(Marco Perisse – lafionda.org) – Groenlandia, GIUK Gap, Artico, mappa azimutale e così via. In questo pirotecnico inizio del 2026, per effetto delle varie iniziative dell’amministrazione Trump la geografia invade le prime pagine. L’accelerazione della dinamica geopolitica è tale da piegare la cronaca alla geografia.

Già questo elemento lancia l’attualità del geografo Pëtr Kropotkin che, alla morte sopraggiunta nel 1921, era noto quale teorico dell’anarchismo, ispiratore di quello che fu definito “anarco-comunismo”. I suoi lavori offrono interessanti spunti propedeutici alle letture geopolitiche. Meno nota però è la produzione scientifica di Kropotkin, sebbene fosse uno dei geografi fisici più accreditati del tempo, tanto che un suo ritratto si trova nel salone della Royal Geographical Society di Londra. Oggi invece i suoi stessi testi politici sono ritenuti dagli specialisti esempi brillanti di geografia sociale.

Nato a Mosca nel 1842 da una famiglia dell’aristocrazia, diplomato all’accademia militare, il principe divenuto ufficiale dei cosacchi, attratto dalle scienze naturali, va in servizio nell’Oriente inesplorato dell’impero zarista. Tra il 1862 e il 1867 attraversa la Siberia, studia l’idrografia e le catene montuose. Un’acuta osservazione lo porta a definire l’oblast sud-orientale del fiume Amur, da poco annesso (1860) alla Russia zarista, «Mississippi dell’estremo oriente», in analogia con i territori che in America si disvelavano in quegli anni sulla via della “conquista del West”.Ha la preveggente intuizione che il futuro prossimo appartenga alla Russia come all’America in ragione dell’estensione e delle risorse di vastissime terre vergini. Una medesima analogia può valere per la Groenlandia, l’isola più grande del mondo (2,16 milioni di km2, densità 0,03 abitanti/km2: molti di essi sono nativi Inuit), il cui sottosuolo è rimasto indenne perché coperto da una coltre di ghiaccio. Nel 2016, dopo la rimozione di un divieto, l’isola – che beneficia di larga autonomia – annunciò piani per l’estrazione in uno dei maggiori giacimenti di uranio al mondo. Come nell’Artico siberiano, lo scioglimento del permafrost e di settori della calotta, favorito dal riscaldamento del clima, rende realistica, seppure non agevole, la prospettiva di sfruttare i giacimenti di gas naturale, carbone, zinco, ferro e diamanti. Con riferimento a questo caso si può citare il geografo russo e la sua fondamentale teoria sul disseccamento delle zone interne dell’Eurasia cominciato alla fine dell’era glaciale, tema vieppiù attuale in riferimento a quanto accade nella fascia boreale.

Dopo aver lasciato l’esercito ed essersi laureato in Scienze naturali, nel 1872 Kropotkin si dimette dall’incarico di segretario della sezione geofisica della Società Geografica Imperiale russa. Il geografo fa posto al rivoluzionario: viene arrestato come affiliato del “circolo Čiaikovski” e imprigionato nella fortezza di San Pietro e Paolo dalla quale evade nel 1876 con modalità degne di un romanzo di avventura, che poi racconterà nelle Memorie di un rivoluzionario. Inizia un girovagare tra varie persecuzioni che lo porterà in diversi paesi d’Europa, fra cui la Francia, dove è incarcerato nel 1882. Lo studio della geografia e della biosfera fa da “scintilla” dell’esplorazione nel mondo delle idee, coadiuvata dall’esperienza diretta delle interazioni ecologiche in habitat inviolati, delle disfunzioni e della rapacità dello Stato centralista, delle inefficienze della burocrazia, delle condizioni dei ceti subalterni. Matura convinzioni antistatuali nutrendo l’idea antiautoritaria, autogestionaria e solidaristica di una rete orizzontale di comuni, cooperative, unità produttive confederate, in parte informata al tradizionale sistema russo delle comunità rurali (obščina), rielaborato sul pensiero di Bakunin, in parte mutuando l’esperienza rivoluzionaria della Comune di Parigi, rafforzata dalle sue osservazioni scientifiche sulla cooperazione nelle specie animali.

Kropotkin vive in un’epoca di appropriazioni coloniali dove l’economia di estrazione delle risorse e la logica dell’accumulazione travolge tutto, anche le popolazioni autoctone con le quali gli europei sono a contatto in ormai tutti e cinque i continenti. Intere regioni vengono denaturalizzate e destinate a piantagioni o pascoli per alimentare la domanda che trasforma la moneta in capitale che a sua volta produce merci e profitto, crea nuovi impieghi (industriali, infrastrutturali, finanziari) e cicli produttivi – che traggono plusvalore dal lavoro –, invade nuovi territori e mercati secondo un modello mirato all’accrescimento indefinito del capitale stesso. Kropotkin traccia una delle prime denunce dei misfatti della colonizzazione spezzando la sua lancia in favore dei nativi, come quelli che aveva incontrato in Estremo Oriente, e apre la strada agli studi etnografici di Élisée Reclus e Léon Metchnikoff che mettono in discussione la pretesa supremazia “morale” dei bianchi per i quali “esportare civiltà e progresso” è il sostrato propagandistico dell’espansione coloniale del liberalismo nel secolo XIX.

