La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

(Flavia Perina – lastampa.it) – Anche stavolta il governo di Giorgia Meloni riesce a sfuggire alla stretta della storia. La linea prescelta sulla questione dell’Artico (“In Groenlandia ma con la Nato”) magari significa poco ma salva l’Italia dalle ritorsioni di Donald Trump contro chi ostacola la sua missione di conquista, evita lo scontro con gli alleati europei colpiti dai nuovi dazi di Washington, tutela gli assetti interni della maggioranza. Dire “il solito equilibrismo” non basta più. C’è dell’altro, qualcosa di più consistente che emerge dall’intreccio delle vicende internazionali e nazionali: c’è la scelta di assecondare, seppure con modi felpati, lo spirito del tempo che soffia dall’America immaginando di raccoglierne i frutti in patria, magari nella prossima legislatura. Meloni non può impugnare il trumpismo come un’alabarda, nei modi sguaiati di un Viktor Orban, né può affrontarlo con la sottomissione un po’ patetica della signora Maria Corina Machado, e tuttavia ha trovato la strada per mettersi in scia alla modalità trumpiana di intendere la politica, le relazioni istituzionali, la questione immigrazione, il rapporto tra potere e giustizia e soprattutto tra Stati e diritto internazionale.

Quella modalità apre la strada a strappi che i conservatori e i sovranisti italiani hanno a lungo teorizzato senza mai riuscire a realizzarli nella pratica quando sono stati al governo. Breve elenco: le ronde leghiste contro gli stranieri, la riforma berlusconiana della giustizia, l’idea di un esecutivo e di un premier sovraordinati rispetto alle autorità di garanzia sanitarie o monetarie, i diritti del più forte (elettoralmente, ma non solo), la sicurezza affidata alla legittima difesa dei cittadini senza l’impiccio di indagini e controversie, la garanzia di impunità per chi indossa una divisa, la remigrazione volontaria o coatta.

Sono tutte battaglie perse dalla destra nell’arco di un ventennio dove ha governato, sì, ma non è stata assistita dallo spirito del tempo. La presidenza Trump le ha sdoganate una ad una, le ha normalizzate e messe a terra con una serie di eclatanti strappi. Ed è in questo solco che la destra immagina di potersi muovere in futuro con maggiore efficacia. Pensiamo a cosa sarebbe successo se due anni fa la maggioranza avesse proposto l’introduzione del fermo preventivo contro soggetti giudicati a rischio: nessuno l’avrebbe salvata dall’accusa di deriva cilena ma adesso, con gli agenti dell’Ice abilitati a sparare a cittadini renitenti agli ordini, quell’idea sembra addirittura poca cosa: una misura modesta, persino gentile, per tutelare l’ordine pubblico.

Lo stesso vale per la riforma del Csm, che fu terreno di acerrima battaglia (persa) ai tempi del berlusconismo ma ora non sembra scaldare più di tanto gli italiani, malgrado l’imminente referendum: se paragonata a Pam Bondi che licenzia i procuratori indisponibili a scudare le violenze dell’Ice, a molti sembra davvero di scarso rilievo, minestrina. E tuttavia la scommessa di Giorgia Meloni resta rischiosa. La destra che fa la destra fino in fondo di solito non ha successo, e talvolta provoca reazioni di rigetto. Vedere l’esperienza dell’utraliberal inglese Liz Truss, restata in sella appena cinque settimane, o lo stesso declino del consenso di Trump che elettrizza una minoranza ma spaventa molti che lo hanno votato con convinzione. La prova referendaria indicherà tra le altre cose se allinearsi allo spirito del tempo che soffia dagli Usa, seppure in modo soft e senza rivendicarlo troppo, è stata una buona idea oppure no.