
(di Michele Serra – repubblica.it) – Per affrontare un gruppo di tassisti romani in sciopero bisogna essere vocati al martirio: se poi lo si fa brandendo, a scopo dimostrativo, una macchinetta per i pagamenti non cash, che hanno il temibile inconveniente di lasciare una traccia fiscale, come ha fatto il leader radicale Matteo Hallissey, il coefficiente di rischio è altissimo, e Hallissey deve essere molto felice di poterlo raccontare ai suoi cari.
Provando a semplificare una materia complessa, in attesa di una nuova regolamentazione da una trentina d’anni, i casi sono due: o i tassisti si attrezzano per migliorare la loro offerta e accettare che le licenze aumentino di parecchio, o diventa molto difficile maledire Uber e consimili. Se uno non trova un taxi, cosa che capita spessissimo a Roma e ultimamente anche a Milano, si arrangia con quello che trova: un’ovvietà che è penoso dover spiegare.
Uber prospera laddove mancano i taxi, e non per presa di posizione “politica” contro le auto pubbliche: per stretta necessità. Non è difficile da capire, ma è una ovvietà che continua a sfuggire a una corporazione per la quale l’offerta non è necessariamente un dovere, ed è questa lacuna a rendere molto impopolare una protesta che sembra ignorare sistematicamente il disservizio pubblico.
Come è tipico di questo Paese, il problema si ripresenta, con pochissime varianti, da decenni. Con emotività in aumento costante, ragionevolezza in decrescita, malumori piazzaioli che non giovano alla causa dei tassisti, e anzi la danneggiano. Ma credo di avere già scritto amache identiche a questa, lungo gli anni, molte volte. La tengo da parte e la ripubblico, pari pari, una volta all’anno, nella certezza della sua perenne attualità.
Insomma, lavorare meno ma lavorare tutti o in tanti. E non sempre per guadagnare meno di prima, visto che c’è carenza di taxi. In ogni caso, se un tassista è spinto solo dall’avidità si troverà sempre nella condizione di essere depresso e volto alla protesta. Viviamo il tempo della forbice sempre più ampia tra chi ha meno e chi ha troppo, con la conseguenza che chi ha meno non sempre si accontenta di aspirare a un reddito sufficiente a una vita dignitosa ma… di avere parossisticamente sempre di più fino, a volte, all’ossessione (diventare ricco!).
Un altro esempio attuale. Una ditta presente in Italia da molto tempo, in conseguenza dei dazi trumpiani sta pensando di traslocare negli Usa dove, pagando meno tasse, guadagnerà di più, lasciando così senza lavoro i suoi dipendenti. Il titolare della ditta, infatti, non vuole guadagnare solo abbastanza ma… moltissimo, temendo che chi non è ricco è uno sfigato. Tanti si arricchiscono e lui NO?! Non sia mai!
L’aveva scoperto Solone, un prefilosofo dell’antichissima Grecia: i proprietari lasciati a fare quello che vogliono, tenderanno sempre più ad essere avidi. Ed è lo “Stato” (allora il semplice bene comune) a porre rimedi preventivi. Oggi in Cina, per dire, i ricchi non saranno mai straricchi, ovviamente a danno di altri. Subiscono un limite. Ed è giusto così! Ma lì vige ancora Confucio mica Hobbes (homo homini lupus). Ma Serra… rifugge con terrore dalla Cina! Non capendo, come quasi sempre, un emerito cz, da buon neoliberale di ultima generazione (vedi Sahra Wagenknecht).
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In tanti Paesi ( Belgio, Francia: per esperienza personale) i tassisti sono degli extraeuropei che si accontentano di retribuzioni al limite della sussistenza. In Italia i tassisti osano addirittura desiderare di poter aver soldi sufficienti per poter tirare su la famiglia decorosamente. Serra preferisce gli uni agli altri. Buono a sapersi.
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la storia dei tassisti è sintomatica di come le regole in Italia vengano adattate e piegate a favore delle corporazioni.
Il comune in base a certi parametri rilascia delle licenze, ogni comune decide per se e fa pagare la licenza i costi amministrativi, parametri, paatente ecc..ecc..
Poichè però le licenze sono contingentate, il comune invece di riprendersela quando qualcuno cessa l’attività, lascia che vengano vendute o ereditate. Per cui quasi tutti i tassisti hanno speso, a seconda della città. centinaia di migliaia di euro, creando un mercato delle licenze e una corporazione spesso coccolata da forze politiche. La maggioranza dei tassisti romani erano sostenuti dall’attuale maggioranza con prevalenza della Ducia, ora sono NERI di rabbia perchè si sentono traditi dal via libera alle piattaforme straniere.
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