Contro il sistema economico-politico, Kropotkin sviluppa le sue tesi politiche poggiandole sulle riflessioni sviluppate in veste di scienziato: l’opera Il mutuo appoggio riflette le osservazioni circa l’importanza della cooperazione all’interno delle specie animali e delle società umane quale fattore di evoluzione, in antitesi sia all’idea di competizione fra gli individui che a una romantica predisposizione di essi all’armonia sociale. Si distingue tanto da Hobbes (l’arbitrio predatorio del più forte: l’homo homini lupus) quanto da Rousseau. La nozione di mutuo sostegno quale fattore di evoluzione – l’aiuto reciproco in contrasto con quello che poi divenne comunemente il concetto di “darwinismo sociale” – gli fu ispirata sul campo: «Anche nelle zone ove la vita animale abbonda, non potei constatare questa lotta accanita pei mezzi di sussistenza fra gli animali della stessa specie, che i darwinisti (benché non sempre Darwin stesso) consideravano come la principale caratteristica della lotta per la vita e il principale fattore dell’evoluzione». Charles Darwin, pubblicando L’origine dell’uomo a dodici anni di distanza da L’origine delle specie, aveva limato l’idea della lotta per l’esistenza e sosteneva che le specie animali capaci di maggiore cooperazione fra cospecifici hanno maggiori probabilità di progenie. Non si può in un articolo sviscerare complesse tematiche filosofico-etico-politiche legate al pensiero di Kropotkin, consegnato a una vasta opera pubblicistica. È opportuno però sottolineare l’idea della cooperazione fra individui quale fattore evolutivo delle loro società.

Kropotkin sta uscendo dalla nicchia degli studi specialistici e politici: la prima edizione in inglese dei diari di esplorazione è stata pubblicata nel 2021. Lo scienziato si può collocare in una schiera di figure eterodosse del pensiero critico tenute in disparte per vari motivi, ma alle quali si può attingere per definire un corpus teorico anti-hobbesiano. Gli storici Stefano Merli e Luigi Cortesi sottolineavano la necessità di riscoprire filoni tralasciati nella storia delle sinistre e del socialismo al fine di arricchire strumenti analitici e interpretativi funzionali tanto alla storiografia quanto alla prassi. In quei filoni si potrebbero vedere fra gli altri Anna Kuliscioff, riformista (sostantivo) rivoluzionaria (aggettivo) sulla figura della quale ho pubblicato la novella storica Anna Kuliscioff e la nichilista, e Pëtr Kropotkin.

Quanto alla Groenlandia, il clamore circa l’eventualità di un’occupazione manu militari statunitense sembra fuorviante dal momento che l’ipotesi dai contorni più realistici suppone un acquisto senza colpo ferire, forse addirittura col beneplacito di una parte della popolazione locale, quindi poggiando sul principio di autodeterminazione. Già nel 2019, nel corso del primo mandato, il presidente Donald Trump aveva prospettato l’opzione dell’acquisto. Storicamente gli Stati Uniti hanno già acquistato territori altrui. Nel 1803 la giovanissima nazione americana comprò per 15 milioni di dollari dalla Francia napoleonica la Louisiana (area pari a 2 milioni di km2, ben più estesa dell’omonimo stato). Nel 1867 un altro colpo con l’acquisto della propaggine più orientale dell’impero russo, l’Alaska, per 7,5 milioni di dollari. Vi sarebbe stato in quel periodo un sondaggio del Dipartimento di Stato pure per acquistare Groenlandia e Islanda. Dal XVI secolo l’Islanda apparteneva alla corona danese. Vi rimase fino all’occupazione della Danimarca da parte della Germania nella II Guerra mondiale, che spinse gli anglo-americani a occupare l’isola per vigilare il “vuoto” nel Nord Atlantico tra le coste di Groenlandia, Islanda e Regno Unito, il GIUK (acronimo) Gap. Sotto la presenza americana nel ’44 si svolse un referendum che proclamò l’indipendenza dell’Islanda. L’alienazione era in passato favorita dalla natura giuridica degli Stati patrimoniali, nei quali la sovranità coincideva col titolo di proprietà in capo al monarca. L’ultimo acquisto è del 1917, quando gli Usa comprarono le caraibiche Indie occidentali danesi, ribattezzate isole Vergini americane. Pareva si fosse concordato di non procedere ad altre transazioni, tuttavia nel ’46 il presidente americano Harry Truman offrì a Copenaghen 100 milioni di dollari per l’acquisto della Groenlandia, ma il governo danese rifiutò. Il professor Cortesi ricordava come gli Usa durante e dopo il secondo conflitto mondiale avessero rimpiazzato l’impero britannico in declino, insediandosi in diverse piazzeforti quale nuova talassocrazia egemonica. In caso di una arcigna determinazione degli Stati Uniti, appare arduo per la Danimarca mantenere il protettorato sull’ultimo retaggio del proprio lontano passato coloniale.