
(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – L’inizio del 2026 si è caratterizzato come un vero e proprio punto di svolta nel pianeta. La tanto sbandierata visione di un ordine internazionale basato su regole condivise ha rivelato al mondo il proprio vero significato. Oggi non ha nemmeno più l’alibi di essere un concetto che descrive un sistema fondato sulla democrazia rappresentativa, sul rispetto dei diritti umani e sulla centralità di una qualche parvenza di diritto internazionale.
Per essere chiari, non è che ci fosse bisogno di capirlo dagli avvenimenti di inizio anno in Sudamerica; tuttavia, l’ultima ingerenza statunitense ai danni della Repubblica venezuelana ha definitivamente chiarito l’essenza di tale paradigma: il diritto internazionale è una mera e perbenistica finzione, mentre quelle che contano sono le regole che l’Impero stabilisce e poi applica e disapplica.
Di certo, l’aggressività di taglio imperialistico non era una novità nel modo di fare dell’attuale presidente USA; la novità è stata invece il totale venir meno di qualsiasi pudore nel dichiarare gli obiettivi della Casa Bianca: petrolio e conduzione diretta dei propri interessi direttamente dentro i confini di un paese sovrano.
Sembra sempre più palesarsi una visione del mondo, suffragata da alcuni potenti settori dell’ordine internazionale, per cui non solo esistono popoli eletti ma anche nazioni le cui ricchezze sono state collocate da Dio in altri Paesi: queste nazioni ne hanno pieno diritto.
Quanto sia potente questo assunto è dimostrato, non tanto e non solo dagli esecutori di questo ennesimo atto ultra-imperialista, ma dai ligi famigli europei, a cominciare dalla Presidente della Commissione UE, la quale con un incredibile sprezzo del ridicolo si è affrettata a salutare la pacifica e democratica transizione a favore del popolo venezuelano, un po’ come quando aveva salutato, quale espressione di alta democrazia, l’annullamento delle elezioni e la messa al bando di partiti politici non in linea con le posizioni dominanti nella libera Europa: così è stato in Romania e in Moldavia, per esempio.
Non sono da meno le dichiarazioni di Starmer, Merz, Sanchez e Meloni. Esse mettono in risalto che le elezioni in cui vinse Maduro non furono riconosciute dai loro Stati, e oggi auspicano che il popolo venezuelano possa determinare democraticamente il proprio destino. Insomma, finché i venezuelani non votano come chiede questa manica di suprematisti bianchi, tutto rimarrà come è adesso.
Allora, la vicenda venezuelana diventa un vero e proprio caso paradigmatico: non tanto per la sua unicità, quanto per la chiarezza con cui rende visibili le asimmetrie di potere che regolano la produzione, l’interpretazione e l’applicazione delle “regole” invocate nel discorso internazionale dominante.
Ora, ciò che è successo realmente in Venezuela è ancora qualcosa di abbastanza oscuro. Ciò che si capisce chiaramente è che l’attuale amministrazione USA, come ha appena dichiarato il segretario di Stato Rubio, non ha sostanzialmente risolto niente con il sequestro di Nicolas Maduro, ma gli USA si aspettano, a detta del ministro degli esteri statunitense, che la nuova leadership venezuelana abbia capito la lezione ed esegua con scrupolo i desiderata di Washington. Quindi fintanto che non avranno prove di buona volontà continua tutto come prima: restrizioni sul commercio del petrolio, blocco delle imbarcazioni, pressione economica sul popolo venezuelano ecc.
Diventa ancora più risibile la scusa del narcotraffico, proprio mentre Trump minaccia Delcy Rodriguez di fare una fine ancora peggiore di quella che ha fatto Maduro se non esegue gli ordini: forse è pronta anche per lei un’accusa di narcotraffico?
Quindi, non c’è nessuna esportazione della democrazia e dei diritti umani: il movente è il petrolio, e mantenerne gli scambi denominati in dollari rimane un obiettivo vitale, cosa che per altro ripete lo stesso schema di sempre e ricorda la fine di molti soggetti che tentarono di minare il petrodollaro commerciandolo in altre valute.
Tutto il resto rimane nell’ombra. Restano ancora senza risposta le modalità sulla destituzione di Maduro e se questa sia stata in qualche modo negoziata.
