
(Pasquale Liguori – lafionda.org) – Un ritornello affascina certa accademia, avvezza a scrutare le convulsioni del mondo dalla distanza di sicurezza garantita dalle proprie cattedre europee. È la melodia seducente di chi ci invita a uscire dalla logica dei “blocchi” e a vedere nelle rivolte colorate – nello specifico, nei tumulti che attraversano oggi l’Iran – solo l’espressione pura e molecolare del desiderio. Secondo questa narrazione, chiunque osi parlare di Stati, di sovranità o di ingerenza imperiale rispetto a ciò che accade a Teheran sarebbe affetto da un riduzionismo nostalgico, incapace di comprendere la complessità reticolare del capitalismo contemporaneo. È una visione elegante, colta, perfetta per i salotti progressisti. Ed è, nella sua essenza materiale, la più sofisticata forma di fiancheggiamento dell’imperialismo oggi esistente.
Si ripete spesso che la vera libertà inizi quando si smette di scegliere tra due menzogne, tra l’autoritarismo domestico e l’ingerenza esterna. Questa postura, che si ammanta di nobiltà morale (“né con gli uni, né con gli altri”), nasconde una falsificazione della realtà. In un conflitto asimmetrico, dove una parte detiene il monopolio della valuta di riserva, il controllo dei circuiti finanziari globali e la più grande macchina militare della storia, dichiararsi neutrali o “terzisti” significa semplicemente avallare la legge del più forte. Liquidare la brutale gerarchia di potenza tra le nazioni come un’ossessione novecentesca significa ignorare, come se fosse un dettaglio trascurabile, che la guerra non si combatte solo con le idee, ma con i flussi del capitale globale. Chi oggi invita a guardare oltre la sovranità, fingendo che il vincolo esterno non esista, sta chiedendo alla vittima di abbassare l’unico scudo rimasto mentre il predatore economico è alla porta.
L’accusa ricorrente è che difendere l’autonomia statuale in paesi come l’Iran significhi cadere in una deriva reazionaria. Si sostiene che il capitale oggi sia fluido, senza patria, e che dunque i confini siano solo gabbie per i popoli. Questa è un’analisi cieca davanti all’economia politica. In un paese dalla civiltà millenaria, assediato dalle sanzioni, lo Stato nazionale – con tutte le sue contraddizioni – non è un feticcio identitario: è un’infrastruttura materiale di sopravvivenza. Senza quella capacità di tenuta, non c’è la “liberazione dei corpi” o il “divenire moltitudine”: c’è solo il mercato deregolamentato. C’è lo spazio vuoto pronto per essere riempito non dai diritti, ma dai capitali speculativi che necessitano di ridefinire il perimetro egemonico per scaricare le proprie crisi di accumulazione. La sovranità è la condizione necessaria, ancorché non sufficiente, affinché il conflitto sociale resti politico e non diventi mera amministrazione coloniale. Chi attacca questa diga in nome di un internazionalismo astratto sta lavorando, consapevolmente o meno, per il ceto compratore che attende solo il crollo delle istituzioni per svendere gli asset nazionali al miglior offerente.
Mentre ci si commuove per l’estetica delle piazze, si rimuove sistematicamente la causa strutturale che rende quelle piazze esplosive. Non si tratta solo di sete di libertà contro oscurantismo, come piace alla narrazione liberal. Si tratta di una guerra economica spietata. Le sanzioni non sono punizioni morali contro i dittatori; sono armi di distruzione di massa del tessuto sociale. Esse ristrutturano i rapporti di classe, impoveriscono il lavoro organizzato e creano quella disperazione che poi viene canalizzata strumentalmente contro lo Stato. Ignorare questo nesso materiale, concentrandosi solo sulla repressione della polizia e mai sulla violenza dell’embargo, non è umanesimo: è complicità. È guardare l’effetto e assolvere la causa. È trasformare la protesta legittima in un “varco” per la penetrazione esterna.
C’è infine un banco di prova ineludibile che sbriciola la retorica dell’equidistanza: la Palestina. È grottesco che settori del progressismo occidentale si sentano autorizzati a dare lezioni morali a Teheran ignorando un dato di fatto gigantesco. Nonostante l’angustia economica imposta dall’imperialismo, gli agguati, i sabotaggi e le costanti pressioni militari e di sangue a cui è sottoposto, lo Stato iraniano è stato l’unico attore globale a sostenere materialmente l’autodeterminazione palestinese. Mentre l’Occidente “democratico” forniva le bombe per il massacro o si limitava a sterili appelli umanitari, l’Iran ha opposto alla crudeltà sionista risposte efficaci, pagando un prezzo altissimo in termini di sicurezza e vite umane. C’è chi chiacchiera di diritti mentre finanzia il genocidio, e c’è chi, pur nelle sue contraddizioni interne, fornisce alla resistenza gli strumenti concreti per non essere cancellata dalla storia. Si sente spesso ripetere che il supporto alle rivolte debba essere incondizionato e che porsi il problema delle ricadute sugli equilibri mondiali sia un tradimento dei giovani in piazza. Al contrario: il vero tradimento è vendere illusioni. La realtà materiale ci dice che l’Impero non interviene per portare “Donna, Vita, Libertà”, ma per trasformare nazioni sovrane in mercati da saccheggiare. La realtà ci dice che i diritti umani sono diventati una tecnologia politica per legittimare l’aggressione laddove i marines non possono arrivare. Non servono mappe colorate o grandi strategie da tavolo per capirlo: basta seguire i soldi. Smettetela di raccontarci che la guerra è finita o che è solo un vecchio incubo novecentesco. La guerra è qui, è sporca, è fatta di debito, di sanzioni e di sabotaggi. E in questa guerra, chi si rifiuta di nominare il nemico imperiale non sta praticando una forma superiore di pensiero critico. Sta semplicemente scegliendo la forma più ipocrita di diserzione.
ormai le posizioni sono così. una volta per un punto passavano infinite rette, oggi i punti sono diventati rette parallele che non si incontrano mai
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Ottimo articolo che chiarisce il perché la propaganda occidentale sia corrotta e falsa.
Il possedere risorse naturali energetiche o terre rare sono gli elementi che scatenano guerre e disordini in nome di una libertà o di una autodeterminazione fallace.
La rapina di questi beni per un capitalismo sempre più rapace e mai satollo.
Detto questo e rapportato il tutto al nostro paese ,a parte il prosecco e il parmigiano che ci hanno tutelato con i dazi,mi chiedo se dobbiamo ancora essere una colonia USA e per quali ragioni ,visto che non siamo più un baluardo alle minacce russe e i debiti di guerra, per essere stati liberati dal nazismo ,sono stati più che pagati?
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Ne sottoscrivo persino le virgole: quella delle sanzioni economiche è sempre stata l’arma più feroce e spietata contro le rivoluzioni trionfanti che l’Occidente ha saputo mettere in campo nella storia. Basti pensare alla Francia rivoluzionaria che impose risarcimenti disumani ad Haiti, con l’appoggio internazionale, per riconoscere l’indipendenza dello stato caraibico. Col tempo quelle sanzioni e risarcimenti abnormi hanno ridotto il disgraziato paese a quel che vediamo ai nostri giorni.
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Verooo… tanto più che le sanzioni non sono molto democratiche perchè colpiscono non tutti, ma le fasce più deboli dei cittadini: quindi quelli che stanno già peggio.
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