione e realtà, arte e politica di Metropolis che ci dice oggi?
Nel 1927 uno che di cinema, vita e altre finzioni se ne intende, Luis Buñuel, così scrive del kolossal con la palla di vetro: “Gli uomini liberi di Metropolis tiranneggiano i servi, Nibelunghi della città, che lavorano in un eterno giorno elettrico, nelle profondità della terra. Nel semplice ingranaggio della Repubblica, manca soltanto il cuore, il sentimento capace di conciliare degli estremi così incompatibili. E nel finale vedremo il figlio del direttore (cuore) unire in un abbraccio fraterno suo padre (cervello) con il capo-fabbrica (braccio)”.
L’apologo di Menenio Agrippa non ce lo siamo dimenticati, ma il depezzamento è nell’agenda politica, le aritmie diagnosticate da Trump a Putin, passando per Iran, Ucraina Venezuela. E l’interrogativo ancor più pressante: Metropolis ci fece o ci è?
@fpontiggia1
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