Oppure il presidente è stato tradito dal complesso militare? Uno degli aspetti più rilevanti della vicenda è stata l’assenza di una risposta militare significativa. Le ricostruzioni disponibili indicano che elicotteri statunitensi avrebbero operato nello spazio aereo venezuelano senza incontrare alcuna resistenza, volando a bassa quota e in condizioni di luna piena, e ciò nonostante la presenza di sistemi di difesa aerea e di forze armate numericamente consistenti.
Questo dato ha alimentato l’ipotesi di una paralisi deliberata della catena di comando o di una cooperazione attiva o anche passiva di settori dell’apparato militare e dei servizi di sicurezza.
Alcuni analisti hanno riflettuto sul fatto che la mancanza di risposta antiaerea fosse dovuta a una preliminare “vendita”, forse non per solo denaro, delle chiavi del cielo, ovvero all’inserimento dei trasponder degli elicotteri nel sistema di identificazione amico-nemico.
Ciò che risulta chiaro è che fino ad ora non c’è stato un cambio di regime a favore di improbabili soggetti come il recente premio Nobel Corina Machado o tramite la grottesca invenzione di personaggi alla Guaidó.
Regna un caos totale anche in relazione alle posizioni del governo ad interim venezuelano, in questo momento certamente esposto a operazioni mediatiche che mirano a screditarlo di fronte al popolo e che, d’altro lato, lancia un appello al governo statunitense per una collaborazione e alla cooperazione per uno sviluppo condiviso e per rafforzare una convivenza duratura.
Insomma, grande è la confusione sotto il cielo. Vedremo presto come si svilupperanno le vicende in Venezuela ma non solo, visto che Trump ha minacciato apertamente la Colombia e il suo presidente, ha minacciato Cuba e il Messico ed ha ribadito la necessità di appropiarsi della Groenlandia. Quest’ultima non tanto per le risorse naturali ma per questioni di sicurezza nazionale…
Con quest’ultimo caso appare sempre più evidente, ed imbarazzante, lo stato avanzato di decomposizione in cui versa la UE.
Ci sono altri aspetti interessanti che non fanno molta luce sulla vicenda, ma dovrebbero indurre a pensare, e a risvegliare un poco di senso critico in quel che rimane della parte critica dell’opinione pubblica occidentale, o almeno di quella europea.
In questi primi giorni del 2026 l’informazione mainstream sta girando a pieno ritmo nella costruzione e sedimentazione di un pensiero omologato e sterilizzato rispetto agli scempi commessi dal potente dominus.
Tuttavia, per la salute intellettuale di ognuno di fronte alla poderosa azione dell’informazione ufficiale, bisognerebbe anche ricordare cosa era quel paese, prima dell’avvento di Chavez e del chavismo, dal punto di vista politico, sociale, economico e geopolitico. Ma si sa che l’ordine basato su regole condivise non gradisce contestualizzare gli avvenimenti dal punto di vista storico. Esiste solo il momento presente, e così tutto è più comodo da spiegare.
All’inizio degli anni Novanta, quel Paese era caratterizzato da una profonda disuguaglianza sociale, da un sistema politico fortemente oligarchico e da un’economia le cui risorse petrolifere erano gestite a beneficio di ristrette famiglie da élite economiche, tra cui quella della oppositrice Machado. Non c’era alcun tipo di Stato sociale e la stragrande maggioranza della popolazione era in assoluta povertà.
L’avvento del comandante Chavez segnò una discontinuità significativa. Attraverso un ampio programma di redistribuzione della rendita petrolifera, furono introdotte politiche sociali estese in ambito sanitario, educativo e abitativo. Fu introdotta una massiccia alfabetizzazione per consentire a tutto il popolo di poter votare. Dati pubblici e verificabili da chiunque dimostrano che le misure introdotte dal processo chavista produssero, almeno in una fase iniziale, una riduzione sensibile della povertà e un netto miglioramento degli indicatori sociali[1].
Il fatto è che quel modello si sviluppò in un contesto di crescente conflitto geopolitico e il progetto venezuelano fu progressivamente interpretato come una sfida all’egemonia statunitense in America Latina e come un esempio di sovranismo economico e politico nel cosiddetto Sud globale, che non doveva affatto essere imitato.
