
(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il New York Times, si sa, non è un giornaletto qualunque. È il santuario del giornalismo “liberale” americano, quello che bacchetta i potenti, scopre gli scandali, detta la linea morale dell’Occidente. Ma quando si parla di guerra, di armi e di potenza militare, il giornale più influente del mondo diventa improvvisamente disciplinato come un soldato al contrappello.
Da mesi, infatti, le sue pagine raccontano la stessa litania: l’America si sta indebolendo, la minaccia cinese è incombente, la Russia avanza, i tiranni si moltiplicano, e gli Stati Uniti devono urgentemente riarmarsi. Tutto, ovviamente, per “difendere la libertà”. E così, mentre la spesa militare statunitense è già superiore a quella dei dieci Paesi successivi messi insieme, il New York Times implora di spendere ancora di più. In nome della democrazia, s’intende.
Il Pentagono, che non aspettava altro, ringrazia e rilancia: secondo i suoi esperti, le forze armate americane sarebbero “solo” al 3,4% del PIL, quando ai bei tempi della Guerra Fredda sfioravano il 9%. Una tragedia, ci spiegano: come si fa a dominare il mondo con appena 800 miliardi di dollari l’anno? Il giornale scrive che “gli Stati Uniti devono prepararsi a guerre su due fronti”, contro Russia e Cina. Ma quando si tratta di spiegarci perché mai queste guerre sarebbero inevitabili, cala il silenzio.
Non un dubbio, non una domanda. Nessuno che si chieda se il sistema d’alleanze americano, la NATO in testa, non sia esso stesso parte del problema. Nessuno che ricordi come gli Stati Uniti abbiano un arsenale nucleare capace di distruggere il pianeta dieci volte. E nessuno che noti il dettaglio più curioso: gli articoli “allarmati” del New York Times citano regolarmente fonti del Pentagono, ufficiali anonimi, think tank finanziati dall’industria bellica. Un’informazione libera, ma a senso unico.
E quando la realtà bussa alla porta – Afghanistan, Iraq, Libia – il giornale si affretta a riscrivere la storia. Le guerre perse diventano “missioni incomplete”, gli interventi falliti “tentativi di democratizzazione”. La retorica patriottica serve a coprire le rovine, i crimini, le menzogne. In Vietnam, come a Kabul, come a Mosul, il copione è sempre lo stesso: “Difendiamo il mondo libero”. Poi il mondo libero va in fiamme.
In questa narrazione manichea, Israele diventa il modello da seguire: “una nazione che combina tattiche vecchie e nuove”, scrive il giornale, elogiando l’uso dei droni a Gaza come se si trattasse di videogiochi. Nessun accenno ai civili uccisi, ai bambini senza casa. Anzi, si parla di “precisione chirurgica” e “strategie di contenimento”. Come se la guerra fosse un’equazione morale, non una mattanza.
A questo punto, il lettore ingenuo potrebbe chiedersi se non sia arrivato il momento di abbassare il volume della propaganda e ascoltare un po’ di realtà. Ma il New York Times preferisce la marcia militare al dubbio critico. Parla di “nuova era di competizione tra grandi potenze”, di “difesa dell’ordine internazionale”, e si dimentica di aggiungere che quell’ordine, spesso, è costruito sulle macerie degli altri.
L’America – scrive il giornale con un candore quasi commovente – “sta perdendo il vantaggio tecnologico”. Tradotto: i concorrenti fabbricano armi più economiche. E allora via con nuovi programmi da centinaia di miliardi: missili ipersonici, flotte robotiche, intelligenza artificiale bellica. Il complesso militare-industriale ringrazia, e le azioni di Lockheed Martin salgono.
Il paradosso è che proprio chi invoca “più armi per difendere la pace” finge di ignorare il disastro di ottant’anni di interventi. Dal golpe in Iran del 1953 alla Siria, passando per i regimi addestrati e finanziati da Washington, il risultato è sempre lo stesso: caos, dittature, rifugiati, odio. Ma l’editoriale del New York Times conclude con solennità che “gli Stati Uniti devono essere pronti a sacrificarsi per il bene dell’umanità”.
Il bene dell’umanità, a quanto pare, coincide sempre con il bene dei loro arsenali. E chi osa dire il contrario viene subito bollato come “filorusso”, “antisistema” o “nemico della libertà”. Una libertà che oggi, più che mai, assomiglia a una caserma: ordini dall’alto, applausi automatici, e silenzio assoluto sul prezzo da pagare.
Perché, in fondo, il giornale “sull’attenti” non è il sintomo ma la conferma di un Paese che ha bisogno di sentirsi assediato per giustificare la propria potenza. Un Paese che fabbrica nemici per tenere viva la fede nel proprio mito. E che ogni giorno, dal suo pulpito mediatico, continua a predicare la guerra chiamandola pace.
I fatti vengono sempre selezionati, ordinati, messi in relazione dentro una cornice di senso.
Il NYT lo fa da una posizione di enorme autorità simbolica; chi lo critica fa esattamente la stessa operazione, spesso ribaltando i segni ma usando gli stessi strumenti.
Il NYT non è “colpevole” perché inventa fatti: è potente perché definisce la cornice entro cui quei fatti diventano ovvi, naturali.
Chi critica il NYT spesso smaschera queste scelte, ma poi cade nella tentazione speculare: sostituire una teleologia con un’altra, un copione con il suo negativo.
Ciò che è diverso è la professionalità con cui si costruisce la narrativa, per renderla più persuasiva, più stabile, più esportabile.
Un editoriale del NYT non convince solo per ciò che dice, ma per come lo dice: tono sobrio, fonti istituzionali, lessico tecnico, assenza apparente di pathos.
È narrativa che si traveste da amministrazione della realtà, ma sempre narrativa rimane.
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qualche esempio di autorevolezza ed “enorme autorità simbolica” del NYT:
Jayson Blair (2003): È considerato uno dei più gravi casi di frode giornalistica. Blair ha fabbricato o plagiato ampie porzioni di almeno 36 articoli, inventando citazioni e descrizioni di luoghi in cui non si era mai recato. Lo scandalo portò alle dimissioni del direttore esecutivo Howell Raines.
Judith Miller e le Armi di Distruzione di Massa (2002-2005): La reporter fu aspramente criticata per aver pubblicato informazioni, rivelatesi poi errate, sul presunto arsenale nucleare e chimico di Saddam Hussein, contribuendo a legittimare l’invasione dell’Iraq. Nel 2005, Miller finì in carcere per 85 giorni per essersi rifiutata di rivelare una fonte riservata nel caso Valerie Plame.
Podcast “Caliphate” (2020): Il Times ha dovuto ammettere che una parte centrale della serie podcast sullo Stato Islamico era basata sulle testimonianze false di un uomo che sosteneva di essere un boia dell’ISIS, ma che non era mai stato in Siria
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