A ciò seguirono tentativi di destabilizzazione politica, falliti colpi di Stato e, soprattutto, un regime di sanzioni economiche prolungate, che ebbero effetti cumulativi profondi sulla struttura produttiva del Paese e ne hanno drasticamente minato le capacità di crescita sociale ed economica[2].
Chávez fu, inoltre, assai critico nei confronti del cosiddetto Washington Consensus e delle politiche di liberalizzazione sostenute da istituzioni globali come la Banca Mondiale e il FMI, mirando invece a promuovere un modello economico alternativo, e sostenendo forti legami strategici con paesi come Cuba, Russia e altri Stati critici verso l’egemonia statunitense.
Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e successivamente dall’Unione Europea rappresentano dunque un elemento centrale per comprendere anche le difficoltà e i fallimenti del governo del Venezuela contemporaneo.
Una prova di quello che stiamo dicendo è data proprio dalla narrazione mediatica dominante, che non utilizza altro se non il temine di cattura con riferimento a Maduro, ed evita attentamente l’altro termine, il solo appropriato: quello di sequestro.
Stiamo assistendo a un assoluto caos informativo nei media mainstream, giornali, telegiornali e talk, le cui parole ed espressioni sono figlie di una ideologia dalla cattiva coscienza. In un mondo normale gli attacchi militari alla sovranità del Venezuela e il sequestro del suo presidente Maduro rappresenterebbero una chiara violazione della sovranità di un Paese, ed una ingerenza mastodontica nei suoi affari interni, che sarebbe impossibile narrare in altro modo.
La società occidentale contemporanea sta procedendo, come ormai quotidianamente si può verificare, a grandissimi passi verso il nichilismo più assoluto – come ci ricorda in modo magistrale Emmanuel Todd – e verso il completo svuotamento dei meccanismi democratici; i vari popoli vengono ridotti a plebi costrette ad assistere impotenti a vuote, inutili e decisamente dannose rappresentazioni politiche, mentre un poderoso apparato mediatico plasma pazientemente e in maniera incessante le percezioni quotidiane di enormi masse racchiuse in bolle digitali.
Ed è un processo che si struttura così capillarmente da non lasciare libero alcuno spazio, dalla politica alla salute, fino alle relazioni internazionali e alla creazione manipolata dell’indignazione sociale.
Tutto si sviluppa in un quadro narrativo in cui intervengono diversi immaginari e molteplici significanti. Nel caso venezuelano, si è inculcata nella percezione comune la presenza del Cartel de los Soles. Quel termine fu inventato nel 1993 dai giornalisti quando non esisteva nessun cartello: semplicemente un paio di generali della Guardia nazionale del Venezuela furono scoperti mentre partecipavano a una operazione coperta della CIA per trasportare cocaina negli USA; i generali al posto delle stellette avevano dei soli. Al bisogno si è rianimata quella estrema semplificazione narrativa, insegnata alla “Netflix University”, che consente di associare l’intero Stato venezuelano a un’entità criminale, la cui leadership è dedita al narcotraffico, più redditizio, guarda caso, delle immense riserve petrolifere.
Ebbene, cosa può ulteriormente insegnare la vicenda venezuelana, appena iniziata, a quelle ampie frange dotate ancora di un minimo di pensiero autonomo e critico (non è lecito catalogarle come di sinistra o progressiste dato che tali categorie sono oggi per loro natura estremamente fuorvianti)?
Nei mesi scorsi a sostegno del popolo palestinese e contro il genocidio perpetrato dal regime sionista si era sviluppato un imponente movimento mondiale, di massa. Tuttavia, quel movimento sotto la promessa di una tregua del massacro, che però si è dimostrata falsa, si è sostanzialmente dileguato.
Ma i suoi più importanti limiti sono stati, da un lato, la sostanziale incapacità di collegare l’orrenda situazione in cui verte il popolo palestinese all’unitarietà della trama complessiva della guerra mondiale diffusa; e dall’altro l’incapacità di comprendere come l’avanzato stato di decomposizione delle istituzioni europee e di molti governi del Vecchio Continente siano i primi complici, non solo nel fiancheggiare quelle politiche genocidarie, ma anche nella preparazione di un confronto militare planetario, nel quale Gaza sarebbe solo una tessera del mosaico.
Di fronte alla sensibile compressione degli spazi democratici in Europa, che colpisce ormai apertamente qualsiasi forma di dissenso – la vicenda di Jacques Baud è un esempio che dovrebbe fare accapponare la pelle tutti i giorni –, non è più possibile – almeno in questa fase – continuare con i soliti ingenui distinguo.
Il 2026 sembra iniziare sotto i peggiori auspici. Stiamo assistendo a quanto avviene in America Latina, ma se si analizza in profondità l’attualità della guerra in Ucraina, al netto delle fanfaronate del mainstream informativo europeo, che da un lato tende a tranquillizzare l’opinione pubblica e dall’altro dipinge costantemente la Russia come una minaccia, non siamo per nulla vicini alla pace, anzi tutto il contrario. Si preparano forti venti di guerra in Iran, preceduti da disordini sociali probabilmente assai poco spontanei, ed è un fuoco sul quale il solito governo sionista sta soffiando con forza.
Mentre si comprime ogni forma di dissenso le popolazioni continuano a essere impoverite e indebitate: si veda e si rifletta sul portato dell’ulteriore prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina che sarà restituito solo in caso di sconfitta della Federazione Russa.
Infine, dato che uno degli elementi di successo dei problemi gravissimi che attanagliano l’Europa è quello di tenere separate, in bolle mediatiche nazionali, le varie opinioni pubbliche e le forze sociali e culturali più ricettive, sarebbe fortemente auspicabile la formazione di un movimento a livello europeo, capace di mettere in relazione tutte quelle sensibilità che esistono ma che, attualmente, sono condannate all’isolamento e a uno stato di afasia globale.
Giovanni Tonlorenzi
[1] Nel 1999, dopo la sua elezione, Chávez promosse e ottenne l’approvazione tramite referendum popolare di una nuova Costituzione che ridefiniva lo Stato come “República Bolivariana de Venezuela”, ampliava i poteri del Presidente e introduceva nuovi diritti sociali. La Costituzione includeva meccanismi di democrazia partecipativa, come i referendum e la possibilità di revoca dei funzionari eletti. Chávez tentò ulteriori riforme costituzionali nel 2007 per accelerare la transizione verso un modello socialista. Altro elemento assai importante è che Chávez nazionalizzò settori chiave dell’economia, in particolare l’industria petrolifera (PDVSA) e altri settori strategici, portando l’industria sotto controllo statale diretto e proibendo la privatizzazione di tali risorse. Utilizzando gli alti ricavi petroliferi degli anni 2000, il governo incrementò la spesa pubblica e applicò controlli su prezzi, tasso di cambio e commercio, muovendosi verso un’economia con forte intervento pubblico. Chávez potenziò alleanze petrolifere regionali come Petrocaribe, attraverso cui il Venezuela forniva petrolio a condizioni agevolate ad altri paesi caraibici e latinoamericani. Una delle innovazioni più riconosciute del governo Chávez fu l’istituzione delle “Missioni Bolivariane”, una vasta serie di programmi sociali con l’obiettivo di ridurre povertà, analfabetismo, malnutrizione e precarietà sanitaria con una serie di iniziative mirate all’alfabetizzazione, alla sanità gratuita, alla distribuzione di alimenti a prezzi calmierati. Questi programmi incrementarono la spesa sociale e ampliarono l’accesso ai servizi essenziali per fasce popolari: cfr. https://venezuelanalysis.com/indicators/2007-2/
[2] Organizzazioni e rapporti accademici stimano che sanzioni finanziarie e petrolifere abbiano contribuito alla drastica riduzione delle entrate fiscali, alla scarsità di dollari e alla difficile stabilizzazione del tasso di cambio, aggravando iperinflazione e crisi economica. Inoltre, secondo analisi dell’ONU, le sanzioni unilaterali hanno privato la Banca Centrale di riserve in valuta estera, riducendo drasticamente la capacità del governo di sostenere il bolívar e di importare beni essenziali. Cfr. Geopolitical Economy Report, https://geopoliticaleconomy.com/2025/11/15/analysis-venezuela-us-attacks-economy-sanctions/
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